MADE IN ITALY O BY ITALICS? OCCORRE ALLARGARE L’ORIZZONTE. L’EUROPA HA CONOSCIUTO NEI SECOLI IL SOFT POWER ITALICO. 

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Se è vero che un grande bacino di messaggeri, consumatori ed estimatori della civiltà italica, acquista e richiede, spesso indistintamente, prodotti made in Italy e made by Italics, è forse ora di approfondire e riconoscere il potenziale della seconda categoria, assai meno conosciuta della prima.

Giuseppe Terranova

Sicuramente Russell Crowe, neo Ambasciatore di Roma nel mondo, è un insaziabile consumatore di prodotti made in Italy, ma anche made by Italics. La distinzione tra le due categorie non è forse nota al Premio Oscar, ma è un dato di fatto di cui l’Italia dovrebbe prendere atto. Perché l’indimenticato interprete de Il Gladiatore rappresenta uno dei volti più noti degli oltre 250 milioni di italici nel mondo. Si tratta di una vasta ed eterogenea categoria di persone accomunate dall’apprezzamento e dal riconoscimento del fascino del Bel Paese. L’Italico non ha necessariamente il passaporto o un legame di sangue italiano, può vivere in Italia o in qualsiasi altra parte del globo. Il modo di vivere e la comunanza dei valori è il collante che unisce gli italici nel globo e ciò può rappresentare un formidabile soft power per lo Stato italiano. Il riferimento è a quello straordinario e unico mix di cultura, gusto, stile, artigianato di qualità, moda, design, industria fine, elettronica, robotica, imprenditoria d’avanguardia, eccellenza gastronomica che danno vita a una raffinata e unica arte del vivere bene.   

Se è vero che questo bacino di messaggeri, consumatori ed estimatori della civiltà italica, acquista e richiede, spesso indistintamente, prodotti made in Italy e made by Italics, è forse ora di approfondire e riconoscere il potenziale della seconda categoria, assai meno conosciuta della prima. Fermo restando che l’una non esclude l’altra. Tanto più che il neonato Governo italiano ha deciso di rinominare il Ministero dello sviluppo economico in Ministero delle imprese e del made in Italy. Una nuova etichettatura che, peraltro, era stata lanciata il 27 febbraio 2020 da un convegno di categorie interessate con la partecipazione di esponenti politici che evidentemente hanno recepito l’idea.  

A rilanciare il dibattito su questi temi è stato di recente Piero Bassetti, riprendendo i contenuti di una prolusione all’Università della Tuscia, con un’intervista rilasciata a Il Settimanale, rinato magazine che intende rappresentare, dall’osservatorio privilegiato della Brianza, le dinamiche delle piccole e medie imprese italiane. Due i concetti chiavi dell’intervento del noto imprenditore, politico ed economista, fondatore dell’Associazione Svegliamoci Italici. 

Il primo: “Il mio discorso identifica l’italianità non in base ai confini, ovvero la dimensione del cuius regio eius religio, cioè il luogo dove sei nato che identifica la tua nazionalità e la nazionalità che identifica la tua personalità; io ritengo che l’italicità sia una dimensione culturale e geografica che trascende i confini. Noi siamo uno stivale, l’importante è stabilire di che gamba e per quale finalità. L’Italia, soprattutto quella del Nord, non è chiusa in sé stessa: la Brianza non lavora solo per i brianzoli e gli italiani non lavorano o esprimono i propri valori solo per chi sta all’interno degli spazi della Repubblica ma si rivolgono a tutto il mondo”.

Il secondo riguarda la necessità di riconoscere la categoria del made by Italics accanto a quella del made in Italy. Perché quest’ultima rappresenta “il più classico esempio del vestito stretto” per rappresentare la globalità delle eccellenze italiche. “Se lei mangiasse un vasetto di Nutella a New York non mangerebbe un prodotto made in Italy perché è realizzato in Canada, però è fatta by Italics, da un saper fare e da una cultura che è solo e soltanto nostra”

Un concetto, quest’ultimo, condiviso, sia pur con declinazioni diverse, da una parte non trascurabile dell’imprenditoria italiana, si veda l’intervista de Il Sole 24 Ore del 7 ottobre 2020 al Presidente di Confindustria di Macerata, Domenico Guzzini, titolare dell’omonima azienda, eccellenza internazionale nell’industria dei casalinghi. 

