Massimo Cacciari: Il lavoro dello spirito

Massimo Cacciari è Professore Emerito di Filosofia all'Università “Vita Salute” del San Raffaele di Milano. È autore di numerosi volumi tra cui "L'angelo necessario", "Geofilosofia dell'Europa", "L'arcipelago", "Il potere che frena", "Icone della legge", "Generare Dio", "Dell'inizio", "La mente inquieta. Saggio sull'Umanesimo", "Labirinto filosofico", "La città", "Ama il prossimo tuo", "Elogio del Diritto" fino al recentissimo "Il lavoro dello spirito".

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Prof. Cacciari è appena uscita la versione aggiornata del Suo saggio “Il lavoro dello spirito”, edita da Adelphi. In questo libro Lei prende in considerazione e approfondisce due celebri conferenze tenute tra il 1917 e il 1919 da Max Weber all’Università di Monaco: “La scienza come professione” e “ La politica come professione”, poi raccolte in un’unica opera intitolata “Il lavoro intellettuale come professione”, un testo fondamentale per la sociologia. Qual è il valore fondativo di queste lezioni weberiane, da punto di vista epistemologico e da quello pratico nel campo scientifico, politico e intellettuale?

Il valore epistemologico delle conferenze weberiane dedicate alla “geistige Arbeit” potrebbe essere individuato nella rigorosa distinzione tra sfera dell’essere e sfera del dover-essere, tra lavoro intellettuale-scientifico, volto alla comprensione della “natura” umana, e lavoro intellettuale-politico, volto a “condurla” e perciò stesso mosso dall’idea della sua modificabilità( a sua volta, però, scientificamente fondata sulla reale plasticità della nostra mente). Il valore politico-pratico consiste ,a mio avviso, nella visione del processo di parlamentarizzazione-democratizzazione come dell’unica forma possibile di governo delle potenze del Gestell tecnico-economico-finanziario.

Sovente la celebrità e la stessa rilevanza culturale dei “giganti” del pensiero resta legata ad una affermazione, un’intuizione, un’idea descrittiva, una sintesi efficace e geniale  che spiega in modo suggestivo analisi complesse e approfondimenti che vanno oltre le semplificazioni della definizione e del concetto in se’. In particolare in quali enunciazioni del grande filosofo e padre della sociologia moderna si coglie la “grandezza problematica” che Lei ben raccoglie ed evidenzia nel Suo illuminante saggio?

La grandezza dell’opera di Weber consiste nell’essere riuscita a serrare, quasi in un sistema, analisi delle forme economiche e di quegli aspetti del complesso dei rapporti sociali, che ingenuamente possono definirsi sovra-struttura, quasi si trattasse di elementi accessori o contingenti. I suoi studi di sociologia delle religioni sono, da questo punto di vista, la sua opera forse più impressionante.

Quando l’analisi tocca la politica nella sua dimensione ordinativa ed interpretativa della realtà sociale ed istituzionale e soprattutto nella esplicitazione della sua ragion d’essere, diventa inevitabile il richiamo a Max Weber per l’ampiezza dell’analisi e la solidità della sintesi, proiettata alla definizione dell’idea di senso della ‘politica come professione’, depositaria di una missione nobile, quel ‘Beruf ‘ che letto con gli occhiali della contemporaneità appare oggi sfocato e quasi privo di senso. Che cosa è andato smarrito di quella solida e costruttiva intuizione?

Nell’idea di Beruf, ovvero del lavoro come professione, Weber coglie il lascito più profondo – e che per lui dovrebbe valere anche come il più duraturo – dell’etica protestante, decisiva nella formazione dello spirito del capitalismo. Egli vorrebbe “salvare” questo lascito malgrado le radicali trasformazioni che tale spirito subisce. Si avvede bene che è in corso un drammatico divorzio tra quell’etica originaria e il capitalismo contemporaneo, e tuttavia non sa abbandonare l’idea di Beruf. Se il lavoro diviene quello del “doverante” esecutore nell’apparato burocratico, del demagogo irresponsabile nel campo politico, del mero specialista “astratto” dal Politico in campo scientifico, si chiuderà la “gabbia d’acciaio” dell’indefinito processo di accumulazione, di sviluppo-e-crisi, che costituisce il “culto” del sistema sociale capitalistico, e per il quale siamo messi tutti “al lavoro”.

Il pregio dell’analisi di Max Weber consiste  nell’aver individuato i caratteri connotativi della figura dello scienziato e del politico in relazione alla loro missione intellettuale. In tal modo scienza e politica riassumono due visioni della realtà anche nella sua dimensione sociale: resta sotteso il senso di una missione da compiere per ottimizzare la peculiarità dell’una e dell’altra in rapporto al perseguimento di un risultato che oggi potremmo definire con l’espressione “bene comune”. Mi pare che la lezione weberiana uscita dopo una guerra come idea di ricostruzione di un’idea di senso di scienza, tecnica, etica e politica e dopo aver attraversato una seconda guerra mondiale sia giunta intatta ai giorni nostri per la grandezza della sua ispirazione. Possiamo dire altrettanto rispetto alla considerazione ricevuta ad esempio dalla politica nel dispiegarsi delle sue applicazioni pratiche?

