L’impresa responsabile

Ancora una volta, il silenzio di quelle voci che dovrebbero rappresentare e difendere l’impresa come fondamentale soggetto di sviluppo, è spettrale, impressionante e scoraggiante.

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Gia pubblicato sulle pagine di Servire l’Italia a firma di Marco Vitale

Nel 2014 pubblicai un libretto dal titolo: “L’impresa responsabile. Nelle antiche radici il suo futuro” (con prefazione di Gianfranco Dioguardi e postfazione di Stefano Zamagni e Carlo Orlandini, Edizioni Studio Domenicano, ESD, pagg. 202). Questo testo sviluppava una Lectio Magistralis dal titolo: “L’Impresa come paradigma culturale dalle radici antiche”, tenuta in occasione del Premio Ghislieri alla carriera, attribuito all’autore, il 9 ottobre 2014, dal Collegio Ghislieri di Pavia.

Ho indugiato sull’origine di questo testo perché ciò aiuta a illustrarne la natura. Questo testo intendeva rappresentare una sintesi degli insegnamenti e riflessioni che avevo dedicato all’Impresa negli ultimi quaranta anni. La mia sensazione nello scriverlo era che esso avrebbe rappresentato il mio contributo finale sul tema dell’impresa. Ma così non è stato per due motivi. Il dono della buona salute che mi tiene ancora impegnato professionalmente, e la tumultuosa evoluzione e involuzione dei nostri tempi tormentati che chiamano a continui aggiornamenti anche sulle tematiche dell’impresa. Perciò svilupperò alcuni aggiornamenti sul tema dell’impresa responsabile.

Il titolo del mio testo era ispirato da un bellissimo libro di Luciano Gallino intitolato: “L’Impresa irresponsabile” che conteneva questa definizione:
“Si definisce irresponsabile un’impresa che al di là degli elementari obblighi di legge, suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica o privata né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività”.

A contrario io definivo responsabile l’impresa che sa di dover rispondere alle autorità pubbliche, e alla collettività in generale in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività. E oggi aggiungerei: oltre che in campo culturale e politico.

La mia tesi di sempre che sviluppavo anche nel libro è che l’impresa può essere un formidabile fattore di sviluppo socio-economico e culturale. E altrettanto decisiva è l’economia imprenditoriale e di mercato. Negli ultimi decenni, invece, abbiamo assistito al rapido prevalere di una visione completamente opposta, quella dell’economia finanziaria e di rapina. Da questa è indispensabile liberarci. Per questo difficile ma essenziale compito è necessario riunire le forze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà, energie, dottrine, esperienze, abbattendo muri che ci isolano e ci soffocano, come quelli tra macro economia e micro economia, cultura tecnica e cultura umanistica, conoscenza superspecialistica e conoscenza generale dell’uomo e della società. È necessario gettare ponti, ricercare ciò che unisce passato e futuro, passando attraverso un presente meno mediocre e vile di quello in cui ci aggiriamo disorientati e sgomenti. Come disse Karl Popper: “Noi possiamo fare qualcosa per il futuro. Forse possiamo fare poco, ma ciò che possiamo fare dobbiamo farlo”.

Da allora (2014), e soprattutto negli ultimi anni, qualche cosa è cambiato. L’economia finanziaria e di rapina resta ancora oggi il paradigma dominante, ma non è più incontrastato. Dalle molte crepe che si sono aperte nel sistema, filtrano voci nuove che si aggiungono ai pochi e flebili grilli parlanti del passato. Lo spazio a disposizione è troppo poco per sviluppare, in modo adeguato, questo concetto. Perciò non potrò procedere che per pochi esempi:

“Society is demanding that companies, both public and private, serve a social purpose. To prosper over time, every company must not only deliver financial performance, but also show how it makes a positive contribution to society. Companies must benefit all of their stakeholders, including shareholders, employees, customers, and the communities in which they operate”.

Questa frase, che demolisce la dottrina del “shareholder value”, la più distruttiva dottrina manageriale degli ultimi 50 anni, non è di Luciano Gallino, né di Marco Vitale, né di Papa Francesco. E’ di Larry Fink, CEO di Blackrock, il più grande fondo di investimento del mondo. Qualcosa sta cambiando! All’apertura dell’ultimo Forum di Davos (tradizionalmente la Superuniversità dell’economia di rapina) quest’anno si è partiti dal concetto nuovo di “Qualitative Easing” nel campo manageriale. Il fondatore di Davos, Klaus Schwab, ha sottolineato la necessità di una “Qualitative Easing” per rispondere alle sfide di un mondo in rapido cambiamento, assegnando la responsabilità di trovare queste nuove soluzioni alle imprese e agli imprenditori. Schwab ha detto che impresa e imprenditori hanno l’influenza e l’interesse di “aggiustare” un contratto sociale che si è rotto. “Dobbiamo assicurarci – ha affermato – che la quarta rivoluzione industriale si sviluppi con l’umanità al centro e non solo con la tecnologia”. Veramente qualcosa sta cambiando!

Potrei fare parecchi altri esempi nella stessa direzione. Ma mi limiterò ad una ultima riflessione relativa al nostro Paese. Io incontro continuamente ed in misura crescente imprese di qualità, merito del nostro nuovo o quarto capitalismo, che si muovono secondo un paradigma dove l’uomo, la conoscenza, la meritocrazia, il merito, l’onestà e non la rapina, sono al centro. Imprese che io definisco olivettiane ed alle quali io raccomando di non farsi sopraffare dall’americanismo. Esse rappresentano il nerbo del nostro sistema produttivo e insieme la nostra speranza. Ma esse devono capire che non possono percorrere gli antichi sentieri che hanno portato ad una sconfitta storica il grande capitalismo italiano ed alla crisi del 2008 il capitalismo americano. Ma percorrere sentieri nuovi e insieme antichi (come ho cercato di illustrare nel mio libretto sull’Impresa responsabile). La società chiede loro un grande salto di qualità sul fronte culturale e della responsabilità collettiva.

Può sembrare strano chiedere questo grande salto di qualità ad imprese già impegnate in tanti difficile fronti, in una giornata ( 8 maggio 2019) in cui i giornali ci raccontano di una grande retata di corrotti, corruttori e complici della malavita organizzata a Milano (95 indagati, 48 arrestati), di indagini per tangenti a Catanzaro (20 imputati) ed a Palermo (14 imputati di cui 4 arresti), in cui viene revocato un sottosegretario del governo per sospetta corruzione e vicinanza ad ambienti mafiosi, in cui una regione una volta pulita come l’Umbria è travolta da uno scandalo sanitario di proporzioni colossali. Eppure, anche proprio per questo chiediamo alle imprese un salto di qualità per distinguersi da questi pseudo – imprenditori che nella corruzione e collisione con la feccia (tragicamente maggioritaria) della politica e per difendere il concetto stesso di impresa e di mercato come fattore di sviluppo.

Ma, ancora una volta, il silenzio di quelle voci che dovrebbero rappresentare e difendere l’impresa come fondamentale soggetto di sviluppo, è spettrale, impressionante e scoraggiante.