Mancano i fondi per le periferie o manca una politica per i comuni?

Sembra, oramai, che le tutte le relazioni che attengono alla vita pubblica debbano fare i conti con l’esplosione del turpiloquio politico.

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Ancora non è stato chiarito il motivo per il quale l’emendamento destinato a cancellare i fondi per i progetti di riqualificazione urbana sia stato votato all’unanimità in commissione e in Aula al Senato. Ufficialmente si è trattato di un errore, ma in questi casi l’assenso delle opposizioni, nel quadro di votazioni a raffica contro un testo governativo (il “mille proroghe”), dove per altro non saltavano agli occhi le ragioni “alte” determinanti uno spirito di convergenza, non è usuale e di regola manca. Sta di fatto che il senatore a vita, l’archistar Renzo Piano, pur assente come capita spesso ai membri particolarmente illustri che devono la loro nomina ai Presidenti della Repubblica, si è esercitato a contestare con durezza la condotta dei suoi “amici” più prossimi, vale a dire i rappresentanti del Pd.

Le diverse reazioni hanno fatto registrare toni di particolare sdegno, fino all’accusa di “furto con destrezza” lanciata all’indomani dell’episodio dal Presidente dell’Anci e Sindaco di Bari (nonché Presidente dell’omonima Città metropolitana). Il furto, a prima vista, risultava assai grave per gli interventi previsti nell’area metropolitana barese, in percentuale superiore alla media degli altri enti (in tutto 108 comuni e 13 città metropolitane). A poche ore di distanza, per riparare ai guasti prodotti dall’emendamento, lo stesso Decaro ha chiesto la convocazione urgente della Conferenza unificata Stato, Regioni e Città con l’obiettivo di stabilire la conferma di fondi già stanziati (circa 800 milioni) e lavorare, attraverso il consenso delle Regioni, al consolidamento della cifra complessiva prevista (2 miliardi e 100 milioni in due anni).

Comunque, non si era mai registrato un coro di contestazioni all’indirizzo del governo in forma così acre e stizzita. A forza di alzare la voce si è superato il livello di guardia. Sembra, oramai, che tutte le relazioni che attengono alla vita pubblica debbano fare i conti con l’esplosione del turpiloquio politico. Invece il dibattito avrebbe necessità di un ritorno alla misura e al decoro, dando nuovo corso alla tradizionale moneta della buona educazione politica. All’ombra del populismo non può crescere un antipopulismo egualmente sguaiato e rissoso, come se l’Italia fosse un’immensa trattoria occupata da ubriaconi o, per dirla in modo gentile, da festaioli particolarmente vivaci.

Tutto questo, nel tripudio di battaglie insignite di sprezzo e rancore, lascia in un angolo una riflessone più attenta sull’accaduto, allorché ci sarebbe in effetti da interrogarsi sulla distorsione di una finanza locale da anni contratta nei numeri (trasferimenti, entrate autonome, investimenti locali) e innervata, a scapito della coerenza del sistema autonomistico, di misure straordinarie che si traducono in finanziamenti ad hoc. I fondi per le periferie, maldestramente congelati dal Governo per assicurare ai Comuni la fruizione in sede di rendiconto e assestamento di bilancio dei cosiddetti avanzi di amministrazione, sono l’emblema di una politica contraddittoria e in parte discriminatoria. In realtà, a beneficiarne sono sostanzialmente i capoluoghi di provincia, come se La riqualificazioni di alcuni quartieri debba riguardare solo alcuni comuni medio-grandi, e non anche i centri minori.

Andrebbe studiata altresì la casistica degli interventi, la loro effettiva razionalità, l’impatto sulla vita dei cittadini. In genere, si dice, sono tutti progetti utili e interessanti, salvo dover osservare però una bassa incidenza, leggendo le prime schematiche classificazioni, della voce “innovazione tecnologica”. Quindi si dovrebbe discutere di più e meglio sul tipo di sviluppo locale che alcune misure possono determinare. Non tutto è oro quel che riluce, nemmeno in questo contesto d’incentivi a pioggia per la riqualificazione urbana, con l’inevitabile conseguenza di veder penalizzate, rispetto ai 121 enti prescelti, gli altri 8.000 Comuni o poco meno.

La questione di fondo è che la ripresa degli investimenti, non solo in materia di recupero delle periferie, passa attraverso un disegno più organico. Le risorse sono scarse, non c’è dubbio; ma quelle esistenti, benché non adeguate a soddisfare le sempre soverchianti esigenze, sono da ricondurre entro un processo di rivitalizzazione a tutto spettro della finanza territoriale. Se l’Italia ha necessità di stimolare la crescita, pena l’avvitamento della dinamica tra Pil e debito pubblico, i Comuni costituiscono la leva principale del possibile rilancio degli investimenti, operando su scala locale e perciò stesso con più speditezza, nella generalità dei casi, in vista di ciò che serve per allestire o rifare infrastrutture e opere pubbliche.