Sì, possiamo dire che Weber sia alla ricerca del “senso” del lavoro, delle forme del nostro fare nella loro storica determinatezza. Quale “senso” deve assumere il lavoro? Può ridursi al “lavoro necessario” per l’accumulazione e il suo indefinibile “progresso”? O il lavoro, tutto il lavoro, può orientarsi appunto secondo l’idea regolativa della “geistige Arbeit”? E cioè di un lavoro “libero” dalla meccanica, calcolante e basta, mera Zweckrationalitaet, senza per questo smarrire la propria necessaria struttura specialistica? Nel porre la domanda – cui non so se vi sia risposta – Weber era anche erede, come ho mostrato nel mio saggio, di profondi motivi del pensiero degli idealisti classici e anche della Romantik.

Come spiega il filosofo Cacciari il concetto di “razionalizzazione” della conoscenza e della pratica esplicitato da Max Weber? Potremmo parlare di semplificazione , non di impoverimento: eppure larga parte della cultura contemporanea si basa sui surrogati e sui luoghi comuni del sapere che finiscono con il cancellare il valore della cultura stessa intesa come sintesi necessaria di tradizione e innovazione. In questo senso lei pensa che la dilagante evoluzione tecnologica del 900 abbia favorito i processi di generalizzazione e di omologazione a discapito del pensiero critico? Già Heidegger aveva adombrato i pericoli della diffusione della tecnica nei confronti dell’umanizzazione e dell’interiorità del pensiero pensante…
Recentemente il compianto Prof Giulio Giorello aveva insistito sul concetto di tecnica come espressione di umanità  e componente essenziale della sua emancipazione.  Possiamo dire con Max Weber che tale intuizione era già stata anticipata nella sua strenua difesa del “pensiero critico?

Weber concepisce la Tecnica – nel suo senso infinitamente più che tecnico! – in modo molto diverso da Heidegger ( e io ritengo, invece, molto vicino al pensiero nietzschiano). Non può esistere “geistige Arbeit” oggi che si opponga astrattamente alla potenza della Tecnica. Lo stesso Politico, che non può, anche semplicemente per sopravvivere, ridursi a “amministrare” le conseguenze e gli effetti del progresso della Tecnica, dovrà organizzarsi “tecnicamente” per valere, per contare. Non esiste nel mondo contemporaneo volontà di potenza se non nell’ambito di sistemi, strutture, ”macchine” tecnicamente concepite. Nessun destino, però, per Weber, esclude che l’”apparato”, laddove la prassi politica si configuri nei termini prospettati nella famosa conferenza, possa essere governato verso fini che non sono naturalmente immanenti alla sua origine. Certo, si potrebbe dire che un’azione politica di questo tipo assume per Weber un timbro addirittura eroico.

I temi dello “spaesamento” , della società puntiforme, della mancanza di riferimenti centro-periferia, fino alla  società liquida di Zygmunt Bauman –evocano un modello sociale attraversato dalle problematiche della globalizzazione, quindi  storicamente lontane dalle idee che Max Weber aveva della cultura, della società e dello Stato. Per certi aspetti potremmo anzi parlare di Lui come del padre della burocrazia moderna, eppure ciò che lo mantiene sideralmente lontano dalle degenerazioni pervasive della burocrazia del presente è il solido puntello etico che egli pone a fondamento dei requisiti che uomini e apparati devono possedere: “La questione centrale non è come portare avanti o accelerare questa macchina, ma cosa “opporle” al fine di conservare un residuo di umanità in questo dominio esclusivo degli ideali di vita burocratica». Sarebbe dunque oggi Max Weber un acerrimo nemico dell’oppressione burocratica e dei suoi condizionamenti alle istituzioni e alla vita sociale del nostro tempo?

Weber esalta la necessità dell’organizzazione burocratica! Altro che oppressione! Opprime, ci opprime, una burocrazia che non funziona, non rivolta allo scopo coi mezzi più economici. E un apparato burocratico non funziona o quando non sia politicamente diretto, o quando la guida politica intenda porre le proprie “convinzioni” a prescindere da ogni etica della responsabilità, o quando la debolezza della politica lo costringa a azioni di supplenza che non gli appartengono.

Trovo bellissimo e ricco di significati – che solo attraverso una attenta lettura del testo possono essere colti nella loro ricchezza concettuale – il titolo del Suo libro. In che cosa consiste dunque questa sintesi efficace ed originale di “lavoro dello spirito”, Professore?

Lavoro dello spirito è ogni lavoro che miri al massimo sviluppo, alla massima potenza, alla perfezione teorica e pratico-operativa della nostra mente, così da liberarci da ogni forma di occupazione dipendente, servile, da rendere ogni forma del nostro fare espressione della nostra volontà. Lavoro dello spirito è il lavoro consapevole che un tale fine non si persegue “privatamente”, che esso riguarda l’intelletto agente del nostro genere nella sua totalità. È il lavoro dello spirito appunto, non mio o tuo, ma tale lavoro si incarna e esprime in quello di ognuno, nel mio e nel tuo.