L’Italia della repubblica e della costituente

Ripensare al 2 giugno 1946 significa anche (ma direi soprattutto) riscoprire i veri valori della vita e della convivenza pacifica tra i popoli

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Sono passati, ormai, settantacinque anni dal 2 giugno 1946, dal Referendum su Monarchia o Repubblica e dall’elezione dell’Assemblea Costituente.

Sembra che si parli del passato remoto, di un’Italia che non ci appartenga più (soprattutto se si tiene conto dell’involuzione politica di almeno gli ultimi vent’anni); eppure il 2 giugno rappresenta non solo la memoria storica di un percorso democratico e politico-istituzionale che l’Italia e il popolo italiano si sono dati, ma soprattutto un momento di riflessione su quello che dovrebbe essere il prosieguo di una vita repubblicana nel suo significato più autentico.

Il ricordo e le commemorazioni come tali non bastano per celebrare una tra le migliori stagioni del nostro Belpaese. Occorre andare alle radici di un sentimento comune che, anche nelle diverse situazioni soprattutto di pensiero e di costume tra Nord e Sud, ha saputo intrecciarsi nella convivenza sulla base del sentimento di unità come Nazione e come Popolo.

Del resto, già in sede di Assemblea Costituente si colgono i valori ispiratori di un sentimento che, pur nella divisione ideologica accesa, sanno introdursi nel crogiuolo del confronto corretto (mai offensivo), democratico, disinteressato per arrivare a quel fine che porta il nome di Costituzione della Repubblica Italiana.

Certo, non può non rilevarsi che questo risultato fu pagato a caro prezzo: la lotta di liberazione partigiana sparse sangue, orrore e dolore dappertutto. Ma si trattava di un pedaggio da pagare per costruire una Nazione nuova, un Popolo nuovo che volevano sostituire alla pseudo cultura della barbarie, della guerra e dell’odio razziale, una nuova cultura basata sul principio dell’amore umano e cristiano.

A distanza di tanti anni, cosa resta di quella cultura? Il Mondo è sicuramente cambiato! Il concetto stesso di Popolo travalica ormai i confini stessi di Nazione per inverarsi in quel sentimento che Papa Francesco ha sintetizzato nel titolo dell’enciclica “Fratelli tutti”.

Ciononostante, i problemi non mancano, le guerre aumentano, l’odio razziale è cronaca quotidiana, i Paesi poveri vengono ancora abbandonati a sé stessi e sfruttati a fini economici, il dibattito politico è regredito a livelli di sottocultura.

Allora, ripensare al 2 giugno 1946 significa anche (ma direi soprattutto) riscoprire i veri valori della vita e della convivenza pacifica tra i popoli. Significa ricordarsi che il cammino umano ha un termine e che va inteso come propensione ed impegno (ciascuno nel suo piccolo) nel realizzare una vita dignitosa per tutti. Significa sostituire alla cultura economica del profitto quella della persona che vive in una comunità per elevarla sul piano umano e sociale.

È in grado questa politica, questa classe dirigente di spendersi per la realizzazione di questi ideali? Basta accendere la TV e guardare uno dei tanti talk show per rendersene conto.

La politica ridotta a spettacolo è quello cui si assiste quotidianamente, quasi impotenti rispetto a personaggi che usano l’aggressione verbale, la voce alta nella consapevolezza che solo così si possa aver ragione e demonizzare l’avversario di turno.

Siamo arrivati ad un livello così basso che memoria storica non ricordi. Non esiste più quella capacità di lungimiranza nel saper disegnare un nuovo progetto di sviluppo che riguardi tutti. Non esiste più quel costume e quella cultura secondo i quali la politica è essenzialmente propensione al bene comune e, come tale, rifiuta il settarismo.

Nell’ottobre del 1989, qualche settimana prima di morire, in un incontro pubblico a Cesena, Benigno Zaccagnini disse: “dobbiamo avere, anzi abbiamo il dovere di fare delle cose grandi.”

Spetta ad ogni persona il dovere di impegnarsi per fare delle cose grandi, ciascuna nel suo ruolo; ma ciascuna anche consapevole che il dovere di fare delle cose grandi oggi significa anzitutto ripudiare questa politica per tornare ai valori, alla cultura ed all’impegno del 2 giugno 1946.