L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE CAMBIA LA CONDIZIONE MATERIALE E PSICOLOGICA DELL’UMANITÀ.

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Oggi sono richieste competenze sempre più sofisticate per professioni nuove mentre la transizione digitale e l’intelligenza artificiale possono sostanziare una nuova idea di razionalizzazione che sembra compiere il percorso inverso: dall’interno all’esterno, per costruire macchine, strumenti ed apparati che si sostituiscano al lavoro dell’uomo, lo facilitino e lo rendano più efficace e programmato.

 

Francesco Provinciali

 

La diffusione delle tecnologie e la prospettiva della digitalizzazione hanno introdotto procedure a valenza utilitaristica e semplificativa ma hanno anche posto questioni etiche che riguardano l’antropologia del nostro tempo. Attaccata dalla pandemia, in conflitto con la natura, condizionata dall’iperbole demografica, l’umanità è alla ricerca di una nuova dimensione di sostenibilità.

 

In che misura il pensiero computazionale e l’avvento delle macchine e degli algoritmi come fattori regolativi e guida in progress stanno modificando la nostra vita? Rivedere e aggiornare la dimensione ontologica comporta forse la necessità di riscrivere il concetto stesso di identità? Alcune problematiche etiche sono connesse ai temi della comunicazione, dell’informazione e delle relazioni umane: ad esempio la questione delle “fonti” della conoscenza e della loro attendibilità, l’utilità o la necessità di un controllo interno ed esterno a queste dinamiche.

 

Si pensi al transito in rete di una quantità incommensurabile di dati, notizie, eventi. Max Weber aveva posto il tema della conoscenza come processo di progressivo disincantamento dal mondo, una sorta di razionalizzazione che procede attraverso la specializzazione per cui non è necessario conoscere tutto lo scibile quanto piuttosto selezionare ciò che apprendiamo secondo il criterio di attendibilità delle fonti.  Questa Weltanschauung rafforzava il concetto di dominio dell’intelligenza umana rispetto alla realtà: scienza e politica – in due sue famose conferenze – erano suscettibili di diventare professioni se esercitate come ‘vocazione’.

 

Si trattava in sostanza di un processo di interiorizzazione del sapere: questa sistematizzazione riassumeva e spiegava secoli di storia, il transito dall’esterno all’interno, la metabolizzazione delle conoscenze diventava sapere e saper fare. Oggi sono richieste competenze sempre più sofisticate per professioni nuove mentre la transizione digitale e l’intelligenza artificiale possono sostanziare una nuova idea di razionalizzazione che sembra compiere il percorso inverso: dall’interno all’esterno, per costruire macchine, strumenti ed apparati che si sostituiscano al lavoro dell’uomo, lo facilitino e lo rendano più efficace e programmato.

 

Su questi temi ho realizzato l’intervista – presente oggi sul nostro blog – con il Prof. Luciano Floridi, uno dei più autorevoli studiosi a livello internazionale in materia di digitalizzazione e intelligenza artificiale.