Tra ricordi e considerazioni attuali, il dialogo con Hubert Corsi permette di tracciare il substrato dell’esperienza democristiana. Quel che viene rappresentato va oltre il dato locale: si rifrange in altre esperienze, diverse nelle forme e affini nei contenuti, che descrivono il “panorama” del partito cardine del secondo Novecento italiano. Di seguito riportiamo la seconda parte dell’intervista.

Che cosa ha fatto Fanfani per il collegio? 

Era il capolista del collegio. Ha fatto tanto per la riforma agraria come Ministro dell’Agricoltura. Era molto attaccato alla provincia di Grosseto. 

Quando aveva le “sue” pause in politica – nel 1959 voleva lasciare tutto! – era nel suo ambiente e territorio che trovava le motivazioni più forti per rimettersi in cammino. Sì, quando sentiva l’urgenza di un impegno rinnovato, partiva sempre dalla provincia di Grosseto dove sapeva che aveva tanti amici. E dunque era da qui che ripartiva galvanizzato. Aveva come riferimento Enea Piccinelli, parlamentare, un grande e bel personaggio della vita politica locale, sempre molto lucido, sempre pronto a muoversi in azione. Quando ha lasciato il parlamento nel 1983 è ritornato alle origini, all’impegno nella Azione Cattolica e nel sociale, alla famiglia. Adesso, per molti mesi all’anno, vive a  Piancastagnaio sull’Amiata tra la sua gente.  

Anche Malfatti  veniva spesso? 

Sì, veniva perché si era sposato con la marchesa Spinola che aveva una tenuta Orbetello. 

Veniamo a te. Quando sei entrato in Parlamento? Come la ricordi la esperienza? 

Vi entrai nel 1983 perché non si presentó più Enea Piccinelli, con il quale avevo molto e a lungo collaborato, sicché fu proprio lui ad aiutarmi lasciandomi il testimone. 

Sei stato relatore di diversi provvedimenti…

Ero in commissione Industria e nell’ambito della Dc avevo competenza sul comparto energetico-minerario. Tutti i relativi provvedimenti toccavano a me: l’Enea, la geotermia, l’energia, ecc… 

Nei giorni scorsi con la crisi energetica si è parlato in tv di geotermia del Monte Amiata come fonte di energia. Si potrebbe sfruttare di più o vi sono troppi vincoli? 

Si dovrebbe sfruttare di più sia la parte ad alta entalpia, che produce energia elettrica, come pure la bassa entalpia, con cascata di vapore per alcune industrie come le serre, gli allevamenti di pesce…Sono tanti gli impieghi da poter mettere in cantiere. Invece, è la parte che non è stata assistita abbastanza, neppure dall’Enel che su questa attività, nelle provincie di Siena Arezzo Grosseto e Pisa, aveva storicamente il monopolio. In particolare, nasce a Larderello l’esperienza più grande e significativa: da qui, addirittura a partire dal ‘700, si avvia lo sfruttamento finalizzato allo sviluppo del territorio. Ecco, invece di concentrarsi solo nell’alta entalpia, con una monocoltura che altro non dava, si dovevano sviluppare esperienze diverse, come quelle legate alle piccole imprese di teleriscaldamento. Dunque, la scelta di fornire energia gratis non doveva precludere la possibilità di incentivare e sostenere le piccole attività manifatturiere. 

Come un distretto? 

Non lo abbiamo realizzato ed è stato un errore gravissimo. 

Che si dovrebbe fare per rimuovere questi freni? 

Occorre un aggiornamento della legge del 1986, di cui per altro sono stato relatore. Le competenze in materia sono passate alle Regioni. Soprattutto in Toscana, in Alto Lazio  e in Campania sono diverse le zone dove si dovrebbe pensare ad usi diversi dalla (sola) produzione di elettricità. Non è facile, me ne rendo conto. Si tratta di far crescere una piccola imprenditorialità che al momento risulta poco diffusa o comunque non adeguatamente strutturata.  

Sono osservazioni molto puntuali, segno di studio e dedizione politica. Il compito del legiferatore non sempre è conosciuto ed apprezzato. A tale riguardo, quale è il sentimento più vivo della tua esperienza parlamentare?

Teniamo presente che nel 1983 la Dc aveva perso molti voti. Tra gli eletti serpeggiava un qualche avvilimento, ma nell’occcasione entrò una covata di giovani deputati ai quali fu data la possibilità di mettere in evidenza il valore della loro formazione. Si tratta di ex colleghi – non mi avventuro nelle singole citazioni – di cui ricordo bene lo slancio e la preparazione. 

Gli anni ottanta sono stati anni di sviluppo importanti per la crescita. Furono operate scelte importanti sia in politica estera che in politica economica. Adesso, con la guerra in Ucraina, riemerge il price cap. Rammento che tu ponesti questo problema nel 1992 nella famosa risoluzione parlamentare sulle privatizzazioni…

Quell’intervento ci costò parecchie nottate passate a discutere, a confrontarci sui vari passaggi, a limare le singole proposizioni. Fu svolto un lavoro di analisi e di sintesi particolarmente accurato. Se la risoluzione fosse stata rispettata, come d’altronde era nei nostri auspici, oggi avremmo molti meno problemi. 

Si riuscì comunque a difendere i settori strategici dello Stato.

Sì, parliamo delle telecomunicazioni, delle banche, delle autostrade: si convenne che l’interesse della comunità nazionale, e quindi dello Stato, dovesse pesare in questi ambiti oltremodo delicati. In effetti, la risoluzione fu anticipatrice delle esperienze che in seguito hanno avuto il loro corso. 

