Martelli ricorda la sua amicizia con Falcone a 30 anni da Capaci.

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Chi era il giudice che la mafia volle eliminare con fredda determinazione? Leonardo Sciascia fa dire a un personaggio alla fine di uno dei suoi più celebri romanzi: “che aggettivo e aggettivo: l’uomo non ha bisogno di aggettivo”.

Francesco Marcelli

Erano le 17:57 del 23 maggio 1992 quando un’esplosione apocalittica fece saltare in aria un pezzo dell’autostrada A29 in prossimità dello svincolo di Capaci insieme a Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini di scorta. Assieme a quell’autostrada anche lo Stato italiano era in frantumi quel giorno. Come ricorda Salvatore Lupo, “in quel tragico momento la storia della mafia andò a intrecciarsi con la storia d’Italia in maniera indistricabile, come mai era successo”.

 

Ad oggi sono trent’anni esatti da quella terribile strage. Ma andiamo con ordine. Non voglio in questo articolo raccontare cose già dette tante volte. Parlerò invece di un aspetto più originale e poco conosciuto, e cioè della storia di collaborazione e amicizia tra Giovanni Falcone e Claudio Martelli, come mi è stata raccontata da quest’ultimo in un’intervista rilasciatami di recente nella sua abitazione a Roma.

 

Nella primavera del 1987 i due si incontrarono per la prima volta. Martelli, desideroso di conoscere “il giudice più famoso al mondo”, andò a trovare Falcone nel suo ufficio a Palermo. Ebbero una lunga discussione durata dalle 16.00 alle 20.00 circa. Fu quella, come ricorda Martelli, “una lunga e interessantissima lezione di mafia; rimasi molto colpito da quel primo incontro con Falcone, persona che mi ha comunicato una grande, grandissima serietà. Si dedicò a istruirmi, in quanto avevo un’idea convenzionale, non attuale della mafia”. Tanto che alla prima domanda che gli pose, subito Falcone lo interruppe dicendogli che quella che viene definita genericamente mafia, lui preferiva chiamarla con il suo vero nome: Cosa Nostra. Questo loro incontro fu il primo di una lunga serie. Solo quattro anni dopo infatti, si ritrovarono a Roma per lavorare insieme.

 

Infatti nel febbraio del 1991, Giuliano Vassalli, giurista di grande valore, lasciò l’incarico di ministro di grazia e giustizia, ruolo che sarà appunto ricoperto da Claudio Martelli a partire dallo stesso mese. Tra le prime decisioni che prese, ci fu appunto quella di chiamare Falcone a lavorare a Roma, assegnandogli la carica di direttore dell’ufficio affari penali presso il ministero di grazia e giustizia. Come ha sottolineato l’onorevole Martelli, “lo chiamai al ministero perché a Palermo non poteva più lavorare. Era letteralmente perseguitato dai suoi colleghi”. Infatti Falcone, come ricordano tutti quelli che gli furono vicini, in primis Paolo Borsellino, fu spesse volte vittima di invidie e giochi di potere interni a quello che è stato definito “il palazzo dei veleni”.

 

All’estero era il giudice più famoso al mondo, in Italia un uomo non compreso o, ancor peggio, attaccato pubblicamente sui giornali e in televisione. Falcone era consapevole della pericolosità dell’azione volta a screditarlo e a isolarlo, ed è per questo che, quando il ministro di giustizia lo chiamò a lavorare al ministero, intravide in quella possibilità un’importante opportunità per debellare più efficacemente Cosa Nostra. Come afferma infatti anche lo storico Salvatore Lupo, “Falcone aveva deciso che non voleva essere un profeta disarmato. Sceglieva un alleato potente come Martelli sapendolo interessato a qualificarsi davanti all’opinione pubblica come avversario della mafia. E non aveva remore a puntare su Roma, tirandosi fuori dagli incancreniti conflitti del ‘palazzo dei veleni’ palermitano, per ottenere i risultati generali di politica giudiziaria che considerava ineludibili”.

 

Falcone e Martelli iniziarono quindi a lavorare insieme, ognuno insegnando all’altro qualcosa del proprio mestiere. “Che cosa fosse la mafia e quali fossero i mezzi opportuni per combatterla lui ne sapeva cento volte più di me; di come fare le leggi e farle approvare dal Parlamento e rendere la lotta alla mafia una priorità di governo glielo dovevo insegnare io”, ricorda Martelli. Iniziò a stabilirsi così tra loro un vero rapporto di amicizia, essendo tra l’altro accomunati da molte cose. “Avevamo due madri siciliane; entrambi da ragazzi eravamo stati influenzati dalla lettura dei Doveri dell’uomo di Giuseppe Mazzini; avevamo un amor di patria molto forte, che derivava in parte dall’educazione letteraria, in parte da quella familiare. Un tratto comune della nostra educazione era sia un forte senso del dovere, che si manifesta nel fare il proprio lavoro nel modo migliore possibile, sia un sentimento di amor di patria che si manifesta nell’idea che si deve servire la patria con il proprio impiego pubblico”.

