Ma Zingaretti è il “nuovo corso”?

È persin ovvio, nonché scontato, arrivare alla conclusione che questo partito non può rappresentare una vera, solida e soprattutto credibile alternativa politica al pentaleghismo o al futuro centro destra.

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Quotidianamente leggiamo e ascoltiamo solenni pronunciamenti sul “nuovo corso”, sulla “ripartenza”, sul profondo “cambiamento” che ormai ha intrapreso il Partito democratico dopo le svariate ed innumerevoli batoste politiche ed elettorali a cominciare dal 2015. Normalmente, e curiosamente, questi solenni impegni arrivano da tutti coloro che hanno condotto, guidato, condiviso e supportato le sconfitte elettorali. Già di per sé è un fatto singolare, se non anacronistico. E il prodotto di queste solenni pagliacciate – lasciatecelo dire – è l’ulteriore e progressiva caduta di consensi nei vari sondaggi che vengono commissionati. Caduta di consensi che rappresenta il frutto di una gestione politica alquanto approssimativa se non autodistruttiva. Cioè, chi ha affondato il partito e il centro sinistra, e chi ha contribuito ad affossarlo con l’appoggio incondizionato e osannante del “capo”, candidamente si erge a ricostruttore e a salvatore della patria. È persin ovvio, nonché scontato, arrivare alla conclusione che questo partito non può rappresentare una vera, solida e soprattutto credibile alternativa politica al pentaleghismo o al futuro centro destra.

Ora, se questo è quello che passa il convento, ci saremmo aspettati che una eventuale alternativa al renzismo – cosa a tutt’oggi pressoché inverosimile ed astratta nell’attuale Pd – filtrasse attraverso una prassi politica e un progetto di governo del tutto diversi se non alternativi, appunto, a ciò che ha rappresentato l’ex sindaco di Firenze per lunghi quattro anni. E invece, con sommo stupore, apprendiamo dalla concreta vicenda che sta emergendo dalla maggioranza della Regione Lazio, che non c’è alcuna differenza politica sostanziale rispetto a ciò che ha caratterizzato la stagione renziana. Ovvero, una maggioranza che si stabilizza attorno ad una operazione di chiara marca trasformistica ispirata al solito trasversalismo che poco c’entra con il centro sinistra, con il cambiamento, con il rinnovamento della politica e con uno stile ” diverso” rispetto a quello praticato sino ad oggi.

Insomma, viene semplicemente da chiedersi: ma se il Presidente Zingaretti si candida (legittimamente) alla segreteria nazionale del Pd – il che dovrebbe essere incoraggiante per le sorti future del Pd e del centro sinistra – sarebbe questo il “metodo” e la “prassi” concrete che lo rendono alternativo a Renzi, al renzismo e a tutto ciò che non è più considerato politicamente praticabile all’interno di quel partito? Come si suol dire, se questa è l’alternativa, meglio l’originale. Anche perché se dal partito cardine del centrosinistra non c’è alcuna diversità tra il metodo praticato in questi anni e chi rappresenta, almeno sulla carta, la cosiddetta alternativa politica, nella concreta gestione del partito, c’è da essere seriamente preoccupati sul futuro di questa coalizione.

P.S. Ma tutti quei rinnovatori in servizio permanente della maggioranza che governa la Regione Lazio – penso al movimento dei sindaci e ad una lista di centro ispirata ai valori cattolici – ritiene che la stabilità della maggioranza, a qualsiasi prezzo e a qualsiasi condizione, sia l’unico elemento di cambiamento, di rinnovamento e di superamento del vecchio? Se così fosse, anche quelle esperienze politiche farebbero già parte, e a pieno titolo, di un passato persin troppo noto alle cronache politiche. Amen.