Mattarella, la pazienza dei costruttori.

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Ripubblichiamo, per gentile concessione del direttore Andrea Monda, questo ritratto del Presidente della Repubblica, apparso sull’Osservatore Romano del 23 luglio.

 

Paolo Ruffini

 

Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, compie oggi 80 anni. Quando è nato, nel 1941, l’Italia era appena entrata in una guerra sbagliata, e dalla parte sbagliata. Quando è andato a scuola, e si è poi iscritto all’Università dove avrebbe insegnato, l’Italia liberata dal nazifascismo, uscita distrutta dalla guerra, aveva appena completato la prima fase della ricostruzione e si preparava alla stagione del centro-sinistra. Quando è entrato in politica da professore, tre anni dopo l’assassinio di suo fratello Piersanti, l’Italia stava attraversando gli anni bui del terrorismo e della sfida della mafia allo Stato. Quando è stato eletto presidente della Repubblica l’Italia, uscita vincitrice dalla doppia sfida dei terroristi e della mafia, stava entrando nel cambiamento di epoca in cui siamo ancora immersi.

 

Fargli gli auguri, oggi, facendo memoria di questi ottanta anni di vita italiana, significa anche celebrare — guardando al futuro — un modo di intendere e di praticare la politica come servizio, un modo mite ma forte, lungimirante; di poche parole, dette senza urlare, e molti fatti.

 

Come lui stesso ha detto — nel 75° anniversario della Liberazione — è il ricordo, è la consapevolezza del dolore, dei sacrifici, dei tempi bui che nel corso del tempo abbiamo più volte attraversato, ieri come oggi, che ci tiene uniti; che ci fa riconoscere nel nostro comune destino. Quel ricordo è il cemento che tiene insieme la nostra comunità.

 

Il suo amore per la politica, cristianamente intesa come la più alta forma di carità, ci dà lo spunto per parlare del significato della parola di ciò che chiamiamo cittadinanza, che unisce e rende uno (e sovrano) il popolo; e di quel principio che chiamiamo eguaglianza, su cui si reggono le democrazie.

 

Cresciuto alla scuola politica di Aldo Moro, Mattarella conosce la lentezza e la fatica del progredire delle buone cause; e crede nella democrazia come esercizio costante di ascolto, confronto, incontro; prima e dopo i momenti elettorali. Sa che in politica i problemi non si denunciano, si affrontano, con pazienza. Crede che a muovere il progresso della umanità non sia il conflitto, ma la cooperazione; non siano — come disse parlando con i giornalisti delle fake news — “i fattoidi”, ma i fatti. E diffida dalla tentazione di trasformare la politica in pura propaganda creando così i presupposti, nel migliore dei casi, di una sua irrilevanza, e nel peggiore di un disfacimento delle stesse istituzioni.

 

Certo, è difficile per la politica come per ognuno, districarsi nel labirinto dove a volte ci sembra essere finiti, in Italia e ovunque nel mondo.

 

Nei labirinti ogni via d’uscita sembra un inganno, ogni prospettiva un gioco di specchi.

 

Uscirne è difficile, ma non impossibile se si ha memoria. E si sa guardare al di là, alzando lo sguardo oltre il muro dei problemi. Dai labirinti ripete spesso Papa Francesco si esce dall’alto.

 

Quando si sono incontrati, Papa Francesco e il presidente Mattarella i problemi del nostro tempo li hanno anche elencati, uno per uno, ben prima della crisi pandemica: il terrorismo internazionale, il fondamentalismo, il fenomeno migratorio, le guerre, la ricerca di una pace stabile, gli squilibri sociali ed economici, la difficoltà per i giovani di trovare un lavoro stabile e dignitoso, la tutela dell’ambiente.

Sono problemi che richiedono capacità di governo e senso delle istituzioni.

 

Impongono, per dirlo con le parole del Papa quando nel 2017 andò in visita al Quirinale, un paziente e umile lavoro per il bene comune. Un lavoro che cerchi di rafforzare i legami tra le persone e le istituzioni, perché da questa tenace tessitura e da questo impegno corale si sviluppa la vera democrazia e si avviano a soluzione questioni che, a causa della loro complessità, nessuno può pretendere di risolvere da solo.

 

«I grandi problemi di questa epoca, se affrontati con un approccio inadeguato e angusto e con scarsa lungimiranza — disse allora Mattarella — rischiano di travolgerci. Ciascuno, nei suoi comportamenti quotidiani, le Istituzioni nella loro azione e i Paesi tutti, possono ottenere risultati soltanto se decidono di agire insieme».

 

Solo con questo approccio si possono trasformare i problemi in opportunità. E quando si cade, come ripete il Papa «non rimanere caduti».

 

È vero, la pandemia ci ha messo in ginocchio. Ma questo non vuol dire che non ci si possa rialzare, come Paese e come umanità tutta intera.

 

Aldo Moro, che di Mattarella è stato il maestro, disse nel suo ultimo discorso ai gruppi parlamentari, il 28 febbraio 1978, prima di essere rapito e ucciso dalle Brigate Rosse: «Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà».

 

Ecco di cosa è impastata la buona politica, di pazienza, di sobrietà, di lungimiranza.

 

La pazienza è una virtù dimenticata da questo nostro tempo così frettolosamente nervoso, sempre pronto a correre dietro a soluzioni tanto facili quanto false, a scambiare la civiltà per arrendevolezza. Ma la pazienza è forse la più eroica, anche se meno celebrata delle virtù politiche. Ed è eroica come scrisse Leopardi proprio perché apparentemente non ha nulla di eroico. È la virtù dei costruttori. Di chi non pensa solo all’oggi, ma soprattutto al domani. È la chiave per costruire il futuro.

 

L’elogio della sua pazienza è forse il miglior tributo che si possa fare oggi, nel giorno del suo compleanno, al presidente Mattarella.