L’orizzonte spirituale della «Commedia». La Teologia di Dante

Riprendiamo dall’Osservatore Romano un ampio stralcio dell’articolo del cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura pubblicato integralmente sul numero di giugno di «Vita Pastorale», diretto da don Antonio Sciortino.

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Riprendiamo dall’Osservatore Romano un ampio stralcio dellarticolo del cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura pubblicato integralmente sul numero di giugno di «Vita Pastorale», diretto da don Antonio Sciortino.

 

L’immagine è “folgorante”: la fede è una «favilla che si dilata in fiamma poi vivace, e come stella in cielo in me scintilla». Così Dante, nel Paradiso ( XXIV , 145-147), conclude il suo Credo nell’esame a cui si sottopone di fronte al maestro, san Pietro apostolo, simile a un “baccelliere”, ossia a uno studente che supera la prova orale per accedere al corso superiore di teologia ( XXIV , 46). In quella prova di conoscenza teologica che occupa l’intero canto XXIV il Poeta proclama due verità fondamentali della fede cristiana.

La prima riguarda il Dio unico creatore, «che tutto ’l ciel move, non moto, con amore e con disio» (vv. 131-132). Suggestivo è, in questa frase, l’incrocio tra la riflessione filosofica aristotelica della divinità come motore immobile («move, non moto») e la visione personalistica cristiana del Dio amore («con amore e con disio»). Una verità che si alimenta, quindi, alla filosofia, alle «prove fisice e metafisice» (vv. 133-134), ma che attinge soprattutto alla luce delle Scritture, «per Moïsè, per profeti e per salmi, per l’Evangelio e per voi che scriveste», cioè per le Lettere apostoliche ispirate dallo Spirito (vv. 136-138). Si compie, così, il legame dinamico tra ragione e fede, un altro dei capisaldi della teologia cristiana.

Il secondo articolo di fede è trinitario: «Credo in tre persone etterne» che sono «una essenza sì una e sì trina», per cui il discorso su di esse può essere condotto sia con il «sono» (la terza persona plurale) sia con l’«este», cioè l’«è» della terza singolare (vv. 139-141). La Trinità, per altro, sarà anche l’ultima teofania del poema allorché si accenderanno nel cielo tre arcobaleni «di tre colori e d’una contenenza» ( XXXIII , 117), diversi e identici nella trinità delle persone e nell’unicità dell’essenza divina. Adottando un’altra metafora luminosa, Dante conclude coi versi da noi citati in apertura: la fede è simile a una «favilla», a una scintilla di luce «che si dilata in fiamma poi vivace», in un fiammeggiare che illumina e riscalda, fino a diventare «come stella in cielo» che «in me scintilla», un astro che rischiara il firmamento dell’anima. Un crescendo di luce, quindi, che trapassa da favilla a fiamma e a stella.

Si deve riconoscere che l’intera struttura ideale della Commedia è retta dalla teologia, sia a livello di riflessione sistematica (si pensi alle figure di san Tommaso d’Aquino e di san Bonaventura che incarnano simbolicamente le due maggiori scuole di pensiero medievali), sia a livello personale. Dante è un credente inconcusso, la cui fede rivela anche la parresía della critica alle istituzioni ecclesiali e alle attestazioni non esemplari degli uomini di Chiesa. Indiscutibile è, però, anche la solidità del legame col messaggio evangelico nella sua dimensione sia teologica sia etica. Difficile è, allora, sintetizzare la visione spirituale dantesca perché essa pervade l’intero orizzonte della sua opera.

Accanto alla confessione di fede (Paradiso XXIV ) — alla cui lettura integrale commentata rimandiamo (anche per un esercizio di riappropriazione del Dante che è «nostro», come amava dire Paolo VI ) — proporremo ora la sintesi delineata da Francesco nella Lettera apostolica Candor lucis aeternae, emessa lo scorso 25 marzo. Lo schema adottato è quello insito alla stessa Commedia, affidata com’è al dinamismo di un viaggio che, dalla «selva oscura» e dal fango infernale della storia col male, i vizi, le tragedie umane, ascende faticosamente sul monte purgatoriale della purificazione per accedere alla vetta suprema della salvezza paradisiaca.

Siamo di fronte a un paradigma teologico incarnato nella stessa vicenda storica che l’umanità vive e sperimenta in quell’«aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XXII , 151), ma che è aperto all’escatologia. Per questo Dante può essere definito come «profeta di speranza e testimone del desiderio di infinito insito nel cuore dell’uomo». La sua concezione teologica è la riedizione libera e poetica del tema del regno di Dio che attecchisce come seme nel terreno spesso arido e sassoso del mondo, ma che è destinato a crescere in albero sul quale si posano gli uccelli del cielo, per usare una celebre metafora evangelica. In questo itinerario verso la pienezza sono in azione due potenze efficaci: da un lato, la misericordia di Dio che stende la sua mano liberatrice, e dall’altro, la libertà umana che la afferra, così da essere sottratti al gorgo tenebroso del male.

È interessante notare che Francesco riserva alla dialettica grazia-libertà un’intensa riflessione adottando come emblema lo scomunicato re Manfredi, figlio di Federico II , che sulla soglia della morte, trafitto da due colpi di spada, confessa: «Io mi rendei, / piangendo, a quei che volontier perdona. / Orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei» (Purgatorio III , 119-123). Facile è scorgere in filigrana la parabola evangelica del Figlio prodigo.

 

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