Ma la società non è migliore

Non ci sono solo le beghe di palazzo, anche tra noi siamo da un pezzo al “tutti contro tutti”.

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La politica e i partiti in Italia sono generalmente disprezzati dalla società civile e non è cosa di oggi o di ieri.

Le pessime modalità ordinarie di gestione della “cosa pubblica”cui siamo tristemente abituati  non sono certo rimosse o dimenticate per merito delle mirabolanti promesse di cambiamento.

La gente percepisce il potere come uno strumento di vessazione, un luogo di intrighi e corruttele, un mezzo per realizzare interessi privati, clientele, malaffare.

Nel sentire comune si avverte la perdita di credibilità in una politica che ormai da molto tempo vive una lunga deriva di declino morale, ideale e fattuale.

Dopo la caduta delle ideologie e la progressiva scomparsa di una cultura del senso civico e del bene comune, i partiti si sono configurati come strutture oligarchiche e fortemente personalizzate.

Tutto è tristemente, drammaticamente deprecabile, inaffidabile, deteriore.

Ma la classe politica non viene generata dal nulla: nasce, cresce e fa carriera in una società civile dove evidentemente prevalgono gli aspetti negativi, nei comportamenti individuali e collettivi.

Si tratta di una inesorabile decadenza che caratterizza il modo di vivere.

Non ci sono solo le beghe di palazzo, anche tra noi siamo da un pezzo al “tutti contro tutti”.

Corruzione dilagante ad ogni livello del pubblico e del privato, elusione del senso del dovere, rivendicazione unilaterale dei diritti, odio sociale e rampantismo si accompagnano a sentimenti di invidia, cattiveria, sospetto, delazione, diffidenza, rancore, indifferenza, cinismo.

E nel fare e nell’essere guardiamo soprattutto al tornaconto personale, al mero interesse materiale, alla convenienza del momento.

C’era un tempo in cui una stretta di mano o la parola data erano il suggello di valori sacri e tramandati, erano un patto di onore e di lealtà, cui non si poteva venir meno.
Senza dubbio la storia ciclicamente si ripete e non vi è nulla di nuovo sotto il sole: eppure il progresso dovrebbe essere al servizio del bene, la comunicazione aiutare la comprensione, lo studio e la lettura renderci migliori.

Non è così purtroppo: lo riscontriamo sui luoghi di lavoro, nelle riunioni di condominio, nelle file alle casse del supermercato. 

Il concetto di bene comune viene enunciato ma disatteso nelle nostre azioni di vita quotidiana.

Il senso del dovere potrebbe conservare una sua sacralità, essere speculare alla coscienza: purtroppo l’ego anzi il ‘super ego’ ci spingono a demonizzare il prossimo, la vita degli altri diventa un inciampo sul nostro cammino perché prevalgono narcisismo e ipertrofia dei diritti soggettivi.

Possiamo allora addebitare alla politica le colpe che ha e che merita. Tutte, nessuna esclusa.

Ma non possiamo nasconderci dietro l’alibi del potere malandrino e dell’innocenza sociale.

Basta guardarci attorno, aprire o chiudere una porta di casa per trovare violenza, prevaricazione, doppiezze, inganni, sopraffazione: contro le donne, contro i minori, contro gli anziani, i deboli e gli indifesi.

Il bene è nascosto, eluso, deriso. Le regole sono saltate, disattese, raggirate. La vita stessa, la dignità umana, il rispetto per gli altri  non sono più un valore.

E se siamo un po’ tutti naufraghi alla deriva, clandestini che camminano a bordo di un’epoca senza orizzonti non possiamo immaginare, credere o sperare che coloro che deleghiamo – affinchè ci rappresentino – possano come per un miracolo essere alla fin fine migliori di noi.