“L’Italia che verrà” . Parla Renzo Gubert.

Di partiti in Italia ce ne sono molti, piccoli, medi e grandi e un movimento che alle ultime elezioni aveva ottenuto la maggioranza relativa si sta trasformando in partito.

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Pubblichiamo un estratto dell’articolo apparso sulle pagine della rivista https://www.ilpopolo.cloud/ a firma di Luigi Rapisarda

In una ridente giornata di aprile, ancora attanagliati dalle restrizioni anti-covid, in attesa che il piano vaccinale si dispieghi nella sua massima potenzialità, con l’arrivo di nuove forniture, ho avuto il piacere di soffermarmi,via web,con il Sen. Renzo Gubert, Presidente del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana , discutendo sugli attuali scenari dell’azione di governo e sulle dinamiche future che si intravedono necessarie in una visione di paese che riescano, finalmente, a dare una inversione di tendenza capace di farsi artefice di un armonico processo di sviluppo e di progresso per l’intero territorio.

Oltre a non trascurare uno sguardo alle dinamiche geopolitiche.  E abbiamo concentrato la nostra conversazione in dieci domande.

1) Con il big bang che si è abbattuto sul nostro sistema politico, giunto in questa ultima crisi di governo ad un allarmante stallo e con esso all’incapacità di creare una maggioranza politica per la formazione di un nuovo esecutivo, risolta solo ad opera del diretto intervento del Quirinale,con la formazione del governo Draghi, si è innescato un forte processo di riconversione organizzativa e strutturale in alcune forze politiche e molta importanza sembra assumere, in prospettiva, la formazione di una nuova classe dirigente fondata sugli assi della competenza, dell’etica pubblica e del senso civico.

Quale soluzione identitaria sta privilegiando il partito in questa fase riorganizzativa e propositiva, rispetto al tradizionale assetto che caratterizzò’ la vecchia DC, ove le correnti,che erano in primo luogo laboratori di idee e non strumenti di potere furono l’espressione più alta di pezzi di territorio e di società, e quale indirizzo prioritario sta imprimendo alle nascenti scuole di formazione nei territori?

Di partiti in Italia ce ne sono molti, piccoli, medi e grandi e un movimento che alle ultime elezioni aveva ottenuto la maggioranza relativa si sta trasformando in partito. La loro identità è individuabile solo con riferimento alla collocazione nel continuum destra-sinistra in combinazione con l’identificazione  più o meno forte in un leader che ambirebbe ad essere carismatico o, invece, con residui richiami alla democrazia interna. Lungo il continuum destra-sinistra si constata come cambi il rilievo di alcune posizioni. A destra assumono più rilievo concetti come sovranità nazionale, libera iniziativa economica, attenzione ai valori della tradizione, anche quelli relativi alle relazioni uomo-donna, famiglia, religiosità, mentre a sinistra quelli di cosmopolitismo, di gestione di economia e servizi da parte di enti pubblici, di sostegno alle tendenze individualiste e relativiste per quanto concerne i valori tradizionali, in nome della modernità. Lungo il continuum tra leaderismo personalizzato e democrazia partecipativa si è notata una collocazione verso il primo degli estremi (anche nel partito-movimento che ha fatto della democrazia diretta un principio fondamentale), contravvenendo al dettato costituzionale che prevede la strutturazione democratica dei partiti. Lei mi chiede quale soluzione identitaria stia privilegiando il partito, anche rispetto alla “vecchia DC”. In primo luogo l’identità non è definita dal continuum destra-sinistra, bensì dal fare riferimento al pensiero sociale cristiano maturato di fronte alle sfide della modernità. E non solo codificato in documenti di pontefici e vescovi, ma anche dal movimento cattolico nelle sue esperienze storiche. Tale pensiero intende approfondire le questioni di che cosa richieda la ricerca del bene comune per quella parte che dipende dalla politica e dall’azione sociale. Questo il compito fondamentale delle scuole di formazione. Non che manchino scelte conformi all’etica sociale cristiana nei vari partiti esistenti. Ciò che manca è un partito che si ispiri al pensiero sociale cristiano nella sua integralità, evitando di sottolineare una posizione e di trascurarne altre. E ciò porta a una posizione di centro, di centro per l’equilibrio tra istanze diverse, da contemperare.Quanto al secondo continuum la DC non può  che voler essere un partito democratico, evitando leaderismi, forme di democrazia plebiscitaria, correntismi per garantirsi posizioni di potere, centralismo democratico. La democraticità partecipativa è principio forte del pensiero sociale cristiano e deve innanzitutto valere   per le strutture associative, partiti compresi, che ad esso si ispirano.     Finora il processo di ripresa della DC ha seguito questo principio, ma non è sempre facile farlo da parte di tutti.     

