L’ultimo congresso con Aldo Moro. Di Capua, intellettuale al servizio del partito, lascia le impronte sulla storia dc.

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È stato un cultore della politica, sempre amandola e coltivandola, tanto da dedicare tempo e passione, specialmente negli ultimi anni della sua vita, alla sconfinata raccolta di libri e documenti sulla storia della repubblica, dagli esordi fino ai nostri giorni.

Ci ha lasciato in punta di piedi, Giovanni Di Capua, il più “democristiano” degli storici per passione, privo di titoli accademici ma ricco di entusiasmo e dedizione. Scrittore infaticabile, si è trovato più volte all’incrocio di vicende importanti della Dc, esercitando per parte sua un ruolo discreto e tuttavia incisivo di “intellettuale al servizio della politica”.

Il suo Archivio, a Tarquinia, è una magniloquente testimonianza del lavoro di accumulo e selezione di materiali spesso introvabili, che prima o poi le istituzioni dovranno provvedere a valorizzare.

Certamente, avremo modo di rendergli l’onore che merita, ma intanto pensiamo di offrire un minuscolo esempio del suo fecondo approccio alla “lettura” della politica. Ecco allora che ai nostri lettori proponiamo la parte finale di un lungo articolo incentrato sul congresso del 1976, quello che incoronò Zaccagnini, segretario non ancora legittimato dalla grande platea degli iscritti, alla guida della Dc (il testo è tratto da “Appunti-bimestrale di ricerca e documentazione politica”,  n. 25 del gennaio-febbraio 1980).

(L. D.)

 

Giovanni Di Capua

 

Nella sua relazione Zaccagnini confermò, infatti, la disponibilità della Dc a ricostruire l’alleanza con il Psi, purchè su basi nuove rispetto al passato, cioè fuori dalla legge della lottizzazione che l’aveva inquinata e fatta cadere. Ma non fece, in direzione del Pci, alcuna concessione che non rientrasse nella classica delimitazione morotea fra area di governo e area di pungolo responsabile da una posizione di opposizione critica. Sicchè risultò facile a Fanfani replicare che, considerata l’esperienza fatta e l’indisponibilità socialista del momento verso soluzioni politiche organiche ( a palazzo Chigì c’era l’onorevole Moro con un governo monocolore), non si usciva da un dilemma obbligato: o il Psi accettava l’impostazione democristiana dei rapporti politici e programmatici o la via delle elezioni anticipate diventava inevitabile.

 

Moro si tenne, ovviamente, sulla stessa linea di Zaccagnini, per la cui conferma alla segreteria spese ogni migliore energia. Moro continuò a respingere l’idea di una apertura al Pci, ma sostenne che un nuovo corso del centro sinistra, o comunque una nuova alleanza parlamentare e di governo della Dc col Psi, dovesse consentire ai comunisti, senza mutamenti nel loro ruolo nelle istituzioni, di mettere a disposizione del paese la loro grande forza rappresentativa. Condizione per pervenire ad una tale novità politica, che lasciava inalterati i ruoli tradizionali della Dc e del Pci, ma faceva cadere prevenzioni sui contributi positivi che i comunisti potevano fornire alla conservazione degli equilibri democratici del paese, Moro disse che era l’unità dei democratici cristiani. Il lungo applauso tributato a Moro (otto minuti in piedi, mentre Fanfani abbracciava il presidente del consiglio e Zaccagnini a fatica riusciva a stringergli la mano) evidenziava come lo spartiacque fra i gruppi non fosse quello accreditato ed ingigantito dalla stampa; e come, fra le correnti moderate della Dc, le tesi morotee trovassero accoglienza tutt’altro che formale.

 

In realtà il congresso continuò a distinguersi su sfumature, più che su nette contrapposizioni: le differenziazioni riguardavano il modo col quale ricercare, intessere, conservare e sviluppare un nuovo rapporto col Psi, onde evitare di fare i conti, a livello parlamentare e di gestione del potere, col partito comunista. I pochi che avevano una opinione diversa, non riuscirono neppure ad illustrarla in maniera convincente, né diffusa. Il congresso si esaltava a richiamare Zac e la sua immagine di rinnovamento, in polemica con l’area Daf (dorotei, andreottiani e fanfaniani) che organizzava in quella fase le opinioni più moderate del partito; ma non andava al di là di reazioni emotive, restando chiuso, cosciente o no, sulla alternativa che proprio Fanfani (il personaggio contro il quale era implicita la polemica della maggioranza degli invitati, i quali partecipavano con le loro interruzioni al dibattito congressuale) aveva brutalmente indicato: o il Psi accettava le condizioni democristiane o le elezioni anticipate risultavano inevitabili. Come poi fu.

 

Le cronache del tredicesimo congresso sono ricche di spunti polemici verso le persone, poverissime di distinzioni politiche di rilievo. Né poteva essere diversamente, essendosi creato, deliberatamente, artificiosamente o casualmente che fosse, un clima nel quale chi tentava dei distinguo rischiava la contestazione dura e spietata della tribune. In quelle condizioni diventava impossibile una conclusione che non fosse affidata all’immagine, più che alla sostanza, ai condizionamenti rigidi delle correnti, più che alla elaborazione di soluzioni più rappresentative della complessa realtà democristiana. Per questo chi pensava che si potessero smuovere a favore di Forlani (il quale fu sollecitato a presentarsi candidato, dopo aver dichiarato di rinunciare al match) voti cogelati nel campo delle sinistre, aveva sbagliato i propri calcoli, essendo, invece, più probabile, nel segreto delle urne, uno spostamento di voti da destra verso sinistra, date le tradizioni di opportunismo più frequenti nelle correnti di destra che in quelle di sinistra, nella Dc.

 

L’esito del voto sul nome del segretario, com’era prevedibile dati i ricordati condizionamenti, fu a favore di Zaccagnini, il quale ottenne 885.500 suffragi (pari al 51,57 per cento); Forlani raccolse 831.500 voti (il 48,43 per cento): lo scarto minimo di 54 mila voti diceva che Zaccagnini ce i’aveva fatta per appena 27 mila voti. quanti gliene ne avevano portati ex dorotei ed esponenti marchigiani già vicini a Forlani. Nelle votazioni per l’elezione del consiglio nazionale, i rapporti di forza fra il campo delle sinistre e l’area Daf mantennero, grosso modo, le stesse proporzioni. Ai consiglieri dei due gruppi dovevano, però, aggiungersi quelli della mini corrente di Arnaud e Prandini (6 seggi) nata nel vano tentativo di operare una mediazione fra i due grossi raggruppamenti contrapposti e incomunicabili dell’area Zac e dell’area Daf che gli eventi successivi. particolarmente il voto del 20 giugno 1976, avrebbero ridimensionato e rimescolato, dimostrando la fragilità di intese troppo rigide in un partito pluralista. rappresentativo di una complessa realtà nazionale.