Martin Luther King, il sognatore che non si è mai arreso.  Il ricordo sull’Osservatore Romano.

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Il Papa ha ricordato il reverendo anche nell’Enciclica “Fratelli tutti”, indicandolo, insieme a Desmond Tutu e al Mahatma Gandhi, tra i «motivatori» non cattolici del suo «spazio di riflessione sulla fraternità universale».

Davide Dionisi

«Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia, i figli di coloro che furono schiavi e i figli di coloro che possedettero schiavi sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza (…) Io ho un sogno, che i miei quattro bambini possano un giorno vivere in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della pelle». Il 28 agosto 1963, 300.000 manifestanti giunti da ogni parte degli Stati Uniti si trovarono al Lincoln Memorial, a Washington, per ascoltare il pastore battista, Martin Luther King che, nell’occasione, pronunciò il suo discorso più famoso: «I have a dream».

Il 4 aprile dell’anno successivo venne assassinato a Memphis, in Tennessee, da James Earl Ray, mentre al primo piano dell’Hotel Lorraine stava parlando con il reverendo Jesse Jackson, futuro primo candidato alla nomination del Partito democratico per le elezioni presidenziali. Ma il suo sogno, quello di «una società dove ci sia armonia e uguaglianza da conquistare attraverso la via della non violenza è ancora attuale», ha scritto Papa Francesco, il 18 gennaio dello scorso anno, in un messaggio a Bernice Albertine King, la figlia minore del leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, anche lei impegnata da anni nella promozione di una cultura di pace, basata sulla non violenza e contro ogni tipo di discriminazione.

Il Papa ha ricordato il reverendo anche nell’Enciclica “Fratelli tutti”, indicandolo, insieme a Desmond Tutu e al Mahatma Gandhi, tra i «motivatori» non cattolici del suo «spazio di riflessione sulla fraternità universale».

Dal 1986, anno in cui entrò in vigore la legge che istituì, tre anni prima, la festa nazionale per la sua nascita (da celebrare nel terzo lunedì di gennaio), gli Stati Uniti ricordano King con onori riservati solo al padre della patria, George Washington, e al presidente Abraham Lincoln.

A contrappunto di meeting e parate l’establishment politico e la stampa hanno da sempre aperto un dibattito su quanto resta della eredità del leader e soprattutto hanno cercato di fare il punto sulle condizioni attuali della gente di colore negli Stati Uniti Usa. Ieri i suoi eredi, il primogenito Martin Luther King III , sua moglie Andrea Waters King e la loro figlia Yolanda Renee King, hanno marciato nella capitale all’insegna dello slogan “No celebration without legislation”, nessuna celebrazione senza legislazione.

L’obiettivo è quello di premere sulla Casa Bianca e sul Senato per l’approvazione delle leggi a tutela dei diritti di voto. Nel proclamare le celebrazioni del #MlkDay la Casa Bianca ha così rievocato la figura dell’attivista: «Ha condiviso un sogno che continua a ispirare una Nazione: portare giustizia dove c’è ingiustizia, libertà dove c’è oppressione, pace dove c’è violenza e opportunità dove c’è povertà. Oggi, persone di ogni estrazione continuano quella marcia, alzando la voce per affrontare abusi di potere, sfidare l’odio e la discriminazione, proteggere il diritto di voto e accedere a posti di lavoro, assistenza sanitaria, alloggi e istruzione di qualità. In questo giorno, riflettiamo sull’eredità di un uomo che ha lanciato un appello alla coscienza della nostra nazione e del nostro mondo», si legge nel testo firmato dal presidente Joe Biden. Gli ha fatto eco il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres: «Martin Luther King ha dedicato la sua vita all’uguaglianza, alla giustizia e al cambiamento sociale non violento. Decenni dopo la sua morte, la lotta è tutt’altro che finita. Costruiamo sulla sua eredità mentre continuiamo a lavorare per un mondo migliore per tutti».

Ucciso nel 1968 a 39 anni, grazie al Martin Luther King’s Day, il pastore è entrato con questa ricorrenza nella storia americana e un suo busto, il primo in assoluto di un uomo di colore, si erge sotto la cupola del Congresso. Ma è il 10 dicembre 1964 che la missione del leader antisegregazionista ricevette la consacrazione definitiva con il premio Nobel per la pace. Fu il terzo esponente nero a ricevere il prestigioso riconoscimento dopo il sottosegretario all’Onu, Ralph Bunche, artefice nel 1950 della pace tra ebrei e arabi, e Albert Luthuli, sudafricano esiliato in una riserva cintata di filo spinato.

Martin Luther King fu preferito al cancelliere tedesco Konrad Adenauer, all’ex presidente Usa, Dwight D. Eisenhower, e al presidente francese Charles De Gaulle. Era già infatti molto noto in tutto il mondo tanto che, in virtù del suo strenuo impegno per la parità dei diritti civili, venne ricevuto, alcuni mesi prima, da Paolo VI .

Uscendo dall’udienza, scherzando con i giornalisti, disse: «Credo che sia la prima volta dal Concilio di Trento che un Papa romano riceve privatamente un protestante di nome Martin Lutero». Grazie alla sua costanza, il presidente Johnson firmò la legge sui “civil rights” e gliela consegnò di persona perché lo ritenne, insieme allo scomparso John Kennedy, il padre della legge che avrebbe restituito all’America un volto di giustizia. Il «Time» gli dedicò una copertina, proclamandolo “uomo dell’anno”, mentre l’Università di Yale gli conferì la laurea honoris causa per il suo rifiuto di ogni forma di violenza, nonostante le ripetute aggressioni subite.

Il giorno che gliela consegnarono King era nel carcere di St. Augustine, arrestato per la dodicesima volta. Discendente da una famiglia di pastori della chiesa riformata, nacque ad Atlanta, in Georgia, nel 1929. Studiò filosofia al Seminario teologico di Chester ed i suoi modelli presto diventarono Gandhi e il Vangelo. Ordinato nel 1954 fu inviato a svolgere la propria missione a Montgomery, in Alabama, dove iniziò la predicazione.

Presto si ritrovò alla presidenza di un comitato che divenne una delle più efficaci voci della protesta nazionale dei neri. Apostolo di una integrazione pacifica e graduale, fu accusato dagli estremisti del “black power” di essersi venduto ai bianchi perché il suo approccio pacifico non fu immediatamente compreso dagli abitanti dei ghetti. Ma era un uomo di fede e il suo messaggio fu ben presto capito da larghe fasce della popolazione (non solo di colore). Un sogno divenuto realtà perché, come ebbe a dire anni dopo il suo “collega” Mandela: «Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso».

Fonte: «L’Osservatore Romano» del 18 gennaio 2022 [Titolo: Il sognatore che non si è mai arreso. Nel ricordo di Martin Luther King].