L’icona, finestra dell’Oltre: Zanchi riporta l’attenzione sulla presenza del divino nelle immagini sacre. Intervista.

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Molti credenti interessati a una ricerca spirituale – dice Zanchi – trovano nelle icone una forza di riconoscibilità, di veicolazione di sentimenti che non trovano altrove. Saranno anche cose brutte, però funzionano. Nellarte magari ci sono cose belle che però non generano quell’impulso emotivo e spirituale che la gente cerca.

Giuliano Zanchi, la cui intervista qui parzialmente riprodotta appare sul sito della casa editrice Vita e Pensiero, ha scritto per essa Icone dell’esilio. Immagini vive nell’epoca dell’Arte e della Ragione (2022).

 

 

Velania La Mendola

 

Nella società dell’immagine, che spazio occupano le icone della devozione cattolica? Lo racconta Giuliano Zanchi, direttore della Rivista del Clero e docente di Teologia dell’Università Cattolica, nel volume Icone dellesilio. Immagini vive nellepoca dellarte e della ragione che a questa prima domanda risponde:

 

«La storia delle immagini sacre nella cultura europea cristiana, dall’umanesimo alle avanguardie (che hanno disintegrato i paradigmi estetici), passa dal rapporto tra potere e immagini, dalla loro funzione sociale nelle rispettive epoche. Le immagini sacre si sono succedute con funzioni iconiche diverse: per 1000 anni l’immagine cristiana ha avuto una funzione vicina a quella del sacramento, non realtà ma manifestazione dell’altra realtà, del divino; nell’epoca moderna invece, epoca dell’arte della ragione,l’immagine ha cambiato funzione sociale: la pittura è finestra sul mondo, non sull’Oltre. L’arte religiosa si è nel tempo adeguata a questo modo di intendere l’immagine. Tuttavia ho notato qualcosa d’interessante: nella devozione mistica vedo il tentativo di sopravvivere da parte della vecchia funzione dell’immagine.

 

Dove ha notato questa resistenza dellOltre?
Il culto del Sacro Cuore, le immagini miracolose, i simulacri di Maria dell’800, il re-incanto del volto sindonico grazie alla fotografia… pur con le dovute differenze hanno un lato che le accomuna: sono esperienze che consentono di far sopravvivere l’antica funzione dell’icona, il mediare spiritualmente e sensibilmente la presenza del divino. Sono espressione di un cattolicesimo che si sente in esilio (la cultura costruisce protocolli al di fuori del sapere religioso) e cerca spazio.

 

Al Sacro Cuore lei dedica la prima parte del volume, da Margherita Maria Alacoque allimpegno militante del Novecento e oltre; un complesso percorso religioso, artistico e culturale che riguarda anche lUniversità Cattolica. Quali sono i punti salienti che si riverberano nella contemporaneità?
È l’idea del binomio cuore-ragione che per tanto tempo l’umanità ha separato in due tronconi: il sentimento, sentito come inaffidabile perché soggettivo e quindi non veritiero; la razionalità, che – culminata nell’Illuminismo che puntava alla ricerca della verità – si è ridotta nel postmoderno a una mera organizzazione tecnicistica della verità.
Nel caso dell’Università Cattolica il Sacro Cuore è ciò che unisce al valore della ricerca accademica l’idea che negli affetti umani, avvolti dagli affetti divini, ci sia unaintelligenza della profondità insita nella realtà. Un elemento che è un supplemento di ragione, non una debolezza emotiva. L’eredità di questa storia tocca profondamente qualcosa che resta irrisolto nei nostri paradigmi culturali.

 

Insomma le immagini sacre ridanno peso al sentimento?
C’è un mondo mistico che tenta di tenere unite le componenti scorporate che abbiamo detto, cuore e ragione, che invece nell’umano stanno insieme: gli affetti non sono ciechi, fanno la differenza, danno senso, anche nell’esperienza religiosa. Avere fede non è sapere la verità ma stare in un legame. Queste immagini traducono questa idea.

 

La sua analisi mi pare abbia punti di tangenza con un fenomeno registrato nellultimo rapporto Censis, dove si legge che «lirrazionalità ha infiltrato il tessuto sociale» del nostro Paese. C’è quindi un oltre” che non riguarda il divino. Cosa ne pensa?
La società dell’irrazionalità è un risultato di un lungo processo di rimozione dell’Oltre: la differenza oggi è che nell’era post-moderna la ragione non è più quella immaginata dall’illuminismo, separata dagli affetti; la ragione oggi è abbandono delle grandi ambizioni di trovare i valori assoluti, perché si pensa che non esistano più. Questo modo di intendere le cose lascia scoperto tutto il resto, che però è necessario. Da questo vuoto esplode la ricerca di altro, che arriva un po’ dove può e un po’ dove vuole… anche all’esoterico o al bizzarro o al complottismo.

 

 

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