2)Assistiamo sempre più a sottrazioni di funzioni e responsabilità in capo alle istituzioni rappresentative dei poteri fondamentali dello Stato. Al punto che si rafforzano tendenze nel istituire task force e tavoli di esperti per la gestione ed il monitoraggio, ora per l’attuazione del Recovery plan, poi chissà per quali altri progetti di ammodernamento, che invece sarebbero di specifica pertinenza del governo e delle sue articolazioni dipartimentali.  Decisioni che svuotano di responsabilità concreta la politica e fanno perdere credibilità ed autorevolezza ai poteri dello Stato. Ritiene che si debbano arrestare queste prassi che deviano dal dettato costituzionale o ritiene, invece, che debba essere assecondata per una diversa articolazione delle competenze e delle responsabilità?

Nella mia esperienza prima amministrativa locale e poi politica ho quasi sempre dovuto constatare come i meccanismi democratici di elezione non selezionano le persone più esperte, ma quelle che hanno saputo conquistare la fiducia degli elettori, basata molto sulla capacità di intessere rapporti, di costruire influenza tramite associazioni e capacità comunicativa nei mezzi di comunicazione di massa ed ora anche nei mezzi di comunicazione via internet. Ma la complessità della società contemporanea richiede che le decisioni siano prese conoscendo bene la situazione e sapendo quali siano le “variabili strumentali” da manovrare per modificarla in relazione ai fini desiderati. E la complessità del campo scientifico e tecnico è tale che solo più specialisti insieme possono scegliere, meglio di uno. Giusto, quindi, che scienziati e tecnici, riuniti in comitati, preparino le decisioni. Certamente la decisione spetta agli organi politici e istituzionali e perché questi non siano meri dipendenti delle strutture di esperti occorre che i politici che li compongono ne capiscano e sappiano capire la portata sociale, economica, culturale, politica delle scelte proposte. Un modo per agevolare tale vaglio politico è chiedere alle strutture di esperti di proporre più alternative, con analisi costi-benefici di ciascuna. Necessario sempre è che i responsabili politici e istituzionali definiscano gli obiettivi da raggiungere. La tecnocrazia è un pericolo reale, ma buoni politici sanno evitarlo proprio per il rispetto del principio del primato del bene comune definito in modo democratico.

3) Uno degli effetti deleteri della pandemia è stato l’affievolimento del ruolo del parlamento nel dibattito sulle misure da adottare e sui piani vaccinali.  E molta parte di questo squilibrio tra i poteri, ove sembra aver dominato un facile ricorso a strumenti normativi (Dpcm)agili ma di natura secondaria e quindi non titolati a derogare e incidere sui diritti fondamentali, non pare difficile individuarlo nella competizione disarmonica tra Stato e Regioni per effetto di una distribuzione di competenze e titolarità normative, irrazionali e sproporzionate, soprattutto quando si presentano eventi che mettono a dura prova l’interesse nazionale.  Ritiene ancora spendibile tale assetto organizzativo e di ripartizione dei poteri normativi nel territorio o non appare più aderente alle nuove prospettive di crescita, come l’attuazione del Recovery plan prefigura, accarezzare l’idea di una diversa forma di “decentramento” con l’istituzione di macroregioni, se non addirittura pensare ad un modello federativo di nuovo conio,con meccanismi di perequazione e di compensazione capaci di ridurre il divario tra i territori?

Uno dei principi di fondo del pensiero sociale cristiano è quello della sussidiarietà, nelle sue dimensioni orizzontale (rapporti tra struttura pubblica e iniziativa sociale) e verticale (rapporti tra diversi livelli territoriali di organizzazione politico-amministrativa). L’Italia è nata centralista 160 anni fa e poi ha maturato maggiore aderenza al principio di sussidiarietà verticale, cedendo competenze a livelli sovrastatali e infrastatali. Sono stati grandi passi avanti, compresa l’ultima riforma costituzionale che il centro-sinistra ha voluto per rafforzare le competenze regionali, molto striminzite nella riforma che nel 1970 ha istituito le regioni ad autonomia ordinaria, con grande apporto della DC e in conformità alla previsione costituzionale. Lei lamenta le difficoltà evidenziate dalla gestione della sanità  in materia di pandemia covid 19. Il nodo viene da qualcuno rintracciato nelle cosiddette “competenze concorrenti” di stato e regioni. Si può semplificare la ripartizione delle competenze, riducendo il numero di quelle concorrenti? Probabilmente sì, ma ricordo in Parlamento il dibattito al riguardo. Se per risolvere un problema v’è necessità di un concorso di stato e regioni, proprio anche per le diversità socio-economiche e culturali sul territorio, non vedo perché Stato e regioni non possano collaborare e integrarsi. Se poi sono in gioco valori fondamentali per la popolazione intera già nel testo costituzionale vigente è previsto che lo Stato possa assumere su di sé responsabilità esclusive.Più che sulla struttura istituzionale punterei il dito nei confronti di concreti comportamenti di presidenti di regione per un verso e di ministri per un altro. Fa riflettere che mentre finalmente il Governo fissa principi validi in tutta Italia per il piano vaccinazioni, vi sia un presidente di regione che si dissocia e segue sue vedute. Meglio abolire le regioni e puntare su macroregioni? Le due strutture non sarebbero in contraddizione: diversi gli ambiti territoriali e quindi le competenze meglio esercitate a ciascun livello. Semmai riprenderei un dibattito che negli anni ’70 era vivace, con grande ruolo della DC, sull’ente intermedio tra regione e comuni. Il modo nel quale si è intervenuti sulle Province certamente non è razionale e deve far guida il principio di sussidiarietà.

