L’ITALIA CON DRAGHI CHIEDE STABILITÀ

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L’epilogo che domani avrà la crisi di governo, costituisce con ogni probabilità uno snodo fondamentale del modo in cui il Paese potrà uscire dalla crisi attuale. I nodi principali sono due e compendiano l’insieme delle altre urgenze: l’energia e la guerra. Per avere credibilità e autorevolezza, in particolare fuori dall’Italia, serve un premier di specchiata appartenenza ai piani alti dell“establishment occidentale.

 

Giuseppe Davvicino

 

Non credo che l’ampia richiesta che sta giungendo da molti gagli vitali del Paese, insieme a istituzioni, categorie sociali e territori, e soprattutto dal sentire comune popolare, rivolta a Mario Draghi di proseguire la sua esperienza da presidente del Consiglio vada troppo enfatizzata e meno che mai personalizzata. Il dato politico risulta inequivocabile: il Paese chiede stabilità. E il diretto interessato non necessita di troppe ulteriori attestazioni di stima e fiducia, essendo con ogni probabilità lui il primo ad essere conscio di quale sia la mole del compito che gli si richiede. L’epilogo – che speriamo di buonsenso – che domani avrà la crisi di governo, costituisce con ogni probabilità uno snodo fondamentale del modo in cui il Paese potrà uscire dalla attuale crisi sistemica internazionale.

 

I nodi principali sono due e compendiano l’insieme delle altre urgenze: l’energia e la guerra. Infatti dal controllo del costo dell’energia dipende la possibilità di domare l’iperinflazione, e in ultima analisi dipendono la ripresa economica e la pace sociale. Ormai anche i media hanno sdoganato l’espressione, finora riservata ai cultori di Enrico Mattei, della “via africana” alle fonti di energia. Una via che, per scellerate ed egoistiche strategie di nostri stretti alleati soprattutto nello scorso decennio, era stata minata sia agli interessi italiani sia agli interessi dei Paesi produttori. Una via che non si è riaperta nell’ultimo anno e mezzo per magia o per caso. La sua riapertura è dovuta all’incisivo lavoro svolto nell’alveo della tradizionale politica italiana verso l’Africa e il Mediterraneo, che è culminato nei numerosi incontri di vertice delle autorità di Algeria, Egitto, Angola, Congo, Mozambico, e altri, con quelle italiane. In un tempo brevissimo per l’entità dei grandi progetti strategici in questione, sono state avviate collaborazioni con gli Stati africani ma anche con colossi energetici aziendali internazionali che hanno reso l’Italia protagonista in Africa, e che sarebbero state impossibili senza lo standing internazionale del premier che le ha gestite. Ma ce lo immaginiamo, un presidente del consiglio, dopo le elezioni anticipate, magari donna con amicizie internazionali imbarazzanti, magari erede dell’«Africa bel suol d’amore», girare le cancellerie del Continente Nero alla ricerca di relazioni privilegiate? Oppure, con un premier che ogni volta cambia opinione a seconda dell’interlocutore di turno?

 

Un discorso in qualche modo analogo credo valga per l’altro nodo da cui dipende tutto il resto: mettere la parola fine alla guerra in Ucraina prima che la situazione possa sfuggire di mano, provocando un conflitto ben più grave. È vero che l’Italia non è il Paese che può fare cessare direttamente il conflitto – lo sono a mio avviso la Russia e gli Stati Uniti, con le loro pur diverse responsabilità – ma può svolgere un ruolo chiave, con la Germania, l’Ue e a fianco della Santa Sede, per portare le parti verso il tavolo delle trattative, non essendo immaginabile guerreggiare indefinitamente sulla pelle delle popolazioni che costituiscono lo stato ucraino. Per avere credibilità e autorevolezza su questo livello serve un premier di specchiata appartenenza ai piani alti dell’establishment occidentale, di comprovata vicinanza e amicizia all’Ucraina, inattaccabile sotto il profilo della sua indipendenza dalla Russia e dalla Cina ma nel contempo desideroso di riallacciare al più presto i fili del dialogo in modo trasparente e fuori da ogni ambiguità. Who else?

 

Domani la maggior parte dei partiti sarà chiamata a fare un passo che certo non esalta il loro ruolo perché, anche se si poteva dire in modo più diplomatico di come lo ha detto Renzi, il senso del proseguimento del governo guidato da Draghi esprime la consapevolezza che in questa difficile fase serva la massima unità sulle cose essenziali da fare senza bizantinismi. I partiti devono rimanere consapevoli dell’insostituibilità del loro ruolo anche quando toccano con mano le loro debolezze. Forse è il momento più propizio per impostare la ripartenza per tornare ad avere, dopo avere fugato le ombre del presente, partiti in senso pieno, vale a dire dotati di ampio radicamento sociale e territoriale e portatori in piena autonomia di un’idea di società che si distingue da altri.

 

Ma i problemi incalzano. Ora è il momento di scelte concrete, decisive per il futuro del Paese.