Marina Amori: le comunità territoriali di piccole dimensioni meritano di essere salvate

La storia c’insegna che la rivoluzione comunale dell’XI e XII secolo rappresentò in Italia la fine del feudalesimo e il distacco, senza spargimento di sangue, dal castello feudale.

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Riportiamo ampi stralci dell’intervento di apertura del convegno su “Il futuro dei piccoli comuni di montagna”, tenutosi sotto gli auspici della rivista mensile “Borghi Magazine” ieri mattina a Poggiodomo, municipio con appena 101 abitanti in provincia di Perugia.

I demografi e i sociologi ci raccontano di una evoluzione che già possiamo toccare con mano, qui attorno a noi, relativa alla crescita esponenziale delle grandi città. Nei prossimi 20 anni si presume che nel mondo, specialmente nell’Asia altamente popolata, la concentrazione urbana costituirà il fattore decisivo della organizzazione dei diversi sistemi sociali e nazionali. La dimensione delle megalopoli, con 20 o 30 milioni di abitanti, non sarà più un’eccezione. Città del Messico o Il Cairo, Pechino o Londra, Lagos o Los Angeles, saranno affiancate da altre analoghe, immense conurbazioni. Cambierà pertanto il senso dell’appartenenza e dell’identità sociale, non solo per le persone coinvolte direttamente in questo gigantesco processo di accentramento. Ogni confronto determinerà la consapevolezza di essere in un’epoca profondamente diversa dal passato.

Oggi, in Italia, pensiamo a Roma o Milano o Napoli come grandi città; ma domani non potremo avere più la medesima percezione. Dovremo mutare il nostro paradigma di giudizio, dovremo chiederci che cosa resterà della tradizionale “visione” dei nostri comuni a dimensione umana. Non penso che potremo accettare che nulla sopravviva all’ipertrofico contesto urbano e metropolitano. Forse scopriremo che solo il retroterra di tante comunità territoriali – piccole ma feconde – potrà conservare il carattere più intimo di una civiltà a misura d’uomo.

La storia c’insegna che la rivoluzione comunale dell’XI e XII secolo rappresentò in Italia la fine del feudalesimo e il distacco, senza spargimento di sangue, dal castello feudale. Nel nostro DNA di nazione opera questa peculiare esperienza di “rinnovamento nella libertà”. I nostri comuni sono l’emblema di una trasformazione pacifica e nondimeno generosa, fervida e nondimeno tumultuosa. Dunque siamo figli, anche noi, di tale “vissuto storico”. In questo senso il legame con il passato ci porta alla difesa di valori e convinzioni radicate e conseguentemente anche di pietre e muri che ne incarnano il significato di generazione in generazione.

Come dice Vittorio Sgarbi nella sua lezione magistrale “Borghi e città: il paesaggio della bellezza italiana”, le piccole comunità rappresentano il luogo della memoria, della testimonianza del lavoro, della cultura e delle tradizioni delle generazioni che ci hanno preceduto, cultura e tradizioni che meritano di essere salvaguardate, difese e ricordate.

Siamo qui, allora, per immaginare che un piccolo comune debba aiutarci a regolare gli orologi del tempo che verrà; a spostare in avanti il confine tra spopolamento delle aree interne o di montagna ed espansione demografica dei maggiori centri urbani; a rendere visibile la necessità di un nuovo equilibrio, con tanti Poggiodomo in prima fila nel fare ancora dell’Italia una terra di bellezza e di senso della vita. È il motivo di fondo che autorizza a predicare la necessità della “salvezza” dei nostri comuni minori.

I numeri sono impietosi. Di questo passo, se non s’inverte la marcia, la perdita di popolazione minaccerà l’esistenza di tanti municipi. Poggiodomo è un esempio: eravamo 731 abitanti nel 1959 – lo abbiamo appreso dal breve filmato della Rai – e oggi siamo giunti ad appena un centinaio. I giovani fanno altre scelte, inseguendo opportunità che nascono e crescono nei luoghi della globalizzazione metropolitana. Diventa faticoso perxiò prevedere un futuro positivo dinanzi a una curva discendente di tipo anzitutto demografico. Occorre un salto di fantasia e un atto di sana caparbietà: le tecnologie ci vengono in soccorso e spetta alle persone – a tutti noi – impiegarle per il rilancio della dimensione comunitaria locale, anche negli agglomerati di poche centinaia d’anime.

Non dimentichiamo che la cultura e la conoscenza sono il vettore della speranza per la rinascita dei piccoli comuni. Diversi ambiti, a partire dall’agricoltura, possono trovare l’innesco di nuove formule di progresso; un  progresso che passa anche attraverso il ripensare alle infrastrutture e ai trasporti, il potenziamento delle comunicazioni – rendere efficiente l’introduzione della banda larga – e dei servizi. Tutto questo è la condizione necessaria per garantire la “tenuta” del territorio.

Non è detto che il lavoro e la ricchezza debbano allocarsi esclusivamente lungo l’asse delle condizioni offerte dal sistema delle grandi città. Non è un destino ineluttabile.

Le cronache riportano sempre più spesso informazioni interessanti sulle scelte che sindaci e amministratori coraggiosi hanno pensato di intraprendere per rivitalizzare le loro comunità che sono fortemente esposte al rischio di estinzione. È uno sforzo che vale per i singoli territori, ma contribuisce a rinvigorire il tessuto umano e civile del Paese. Dobbiamo nutrire la speranza di un “rinascimento di prossimità”, un qualcosa che sia in grado di mobilitare, intellettualmente e politicamente, le energie sparse  in lungo e in largo quali espressione della cosiddetta “Italia minore”. Anche l’ambiente, fonte di preoccupazione ormai diffusa, può essere salvato attraverso una sorta di gemellaggio permanente tra città e piccoli comuni, operando in questo modo a tutela dei beni di natura.