LETTA RESTI ALLA GUIDA DEL PD

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La proliferazione di candidature alla segretaria, con tanto fervore e poca consistenza sotto il profilo strettamente politico, spinge a considerare la necessità di una piena conferma di Letta al vertice del Nazareno. Qual è l’alternativa, oggi e domani, al suo riformismo di centro-sinistra? Se il Pd si chiude nella ridotta della sinistra, alla resa dei conti…non è più il Pd. 

Le vicende tormentate del Nazareno passano sotto la lente d’ingrandimento della pubblica opinione. Le cronache dei media offrono ogni giorno lo spettacolo di un partito che fatica a stabilizzare l’effetto traumatico delle elezioni. Molti hanno apprezzato la serietà di Letta, quel gesto delle dimissioni che nessuno nel gruppo dirigente ha inteso contrastare. Da quel momento, in un profluvio di gesti incontrollati, sono venuti alla luce più problemi che soluzioni, come se la lotta interna avesse un dinamismo velleitario e sconsolante, un limite che in altri tempi sarebbe stato cagione di censura per il suo evidente carico di immaturità e infantilismo. Invece di ragionare sulle cause della sconfitta, si prende per buono il facile ricorso alla individuazione del capro espiatorio. In questo modo, invece di sciogliersi per il verso giusto, nel Pd si aggrovigliano ulteriormente i nodi della crisi.

Avvenne nel 1983 che De Mita, allora segretario della Dc, pur avendo condotto una campagna elettorale aggressiva, tutta all’insegna del rinnovamento, ebbe l’amara sorpresa di una perdita di ben cinque punti percentuali rispetto ai consensi raggiunti nel precedente turno elettorale del 1979. Tutta l’estate fu consacrata alla valutazione dei motivi di quella inattesa e preoccupante sconfitta. Naturalmente De Mita era pronto a farsi da parte, sebbene il suo incarico di segretario scaturisse da un congresso celebrato appena l’anno prima. Le dimissioni non furono formalizzate, ma entrarono nel dibattito che investì il gruppo dirigente: non si cedette all’isteria collettiva. Alla fine, dopo ampie consultazioni che servirono a confermare la fiducia dei maggiorenti del partito, il segretario ebbe l’avallo a proseguire nel lavoro di aggiornamento della proposta democristiana. Da ciò scaturì un’iniziativa che si tradusse nella maggiore incisività del partito nella dialettica sempre più accesa con il Psi di Craxi. 

Ora, se il passato insegna qualcosa, nel Pd dovrebbe  manifestarsi quel senso di responsabilità che le circostanze impongono proprio nella fase attuale, a dir poco complicata. Questo è il momento che deve  mettere alla prova la consistenza e la tenuta della dirigenza del partito. Non basta evocare la necessità che alle candidature si antepongano i programmi; serve piuttosto la consapevolezza che oggi il primo punto all’ordine del giorno è la piena conferma del segretario. Letta merita di ricevere un attestato di solidarietà, se non altro perché le sue scelte di fondo sono state assunte, tutte per altro all’unanimità, negli organi dirigenti. Per questo andrebbero cambiate le regole statutarie per consentire l’organizzazione di un congresso vero, come una volta accadeva nella pratica dei grandi partiti popolari. Quel che la pubblica opinione si attende non è la riffa delle candidature alla segreteria, ma la rivisitazione del progetto che diede vita al Pd nel 2007. 

Letta, malgrado lo smacco elettorale, conserva solidità e coerenza di linea politica. Del resto, egli ha il pregio di rappresentare una visione di centro-sinistra, certamente bisognosa di aprirsi a una nuova sintesi politica e culturale, tale da restituire dignità alle diverse anime del riformismo. Tutti gli altri, anzitempo candidati, ambiscono invece a “rigenerare la sinistra”, spingendo il Pd verso posizioni più radicali, ma anche più anguste. Non sarebbe una prospettiva capace di riconquistare il territorio abbandonato nel corso degli ultimi anni. Al Nazareno dovrebbero capire che l’abbandono di Letta può significare il disallineamento del Pd dalla sua missione, sacrificando l’idea di un partito veramente “progressista” e veramente “popolare”. Per andare dove?