MEDIA E PACE, DA TARQUINIO UNA LEZIONE DI METODO.

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Ogni volta che i cattolici assumono una posizione capace di autonomia sulle questioni dirimenti, è un bene per la democrazia. In un’epoca in cui a certo tipo di giornalismo non sono estranee purtroppo tendenze distorcenti e inquisitorie, va rivendicata l’autonomia culturale e progettuale del sociale e della politica. Che è anche il milieu ideale per il centro.

 

Giuseppe Davicino

 

Nelle manifestazioni di piazza si possono sempre rinvenire delle contraddizioni, vale anche per le piazze per la pace di sabato scorso, ma credo che il direttore di Avvenire Marco Tarquinio abbia ragione a denunciare la tendenza del sistema dei media a produrre quella che egli ha definito ieri sul suo quotidiano una “deformazione dell’impegno per la pace”. La critica di Tarquinio ai media appare  fondata, e persino benevola. Vale per i sistemi autocratici a Est o ovunque essi si trovino, ma vale anche per ragioni diverse, ad Ovest.

 

Infatti in Occidente la catena dell’informazione è così ben controllata dai poteri economici che realmente comandano, al di là delle istituzioni, da aver ribaltato il ruolo del giornalismo. La stampa da watchdog della libertà appare essersi trasformata spesso nel senso contrario, in cane da guardia del potere vero, degli interessi di pochissimi non di rado a scapito del bene comune.

 

Lo si vede da come è cambiato il rapporto tra intervistatore e intervistato. Il giornalismo mainstream, sulle questioni cruciali che decidono il futuro delle persone e degli stati, tende ormai a non porre domande bensì a fare esami al politico di turno, non lo interpella sulla sua (del politico) agenda ma sull’agenda dei poteri da cui la stampa dipende, e ne valuta il grado di adesione. Così i media incalzano i politici quando vedono che questi ultimi si mostrano tiepidi o esitanti ad annunciare ogni successivo passo in avanti, restii ad adottare ulteriori misure verso l’obiettivo stabilito dall’alto da pochissimi. Il tema della pace non fa eccezione.

 

Per tali ragioni la posizione di Tarquinio sulla guerra in Ucraina mi pare importante soprattutto per il metodo. In questi tempi da fine impero, dove l’Occidente per salvarsi dal declino deve scegliere tra il venire a patti con i restanti quattro quinti dell’umanità, ovvero l’apertura al multipolarismo, oppure  permanere nell’attuale avventuroso arroccamento nell’unilateralismo, ogni volta che la Chiesa, la gerarchia piuttosto che il laicato, le varie articolazioni del mondo cattolico assumono una posizione capace di autonomia sulle questioni dirimenti, è un fatto positivo per il bene comune, la democrazia e per un’avvenire degno dell’umanità, diverso da quello distopico progettato dai vari club dei miliardari.

 

E credo anche che in questo milieu vada situata, laicamente, l’azione di parte di quanti fra noi credono nel ruolo di un centro popolare. Chi sostiene l’iniziativa di un nuovo centro credo debba essere molto grato a Renzi e Calenda per il risultato conseguito alle scorse elezioni. Come anche risulta indispensabile un percorso organizzativo di tipo federativo.

 

Ma il progetto di centro non può decollare solo affidandosi a chi di volta in volta è in grado di assicurargli visibilità. Andrà bene certo anche il sostegno a Letizia Moratti in Lombardia ma a patto che almeno la componente cattolico-democratica e popolare sappia misurarsi con l’impresa di tradurre politicamente le istanze e le preoccupazioni di natura sociale e politica che si manifestano nel mondo cattolico, sulla pace come su tutte le altre grandi questioni aperte di questa epoca.