Le proposte avanzate da Piero Bassetti potrebbero sembrare visionarie se oggi non avessimo a disposizione la tecnologia del digitale. Possiamo certificare che un prodotto è stato fatto totalmente in Italia (made in Italy). Oppure, se il prodotto è fatto all’estero per tutta o parte della sua catena produttiva, possiamo certificare che ogni singolo passaggio rispecchia gli standard qualitativi italici e che il prodotto finito è conforme agli usi, costumi e gusti che caratterizzano il nostro Paese, non soltanto l’ultimo anello della catena importando semi lavorati da altri paesi (made by Italics). 

È un orizzonte descritto nei dettagli da Luca Laurenti nella rivista di Geopolitica Mondo Nuovo. La garanzia della qualità del prodotto, della sua sicurezza, della tutela ricevuta dai lavoratori, delle cautele ambientali prestate, fino a oggi sono stati garantiti dalla formula del made in. Sapere che una o più fasi della produzione si siano svolte in un determinato territorio, soggette al controllo di un potere statuale, equivale transitivamente a dire che quel prodotto è nato in conformità alle norme vigenti in quello stesso Paese. Forse in passato questa era una strada obbligata. Oggi, grazie allo sviluppo tecnologico, no: si veda alla voce blockchain. È diventato possibile immaginare che il controllo di conformità a determinati requisiti sia strutturato su una architettura decentralizzata, meno legata all’origine geografica, e più a disciplinari di produzione, applicabili ovunque. E con garanzie anche maggiori. 

Facciamo un esempio. Oggigiorno il consumatore che acquista un bene made in Italy, cosa compra? Qualcosa che, rispettando il Codice doganale dell’Unione europea, abbia avuto la sua ultima trasformazione o lavorazione sostanziale in Italia. Cosa sa però delle materie prime utilizzate per produrre il bene? Cosa sa delle condizioni di lavoro dei produttori? E infine, cosa sa dell’impatto ambientale delle lavorazioni precedenti a quella che ha determinato legalmente l’origine geografica? Molto poco, per non dir nulla. Sarebbe allora un progresso poter incorporare queste informazioni in un marchio diverso da quello geografico. Un marchio che racconti non più soltanto del luogo, ma del modo, ovvero del saper-fare che è frutto di una specifica e tuttora viva civiltà, quella italica. 

Tale nuovo corso garantirebbe una certificazione severa e trasparente dei nostri marchi del made in Italy e del made by Italcs. Entrambi potrebbero essere rilanciati e riconosciuti su scala globale attraverso innovative forme di promozione praticata con la contaminazione di altri versanti del soft power italico: integrazioni territoriale, turismo, cultura, artigianato, etc. Senza contare che questo consentirebbe al sistema Italia di beneficiare, ben oltre i confini nazionali, dello straordinario potenziale dei 250 milioni di italici sparsi nel mondo. L’Italia ha sempre prosperato quando trascendeva il confine ideale, a cominciare da Roma per passare al Medioevo e al Rinascimento, passaggi che sono stati tutti a carattere meta-nazionale. Come ricorda Marco Pellegrini nelle prime pagine de Nella Terra del Genio, con il localizzare il santuario dell’intelligenza creativa non nella Gerusalemme biblica, ma nella Roma di Cicerone e di Virgilio, il Rinascimento inoculò un rivoluzionario germe di laicità nella tradizione della cultura occidentale. Per la prima volta dopo la cristianizzazione dell’Europa, una civitas terrena – Roma – soppiantò la città celeste – Gerusalemme – come patria ideale di un’umanità ammirata nel suo piú alto grado di nobiltà. 

L’intera Europa fu segnata dal soft power italico (potere non aggressivo, lontano da pretese di egemonia) che aveva creato un reticolo immateriale ma forte e percepibile, fatto di cultura, di arti, di relazioni tra studiosi distanti tra loro migliaia di chilometri. Un reticolo di dimensione europea reso vivo dalle spinte spontanee originate dai territori, dalle religioni e dalle eresie, dagli scambi di docenti e di alunni tra Università, ma pur sempre in relazione virtuale di continuità con lo spirito della Roma antica e della Roma cristiana, testimoniato e perpetuato  dalle strade consolari e dagli acquedotti ancora funzionanti, dalle biblioteche salvate e conservate nei Conventi e nelle Abbazie, dai percorsi dei pellegrini sulla via Francigena e sulla via Romea, dalla stratificazione bimillenaria, senza soluzione di continuità ed in generale senza rimozioni forzate, di monumenti, insediamenti umani, usi e tradizioni, linguaggi e culture locali.