Non puoi lamentarti, hai collaborato alla definizione di una giusta e opportuna strategia di tutela a proposito di alcuni fondamentali “beni” del Paese. Lavorare in questo modo   rende tutti più soddisfatti, sia dal lato degli eletti che da quello degli elettori. Tuttavia, una volta conclusa l’esperienza parlamentare, a cosa ti sei dedicato?

Beh..non sono rimasto con le mani in mano. Ho avuto anche la fortuna di fare il sindaco di Monte Argentario. Guidare un comune vuol dire imparare a misurarsi con i problemi, stando quotidianamente a contatto con la gente. È fare politica, ancora una volta, ma con il fiato sempre sul collo. Un’esperienza unica, spesso complicata, che riserva amarezze non attese ma anche gratificazioni impensate.   Poi, finito il mandato amministrativo di Sindaco, dal 1995 mi sono dedicato totalmente alla Croce Rossa di Grosseto. 

Mi pare di poter dire, conoscendo il lavoro da voi svolto come Croce Rossa, che siete all’avanguardia per quanto riguarda l’attività di sostegno al territorio. 

Devo dire che il nostro comitato e con esso i vari comitati territoriali – una decina in tutto – lavorano molto bene garantendo alle popolazioni un livello più che rispettabile di tutela e assistenza. 

Un fiore all’occhiello anche durante l’emergenza del Covid…

Direi proprio di sì. Abbiamo apprezzato la grande capacità dei volontari di vincere la paura. La grande paura di aiutare gli altri, nei modi possibili, come portare la spesa, le medicine, ecc…alle persone anziane o prestare soccorso agli ammalati di Covid, assistendoli nel passaggio da reparto a reparto. Sono stati eroici. In provincia di Grosseto abbiamo 5000 volontari. 

E i giovani ci sono? 

In effetti, nel periodo più duro del Covid si sono avvicinati molti giovani. L’accesso alla Croce Rossa non è facile. Non paghi una quota come per altre associazioni, ma devi fare  un corso e superare un esame. È una procedura complessa che non ha riscontro in campi analoghi. Altrove è tutto più semplice. 

Prendete figure particolari? 

Sono tutte figure specializzate. I soccorritori devono gestire le cosidddette manovre salvavita, per questo sono formati alla conoscenza e alla pratica delle specifiche procedure di sicurezza. Se li metti in condizione d’indossare una divisa, importante e rispettata, spetta ad essi dimostrare fin da subito di essere all’altezza della funzione assegnata. 

Siete andati in Ucraina? 

Alcuni di noi sono andati, ognuno con elevata capacità professionale. La CRI nazionale ha scelto una strada ben precisa: chiede fondi, non oggetti. In altri termini, preferisce evitare di “caricarsi” di donazioni che di per sé sono belle, ma nell’insieme possono dar luogo a combinazioni antieconomiche. Serve ottenere un corretto margine di efficienza. Non bisogna spendere più di quello che hai trasportato lungo un viaggio di oltre 2000 chilometri. Per questo anche la logistica è fondamentale: tende, medicinali, viveri, vanno organizzati e gestiti con la massima oculatezza. Allora, come dicevo, la professionalità non è un optional.

Bene. Permettimi di riprendere, andando alla conclusione, il filo della politica. Che cosa ti rimane di Fanfani? 

Devo tutto a Fanfani, è stato uno dei miei maestri. 

Raccontami un aneddoto…

Una sera, a chi tra di noi si lamentava perché dovevamo incidere di più sulla vita politica, nche del nostro partito, volle spiegare quanto aveva inciso la provincia di Grosseto nella storia della Dc. 

Il gruppo di amici che poi avrebbe dato vita alla “comunità del Porcellino” si era riunito a Bologna. Oltre a Lazzati, La Pira, Fanfani e Dossetti, ce n’era un altro che ho dimenticato: la memoria, purtroppo, non mi soccorre. Quella riunione, svolta nel periodo della clandestinità, doveva sciogliere la riserva circa la convenienza e correttezza dell’assegnazione alla Dc dell’aggettivo “cristiana”. Per loro era troppo impegnativa. Volevano un altro nome. Allora incaricarono Dossetti di andare a rappresentare questa posizione a De Gasperi. Dossetti parte con la macchina verso Roma e sceglie di prendere la strada per Firenze passando per Siena e Grosseto. Ebbe però un incidente a Civitella Marittima: la strada bianca e dissestata, quella tra Siena e Grosseto, era delle peggiori che si potesse immaginare. Non poté ripartire per Roma e neppure poté, di conseguenza, partecipare all’incontro di partito dove avrebbe dovuto informare De Gasperi del loro “verdetto”.

È un episodio conosciuto…

È vero, ma non sai quello che aggiunse Fanfani. “Attraverso le vostre strade così disastrate – disse – siete stati determinanti nella storia della Dc. Avete determinato un indirizzo che ha segnato nel profondo la nostra storia”. Immagina il suo sorriso sornione! Poi sarebbero arrivati  i finanziamenti per migliorarle. Civitella Marittima se lo meritava: per i camionisti passare di li, con quei tornanti pericolosi, era una maledizione. 

Fanfani ce lo raccontò a cena dopo un comizio. Così come ricordò la vicenda del rogito di Capalbio, quell’atto lunghissimo di venti pagine che aveva dovuto copiare da bambino. C’è un collegamento ideale. Da Pieve Santo Stefano, il suo paese d’origine, partivano le greggi transumanti verso la Maremma. Anche quel percorso doveva essere un incubo, forse per le greggi ma sicuramente per gli uomini.

Per leggere la prima parte dell’intervista (14 aprile 2022)

http://www.ildomaniditalia.eu/la-nostra-battaglia-per-contrastare-i-comunisti-metteva-in-campo-ragione-e-passione-politica-intervista-a-hubert-corsi/