 

Martelli ricorda inoltre quanto Falcone fosse un grande appassionato dell’Illuminismo e come questo suo essere “laico, repubblicano e illuminista”, li avvicinasse molto. I due parlavano per gran parte del tempo di lavoro, essendo entrambi individui abbastanza riservati, ma ogni tanto discorrevano anche “di politica, di costumi siciliani, della disorganizzazione dello Stato”. Avevano inoltre dei “piaceri comuni, come la buona tavola, il buon vino, il whisky”. Qualche volta, sottraendosi alle proprie scorte, andarono insieme al ristorante, a comprare qualche regalo e addirittura una volta anche al cinema. Per ragioni di lavoro capitò loro anche di fare viaggi insieme molto lunghi di dieci o dodici ore, persino negli Stati Uniti.

 

A tal proposito Martelli racconta un aneddoto interessante. Ricorda che una volta, essendosi mezzo addormentato sulla poltrona dell’aereo durante un tragitto molto lungo, fu svegliato dal respiro affannoso e ansimante di Falcone che sedeva accanto. Subito gli chiese cosa stesse accadendo e Falcone senza scomporsi rispose che stava facendo degli esercizi di contrazione dei muscoli, trattenendo il respiro per allenarsi e mantenersi in forma. Potrebbe apparire questo come un particolare insignificante, ma a mio parere credo che dica molto sul conto di un uomo che da giovane aveva fatto molto sport e che ora era costretto a vivere sempre blindato nel suo ufficio e che quindi non aveva grandi possibilità di mantenersi in esercizio all’aria aperta come fanno tutti coloro che godono di piena libertà. Falcone aveva imparato ad allenarsi in questo modo, come un recluso in carcere.

 

Nel frattempo la lotta alla mafia procedeva in maniera sempre più celere e certo non mancarono gli avvertimenti di Cosa Nostra nei confronti di chi si stava dimostrando troppo determinato a sconfiggere la criminalità organizzata. La sera del tre marzo 1991 due pregiudicati per associazione mafiosa esplosero colpi di arma da fuoco contro la scorta che presidiava la villa sull’Appia dell’onorevole Martelli. Il messaggio era chiaro: mandare un segnale al ministro di giustizia che qualche giorno prima era riuscito attraverso un “artificio giudiziario” a procrastinare la scadenza dei termini di carcerazione preventiva di una quarantina di boss mafiosi, che altrimenti sarebbero stati definitivamente messi in libertà da un giorno a un altro. Il giorno dopo Falcone stesso si recò sul luogo e definì l’accaduto non un attentato, bensì un “avvertimento”.

 

Guardando un attimo dopo negli occhi Martelli e scorgendo quasi una certa delusione da parte sua per questa definizione riduttiva, gli disse poi “tranquillo però Claudio, se continui così l’attentato te lo fanno”. Cosa che di fatto la cupola mafiosa cercò di realizzare nel gennaio del 1993 a Messina. Secondo quanto affermato anni dopo dal capo della polizia Manganelli, Cosa Nostra aveva deciso di far saltare in aria il ministro di giustizia che avrebbe dovuto presiedere a un comizio a Messina. All’ultimo però Martelli decise di disertare quel comizio, perché preferì evitare alla vigilia dell’assemblea nazionale del Psi di andare a una manifestazione troppo faziosa che poteva lacerare ulteriormente i rapporti tra le varie correnti interne al partito. Così per puro caso scampò all’attentato che Cosa Nostra aveva organizzato piazzando un po’ di tritolo sotto al palco dove egli avrebbe dovuto parlare. “Un colpo di fortuna”, come lo ha definito il diretto interessato.

 

Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone non ebbe la stessa fortuna. Tra l’altro sarebbe andata forse diversamente, se egli quel giorno non avesse deciso di guidare personalmente l’auto. Infatti dopo l’esplosione e lo schianto dell’autovettura lui e la moglie che erano seduti davanti persero la vita, mentre al contrario l’uomo di scorta seduto dietro riuscì a sopravvivere. Martelli ha spesso ripetuto come Falcone avesse questa mania di guidare spesso lui l’auto, cosa che per la sua sicurezza gli rimproverava sempre, così come anche il fatto di andare troppo a Palermo. “Io lo rimproveravo perché andava sempre tutte le settimane a Palermo. Lui mi rassicurò, anche se ero perplesso”. Purtroppo il destino gioca ogni giorno con la sorte degli uomini ed è senz’altro impossibile prevedere tutto. Falcone fu così barbaramente ucciso da Cosa Nostra presso Capaci con un attentato di proporzioni apocalittiche mai viste prima. Un attentato volto a eliminare il “nemico numero 1 della mafia”, per usare un’espressione di Marcelle Padovani, e a ripristinare la pax mafiosa; davanti a un’azione del genere però non possono non venire alla mente le parole di Tacito: “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (dove fanno il deserto, lo chiamano pace).

