Libia, caos continuo. Ed è una minaccia per l’Italia.

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L’annullamento delle elezioni ha portato ad un nuovo aggrovigliamento della situazione nel martoriato paese che si affaccia sull’altra sponda del mediterraneo. La difficile mediazione dell’Onu.

 

Enrico Farinone

 

Non solo Ucraina. La situazione in Libia continua a preoccupare, sia in relazione all’approvvigionamento di fonti energetiche sia soprattutto con riguardo al dramma migratorio con le conseguenti tragedie nel Mar Mediterraneo. Siamo a un punto morto. Fallite, e non poteva essere diversamente, le improbabili elezioni presidenziali annunciate per lo scorso dicembre e poi non tenute, la Libia resta uno Stato fallito diviso in due entità ostili l’una all’altra. Ciascuna con un suo governo, un suo premier, un suo Parlamento (Tripoli e Tobruk), una sua amministrazione, un suo esercito (in realtà un insieme di milizie di origine tribale quando non, in diversi casi, di natura mercenaria).

 

Ogni entità ritiene d’essere la legittima espressione del volere del popolo libico. Senza esserlo, naturalmente. Fino allo scorso dicembre la comunità internazionale, o meglio dire una sua parte consistente, riconosceva il governo insediato a Tripoli, guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Per la verità già si trattava di un sostegno meno convinto di quello del quale aveva goduto – peraltro senza ottenere alcun risultato concreto – il precedente premier, Fayez al-Serraj. Un governo molto indebolito dalla guerra portatagli dal dominus dell’est del Paese, il generale Khalifa Haftar sostenuto dai russi ma incapace di assestare un colpo definitivo all’avversario della Tripolitania quando tentò di occuparla, senza successo, nel 2019.

 

L’annullamento delle elezioni ha portato ad un nuovo aggrovigliamento della situazione. Il generale Haftar non ha più riconosciuto Dbeibeh quale premier in quanto dimessosi a dicembre per candidarsi alle elezioni presidenziali che poi, come detto, non si sono celebrate. Ha così fatto nominare dal Parlamento di Tobruk, che egli controlla strettamente, un nuovo premier, l’ex ministro dell’interno del governo Dbeibeh. Fathi Bashega, questo il suo nome, naturalmente non è stato riconosciuto da Tripoli, ove Dbeibeh è rimasto primo ministro, di fatto solo per la Tripolitania.

 

Quindi oggi ci sono due premier, o almeno due persone che tali si definiscono. Con due governi. Una situazione paradossale. Quasi comica, se non fosse tragica per il Paese e la sua popolazione. Che è quella che soffre il disastro economico prodotto da questo caos, oltre ai migranti provenienti dal Sahel e poi detenuti nei campi di concentramento libici.

 

Dbeibeh a questo punto vorrebbe organizzare elezioni per giugno, ma palesemente anche stavolta i tempi non sono realistici e soprattutto la situazione generale, come si è visto, non è ideale, per usare un eufemismo. L’ONU sta tentando una mediazione il cui obiettivo sarebbe la definizione di un percorso che conduca finalmente alle elezioni. Ma sinora lo sforzo non ha portato risultati.

 

Il caos libico continua. Come sappiamo, esso è una sicura minaccia anche per noi.