L’ULTIMO VIAGGIO DI LORENZO. I SETTE CHILOMETRI PERCORSI DAL SANTO NELL’AGOSTO DEL 258 PRIMA DEL TRAGICO EPILOGO.

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Nella Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura, ogni 10 agosto, Roma celebra la festa di un cristiano la cui «virtù fu vittoriosa», come sottolinea Agostino.

Paolo Mattei

Sette chilometri. Questa più o meno la lunghezza del percorso che, secondo la tradizione, Lorenzo seguì nei primi giorni di agosto del 258, quando attraversò Roma per andare incontro al suo destino. Tra le Catacombe di San Callisto, dove fu arrestato, e il colle Viminale, dove fu giustiziato in odium fidei, la città custodisce le tracce dell’ultimo viaggio del santo diacono, un itinerario punteggiato da varie chiese che ne fanno memoria (e che nel Medio Evo erano più di trenta).

 

Scendendo per via Urbana, da Santa Maria Maggiore verso piazza della Suburra, nel silenzio di San Lorenzo in Fonte, chiesetta anonimamente incastonata fra le case che fiancheggiano la strada, si conservano gli spazi angusti della prigionia del giovane cui papa Sisto II aveva affidato il servizio dell’assistenza ai poveri di Roma. Nelle pareti dell’unica piccola navata ci sono due porte: sull’architrave di quella di sinistra, l’iscrizione «Aditus ad carcerem et fontem S. Laurent[ii]» indica l’ingresso all’ipogeo in cui il diacono, utilizzando una sorgente d’acqua tuttora viva — e purtroppo da anni inaccessibile per motivi di sicurezza — battezzò non solo il compagno di prigionia Lucillo, ma pure il carceriere, il centurione Ippolito, anche lui martire e contitolare dell’edificio sacro. Sull’altra porta, nella parete destra, l’epigrafe recita «Thesauros Ecclesiae dedit pauperibus», espressione tratta dall’antica antifona del Magnificat nei Vespri della festa del santo. Ed era proprio a motivo di quel gesto — distribuire tra i poveri i tesori della Chiesa — che Lorenzo si trovava incarcerato.

 

Un gesto definito da Ambrogio, nell’inno Apostolorum supparem, “dolus”, cioè “inganno”, beffa ordita ai danni dell’imperatore Valeriano, che, emesso il giudizio di condanna a morte nel Foro, nel luogo in cui ora troneggia alta su un podio la chiesa di San Lorenzo in Miranda, aveva intimato al santo “levita” (come lo definì Prudenzio) di consegnargli, prima dell’esecuzione, i beni ecclesiastici. Mai avrebbe immaginato di trovarsi davanti, qualche giorno dopo, una folla di indigenti, tra i quali l’“archidiaconus” aveva spartito denaro e cibo a seconda delle necessità di ognuno di loro: «Hi sunt opes ecclesiae», eccoli, i tesori della Chiesa. L’episodio si consumò, secondo vari racconti, sul colle Celio, nei pressi dell’attuale Basilica di Santa Maria in Domnica (la parete absidale della quale è decorata da affreschi seicenteschi dedicati alla vita del martire).

 

Così Lorenzo, dalla prigione della Suburra, fu trasferito duecento metri a nord, sulle pendici del Viminale, per subire l’estremo supplizio del fuoco nello spazio in cui ora si trova, sopraelevata sul piano stradale e circondata da un borghetto medievale, San Lorenzo in Panisperna, sull’omonima via. Sulla parete di fondo della bella chiesa — nella cui cripta sta il forno tradizionalmente riconosciuto come quello in cui il diacono fu giustiziato — si staglia un grandioso affresco manierista d’ispirazione michelangiolesca (il dipinto murale di più grandi dimensioni a Roma dopo il Giudizio Universale della Sistina) realizzato dal marchigiano Pasquale Cati a fine Cinquecento e raffigurante il Martirio di san Lorenzo.

 

In questo luogo la tradizione individua la fine della vicenda terrena dell’«arcidiacono pari quasi agli Apostoli […], onorato di un’eguale corona dall’identica fede romana», come recita il citato inno ambrosiano. Le spoglie del giovane uomo — effigiato quasi sempre con lo strumento del supplizio, la celebre graticola i cui resti sono conservati in San Lorenzo in Lucina, nel rione Colonna — furono trasferite nell’Ager Veranus, sulla via Tiburtina, dove riposano da quasi milleottocento anni. Oggi sono custodite, accanto a quelle di santo Stefano, nella Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura. Qui ogni 10 agosto Roma celebra la festa di un cristiano la cui «virtù fu vittoriosa», come sottolinea Agostino, solo perché «la carità non era simulata», ma dono di «Colui che la infonde nei nostri cuori e che ci dà la vera virtù».

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 5 agosto 2022.

(Articolo qui riproposto per gentile concessione)