 

Credo infatti che quelle macerie causate dall’esplosione ben rappresentino il vero significato di pax mafiosa. Non appena saputa la notizia dell’attentato, Martelli salì a bordo di un aereo della presidenza del consiglio (essendo anche vicepresidente del consiglio) e si recò sul posto quanto prima. Ricevette in viaggio la notizia della morte di Falcone. Così egli commenta oggi l’accaduto: “Fu come se mi fosse venuto addosso un pezzo di quell’autostrada; quello fu il giorno più brutto della mia vita. Non vollero farmi vedere il cadavere, perché era in condizioni pessime. Nell’arco di qualche ora sul dolore si impose poi la rabbia e il dovere di reagire”. Reazione dello Stato che in effetti non si fece attendere e anzi, come dice anche Salvatore Lupo, fu “serratissima.

 

Il Parlamento varò i provvedimenti lungamente richiesti da Falcone, un regime carcerario speciale per i detenuti di mafia (articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario). Il giorno stesso della morte di Borsellino, Martelli decretò il trasferimento di centinaia di loro, destinazione le isolette di Pianosa e dell’Asinara, le ‘carceri speciali’ in cui erano stati rinchiusi i brigatisti: il blitz fu realizzato alle tre di mattina del 20 luglio, con uno spettacolare spiegamento di forze. Un paio di giorni dopo, Amato ordinò la cosiddetta ‘operazione Vespri siciliani’, cioè il dispiegamento di reparti dell’esercito nelle strade siciliane, a difesa di obiettivi sensibili”.

 

Il 15 gennaio del ’93 si arrivò addirittura all’arresto del capo dei capi, Totò Riina. “Dimostreremo che con questo assassinio la mafia ha fatto il peggiore affare della sua vita”, disse il ministro di giustizia il giorno della strage di Capaci. Ebbene, al di là della reazione del governo che può essere giudicata più o meno efficace, è innegabile il fatto che da quel momento la popolarità e il consenso che ruotava intorno a Cosa Nostra ha iniziato a vacillare sempre più. Quell’eccidio segna infatti una cesura fondamentale nella storia della lotta dello Stato italiano a Cosa Nostra; beninteso, la mafia non è stata sconfitta e c’è tutt’ora, ma nel sentire comune della popolazione locale non si può non scorgere un certo mutamento dal ’92 in poi, seppur ancora non determinante.

 

Riflettendo sulla tragica sorte del suo amico, Martelli parla dell’esistenza di “un’azione parallela contro Falcone volta a isolarlo e a depotenziarlo”: da una parte Cosa Nostra, dall’altra alcuni suoi colleghi del Csm e della Corte di cassazione. Come ha affermato infatti anche Borsellino qualche giorno dopo la morte di Falcone, “la magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il primo gennaio del 1988”, quando appunto il Csm, nonostante tutto, nominò Meli al posto di Falcone come successore di Antonino Caponnetto. Era quella un’inequivocabile azione atta a isolare Falcone e, come egli stesso ha anche ripetuto, l’isolamento è il preludio della morte in Sicilia: “si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”.

 

Non credo dunque sia sbagliato parlare di “azione parallela” contro Falcone, secondo cui egli era preso fra due fuochi: da una parte Cosa Nostra pronta a ucciderlo fisicamente, dall’altra una certa magistratura pronta a ucciderlo professionalmente. “Le parallele sono due rette che in geometria non si incontrano mai, ma questo è vero solo in geometria, nella vita si incontrano”, sostiene Martelli a tal proposito.

 

Dovendo scegliere una parola per descrivere il suo amico Falcone, Martelli ha utilizzato il termine probitas, con tutte le varie sfumature di significato che esso contiene. Parola indicante un uomo onesto, retto, ma specialmente tutto di un pezzo. Se ne sono usati tanti di vocaboli per descrivere positivamente Falcone, e non solo da parte di chi Cosa Nostra l’ha sempre combattuta; penso ad esempio al pentito di mafia Antonino Calderone che una volta disse: “ho collaborato con Falcone perché è uomo d’onore”, intendendo il vero senso dell’onore e non quello falso e ipocrita dei boss mafiosi.

 

Ho riflettuto anche io su quale parola o espressione fosse più adatta per descrivere una personalità come Giovanni Falcone, ma alla fine non ci sono riuscito; in risposta a tale quesito le uniche parole che mi sono venute in soccorso sono quelle che Leonardo Sciascia fa dire a un personaggio alla fine di uno dei suoi più celebri romanzi: “che aggettivo e aggettivo: l’uomo non ha bisogno di aggettivo”. Così come in quel romanzo, anche nella realtà credo che Falcone non necessiti di aggettivi, egli era un uomo, e basta.