Mattarella e Draghi. Il tandem dell’Italia vincente.

302

 

I partiti – tutti – sono chiamati a ridefinirsi. Ora, il centro non è il fossile guida degli archeologi per classificare il passato, ma lo strumento di creatività politica per dare spazio al futuro. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani-Per L’Azione” in uscita oggi in versione digitale (pdf).

 

Lucio D’Ubaldo

 

Due uomini al comando, segnala in copertina questo numero di “Per l’Azione”. Che vuol dire? Intanto è una constatazione, perché Mattarella è il Presidente della Repubblica italiana e Draghi il Presidente del Consiglio. Ciò significa che su di loro, in effetti, grava il peso maggiore della ripresa, o meglio della rinascita, del Paese. Ovviamente l’uno e l’altro hanno responsabilità diverse come spiegava Meuccio Ruini in un memorabile discorso del 1947: il primo è il “Capo spirituale e non solo temporale della Repubblica”, il secondo è il “Capo della maggioranza e dell’esecutivo”. Non significa però che siano loro, in perfetta solitudine, l’alfa e l’omega di questa  rigenerazione dello spirito nazionale, grazie alla quale dare forma e sostanza al processo di cambiamento. Senza un recupero di energie collettive, specie nel campo della politica, qualsiasi leadership è destinata a maneggiare una pretesa frustrata, al peggio un’illusione di breve durata.

 

In giro si avverte il bisogno di proporzionale e la volontà di riorganizzare il centro: facce diverse della stessa medaglia, e quindi prospettiva unificante di alleanze e identità di partito. Finora questo discorso scontava l’obiezione dei paladini del sistema maggioritario. Da essi veniva il monito a preservare il bene dell’alternanza; in altri termini, il primato di coalizioni funzionali a contenere le differenze, affiatatandole nello scilinguagnolo di facili dogmi, con l’obiettivo fondamentale di consacrare la dialettica tra destra e sinistra.

 

Adesso gli schemi sono saltati: “Ogni partito – ha scritto Pierluigi Castagnetti – è chiamato a ridefinirsi”. Pertanto anche il centro come categoria della politica ha necessità di assumere il profilo giusto, per non fungere da catalizzatore delle spurie e generiche metafisiche non dell’essere, ma dell’esserci. Deve ridefinirsi, insomma, come luogo dì elaborazione e propulsione politica, per il bene del Paese.

 

In sostanza, mentre la contrapposizione tra destra e sinistra inibisce – o più brutalmente punisce – lo sforzo che serve a tradurre in prospettiva di medio termine la convergenza di aspettative e volontà diverse, ignorando perciò l’invito dell’Appello ai liberi e forti ad “attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso”; diversamente oggi, in linea con la sintesi sturziana, il centro deve rappresentare il motore di una iniziativa nuova, sebbene ancora sprovvista dell’armatura di partito, per riorganizzare un grande campo democratico, come fu nella stagione del centrismo e poi del centro-sinistra.

 

Il tempo è breve, le elezioni non sono distanti e scelte di lungo respiro s’impongono: nel 2023, con Draghi protagonista, si tratterà di conquistare il consenso degli italiani attorno a una politica di innovazione e solidarietà. In questo orizzonte ancora incerto e tuttavia impellente, il centro potrà esistere non come fossile guida degli archeologi, in sostanza per classificare il passato, ma come principio e strumento di creatività politica, per dare spazio al futuro