 4)Un altro effetto distorcente della pandemia è stato il ribaltamento delle tradizionali alleanze geopolitiche.  Anche se non sono state ininfluenti le linee di indirizzo impresse da quattro anni di presidenza Trump nel dichiarato disimpegno su alcune tradizionali alleanze.  Fatto è che con il forte indebolimento del fianco Atlantico dell’Europa si è finito per aprire ampi varchi al già insidioso e temibile espansionismo cinese che ha trovato ponti d’oro nel pressappochismo geopolitico del partito di maggioranza relativa.  Ed anche le politiche di attenta cooperazione dell’Italia con i paesi del mediterraneo, a cominciare dalla Libia, il cui territorio appare oramai ripartito sotto la tutela armata di Russia e Turchia, mentre il nostro paese sconta una politica estera superficiale, hanno perso gran parte del potere di mediazione.  Su quali assi portanti si dovrebbero indirizzare le proposte di politica estera in questo nuovo scenario post-pandemico ove grande importanza assume la questione mediterranea legata principalmente alla soluzione del conflitto interno libico?

Sono stato su spinta dell’on, Vittorino Colombo, DC, già Presidente del Senato e del sociologo don Franco Demarchi, promotore e Presidente dell’Associazione Parlamentare “Amici della Cina” (ora Presidente onorario). La Cina con le liberalizzazioni economiche introdotte da Deng Xiaoping è riuscita a portare oltre un miliardo di uomini da una situazione di grande povertà a una situazione di moderato benessere, pur con zone ancora povere nelle aree rurali, specie nell’ovest. Grazie anche ad apertura e grandi investimenti occidentali ha compiuto un miracolo economico. E’ un paese governato da un partito, comunista, che è fortemente cambiato. Si può vedere cosa non va, rispetto ai canoni democratici occidentali, ma è giusto anche vedere ciò che è migliorato, anche in termini di democrazia e di libertà. La sua domanda pone l’accento sull’espansionismo cinese e in effetti da non pochi anni da paese che chiedeva aiuto allo sviluppo la Cina è diventata paese che investe all’estero e con ciò aumenta la sua influenza politica ed economica. La “nuova Via della Seta”, sostenuta agli inizi anche dai parlamentari dell’Associazione che presiedevo, con la comunicazione porta anche l’apertura a processi di aumento di influenza. Il modo per non diventare dipendenti non mi pare però quello della chiusura, ma quello del dialogo, sulla base dei valori che lo stesso governo cinese afferma di sostenere, come il multilateralismo a livello internazionale, la corretta competizione evitando dumping sociale e ambientale, tutela delle minoranze, ecc.. Condivido le valutazioni sul caso della Libia e in generale sulla politica mediterranea. L’aggressione a Gheddafi sostenuta da alcuni paesi nostri alleati e dall’Italia obtorto collo accettata, ha cambiato il quadro, neppure a vantaggio dei paesi aggressori, ma di Russia e Turchia. I nuovi sviluppi politici potrebbero essere un buon inizio di un cambiamento, come la recente  visita del Presidente del Consiglio Draghi aiuta a sperare. Più in generale va continuata la valorizzazione della NATO come strumento di  difesa e di controllo dei conflitti su mandato ONU, va potenziato il “governo globale” dell’ONU e di altre istituzioni globali, nel rispetto del principio di sussidiarietà, va potenziato l’impegno a favore dei paesi poveri del mondo, aiutandoli  in materia di debito, di lotta alla fame e alle malattie, in materia di sviluppo eco-sostenibile attento ai bisogni di sussistenza delle popolazioni locali.

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