L’Italia sale nella classifica di Transparency. L’indice di percezione della corruzione registra un aumento di credibilità.

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La burocrazia estesa e impenetrabile e l’evasione fiscale sono due agenti che incidono negativamente sulla proliferazione dei fenomeni corruttivi.

Transparency international ha pubblicato lo scorso 25 gennaio l’annuale Rapporto sugli “indici della corruzione  percepita” (CPI) nel settore pubblico e nella politica: i dati segnano una confortante risalita in classifica dell’Italia che nel 2021 guadagna 10 posizioni e 3 punti rispetto al 2020, graduando i Paesi secondo un metodo di rilevazione articolato dall’agenzia su 13 ambiti tematici, in un range che va da 0 a 100 punti.

Naturalmente siamo ancora lontani dai livelli dei Paesi  più virtuosi, Danimarca, Nuova Zelanda e Norvegia con 88 punti, ma il 42° posto dell’Italia con 56 punti  (+ 14 dal 2012 ad oggi) rappresenta il risultato di un lento e progressivo miglioramento, considerato che 2/3 dei 180 Paesi valutati  – esattamente 123 sul totale – è afflitto da significativi problemi in tema di corruzione, restando al di sotto della soglia dei 50 punti: essi infatti “evidenziano un forte rischio di arretramento nella tutela dei diritti umani, nella libertà di espressione e di una crisi della democrazia”, come si evince dal comunicato dell’Ufficio Stampa di Transparency Italia a firma di Susanna Ferro.

Fanalino di coda della graduatoria, come lo scorso anno, sono ancora Siria, Somalia e Sud Sudan, con un punteggio, rispettivamente, di 13 punti per i primi due e di 11 per la terza.

Significativo rilevare che ci troviamo ancora al di sotto della media continentale europea (64 punti), dietro la Germania (80 punti, il Regno Unito ( 78), la Francia 71 e ancora lontani dagli USA (67 punti) ma in progress tra i Paesi occidentali. “La credibilità internazionale dell’Italia si è rafforzata in quest’ultimo anno anche per effetto degli sforzi di numerosi stakeholder del settore privato e della società civile nel promuovere i valori della trasparenza, dell’anticorruzione e dell’integrità”, ha commenta la presidente di Transparency International Italia, Iole Anna Savini, in sede di presentazione dei dati.

Naturalmente clima di attesa, cauta fiducia e trend in ascesa vanno commisurati al perdurare della crisi pandemica ancora in atto, quale possibile fonte di ritardi, resistenza burocratiche e rallentamenti oltre alla fase di dispiego del Pnrr avendo cura che gli impegni assunti in tema di digitalizzazione, riconversione e transizione ecologica, sistema sanitario e sistema di istruzione, rilancio della rete infrastrutturale siano realizzati e monitorati a livello istituzionale e sociale non offrano occasioni per sottesi fenomeni corruttivi.

Il Rapporto evidenzia inoltre per il nostro Paese la necessità di rimanere agganciato al recepimento della Direttiva europea (n.°1937del 2019) in materia di “whistleblowing”: anglicismi a parte, con questa misura si intende che le aziende (con più di 250 dipendenti entro il 2019 e quelle con più di 50 dipendenti entro il 2023) devono dotarsi di un sistema di “segnalazione interno” di fenomeni illegali, prevedendo al contempo misure di protezione per i “segnalanti”.

Una normativa U.E. che fa e farà discutere, considerandola nel quadro dei delicati meccanismi di controllo interno e sociale, poiché ci muoviamo tra senso civico e dovere di denunciare gli illeciti, possibili fenomeni di delazione, sentimenti diffusi di rancore e invidia sociale  e dovere di protezione di possibili azioni ritorsive nei cfr. dei segnalanti, incidenza dei fattori soggettivi rispetto alle segnalazioni oggettivate.

Il Rapporto di Transparency è un importante appuntamento annuale per verificare la mobilità in ascesa o in discesa degli Stati rispetto ai fenomeni corruttivi prevalentemente in ambito politico e nella P.A.

Accanto a macrofenomeni rilevabili attraverso gli indici e i parametri messi a punto da Transparency occorre considerare tuttavia la diffusività spesso sfuggente e non sempre statisticamente intercettabile dei microfenomeni presenti nel più ampio “corpaccione sociale” (per usare un temine coniato dal Censis).

Riflettendo su questa considerazione si evince la difficoltà di penetrare nel mondo delle consuetudini consolidate, ove le stesse non operino apertamente “contra legem”; inoltre la miniaturizzazione dei comportamenti potenzialmente illeciti, la loro parcellizzazione pervasiva; insomma, il controllo non riguarda solo i vertici degli apparati, la legiferazione confusiva e foriera di contenziosi applicativi, la gestione della ‘res publica’ in capo alla politica, poiché un sistema ad alto indice corruttivo ha una estesa ramificazione sociale. Certamente la burocrazia estesa e impenetrabile e l’evasione fiscale sono due agenti che incidono negativamente sulla proliferazione dei fenomeni corruttivi. Per contro responsabilità e competenza, uniti a senso civico, rispetto degli altri e appello alla coscienza interiore di ciascuno sono formidabili strumenti per generare comportamenti virtuosi ad ogni livello e target sociale di potenziale riferimento.