MELONI, IL PRIMO CAPO DI GOVERNO DONNA DELLA GENERAZIONE X E IL RISCATTO IMPOSSIBILE.

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Quelli che stanno a guardare (il 37% che sta alla finestra del non voto), e tutte coloro i quali hanno espresso la loro preferenza per le politiche di sinistra, dovrebbero riflettere su quanto sia grande lo scostamento tra idealità e realtà oggettiva della composizione della popolazione, e ricordare che la politica è anche capacità di far sognare un riscatto che sembrava impossibile.

 

Elisabetta Campus

 

La nota dell’Ansa all’apertura del G20 tutto al maschile con 41 partecipanti e solo 4 donne ci fa meditare sul perché abbiamo posto come punto da raggiungere entro il 2030 quello della parità di genere. Se fossimo ad un incontro sportivo diremmo un secco 41/4 che sembrerebbe essere un punteggio da partita di rugby con una squadra forte e uno sparring partner. Ma così non è per quelle 4 donne che ci rappresentano tutte sono lì a dimostrare che esistiamo e solo una di esse è un capo di Governo. Le altre donne presenti sono la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, eletta dal Parlamento europeo a luglio 2019, il direttore generale del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva, designata dalla Ue ad ottobre 2019, e dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) Ngozi Okonjo-Iweala, segnalata da Biden per il Wto nel febbraio del 2021.

 

Sono tutte economiste e politiche di lungo corso che si sono fatte strade nel loro Paese di origine facendo anche una carriera politica da ministre e in contesti nei quali la parità di genere è una conquista da tempo. Il nostro Capo di Governo, oltre ad essere la più giovane delle tre, tutte oltre 60 anni, marca la differenza di generazione e di stile. Le prime tre appartengono alla generazione dei baby boom e sono cresciute con le condizioni dell’onda lunga della crescita economica e dell’ascensore sociale, che permetteva grazie agli studi l’accesso a posizioni sociali molto più alte delle condizioni di partenza.

 

La Meloni appartiene alla generazione X numericamente inferiore a quella dei baby boomers, definita abbastanza ingenerosamente “generazione invisibile”, priva di un’identità sociale definita – da cui il titolo di “X”. “La sola analisi demografica mostra come quella «X» sia una generazione se non proprio schiacciata, quantomeno cresciuta all’ombra dei baby boomers la quale, essendo numericamente più consistente, ha finito per imporre – grazie anche a un significativo aumento della longevità – la propria visione del mondo e la propria centralità negli assetti di potere. La generazione X, insomma, sarebbe una generazione per certi versi ‘invisibile’, priva di un’identità sociale e culturale definita e costantemente esposta al rischio di subalternità rispetto alla precedente[1].

 

Come ci ricordano le molte banca dati di Internet “questa generazione ha conosciuto la fase finale delle contestazioni del Sessantotto, l’autunno caldo del 1969, la crisi energetica del 1973 e del 1979 con le relative politiche di Austerity , e in Italia, ha visto i rapimenti del “terrorismo rosso” di matrice comunista e le stragi del “terrorismo nero” di matrice neofascista degli anni di piombo; in tutta Europa e in America del Nord ha assistito alla transizione da un’economia (e un’ideologia) di matrice keynesiana al liberismo e alla de-regolazione voluti da Margaret Thatcher e Ronald Reagan, con una conseguente sempre maggiore “precarizzazione” del mercato del lavoro. Questo ha voluto dire che nel mercato del lavoro dell’Occidente, la Generazione X è quella che ha visto il passaggio da un contratto di lavoro stabile, che dava garanzie per tutta la vita, a una tipologia di lavoro cosiddetto “precario” senza garanzie. In Canada si è parlato a questo proposito di “generazione sacrificata” agli interessi dei baby-boomers. La Generazione X ha visto infine la caduta del muro di Berlino, il collasso dell’Unione Sovietica, la consacrazione degli Stati Uniti d’America come unica superpotenza mondiale e l’avvento di Internet”.

 

Ed è un quadro che forse abbiamo dimenticato oppure non ci piace guardare perché ci ricorda la nostra impotenza difronte agli eventi e anche la dolorosa ammissione che non abbiamo fatto abbastanza per il futuro di questa generazione, verso la quale i baby boomers hanno un debito enorme di riconoscenza per non averli buttati fuori dal contesto socio-economico sul quale si sono comodamente seduti, e ancora tendono a restarci, e aver sopportato le conseguenze di quanto stava accadendo loro.

 

Nel G20 la maggior parte degli uomini appartengono alla generazione dei baby boomers e a quella che l’ha preceduta – la silent generation – dal 1928 al 1945, quella uscita dalla II° guerra mondiale; e sono noti per aver formato la guida del movimento per i diritti civili e per aver fatto parte, durante la Contestazione degli anni Sessanta, della “maggioranza silenziosa” da cui derivano il nome. Sono orizzonti culturali lontanissimi tra loro rispetto alla generazione X, a cui però spetta decidere non solo il proprio futuro ma anche quello delle generazioni future, mentre i silent e i boomers dovranno rassegnarsi a segnare il passo. Difficile che lo facciano se quelle tre donne che vi appartengano non si faranno promotrici di un movimento culturale diverso da quello per le quali sono state avvantaggiate e scelte, e non imparino a fare gruppo (piccolo gruppo) con quella unica donna venuta dopo di loro, così diversa, autonoma e testarda insieme, che sta lì a ricordare di essere un simbolo per la sua generazione e quanto loro invece non siano riuscite ad esserlo per la loro.

 

E qui la riuscita delle donne italiane nell’aver creato le condizioni perché ci fosse un Capo del Governo donna c’è tutta, perché l’elettorato che l’ha espressa è fatto soprattutto della sua generazione che vive situazioni di precariato lavorativo e sottoccupazione, minori garanzie sociali ed economiche, senza ascensore sociale, al quale solo la determinazione nel volercela fare è la condizione di riscatto per il proprio futuro. Mentre quelli che stanno a guardare (il 37% che sta alla finestra del non voto), e tutte coloro i quali hanno espresso la loro preferenza per le politiche di sinistra, dovrebbero riflettere su quanto sia grande lo scostamento tra idealità e realtà oggettiva della composizione della popolazione, e ricordare che la politica è anche capacità di far sognare un riscatto che sembrava impossibile.

 

[1] Cassina, Filippini e Lazzarich, Introduzione a “80s & 90s. Per una mappa di concetti, pratiche e pensatori” (PDF), in Politics. Rivista di Studi Politici, n. 1/2015, p.v.