MELONI, LE DONNE E GLI ABBRACCI. UN’ANALISI “ASETTICA” DELLA COMUNICAZIONE DELLA DESTRA AL GOVERNO.

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Si può ben governare anche senza una manifestazione apprezzabile della comunicazione non verbale. Del resto, l’impressione è quella di una compagine che è lì per svolgere il proprio lavoro e dalla quale ci si aspettano solo risultati. Ma questi non verranno se la coesione interna non si renderà manifesta all’esterno. Ci riuscirà?

 

C’è una comunicazione non verbale in ciascuno di noi, sconosciuta ai più ma che utilizziamo fin dalla primissima età nelle relazioni con i nostri simili fino a quando le parole piano piano diventano la comunicazione principale dell’essere umano. In questo orizzonte remoto i gesti degli arti (le mani che si toccano e si cercano, le braccia che avvolgono) e i movimenti del volto (sorrisi e sguardi) sono “le parole” della nostra comunicazione, il messaggio che noi vogliamo mandare agli altri sia esso conscio o inconscio. 

La comunicazione non verbale è stata oggetto di studio da parte di psicologi e sociologi che hanno provato a definirne gli ambiti. Un primo sistema è quello cinesico ovvero legato al movimento del corpo, di parti di esso. Un secondo sistema è quello della gestione dello spazio o della distanza tra gli interlocutori, conosciuto come distanza di sicurezza o confort zone entro la quale ci sentiamo al sicuro e il cui superamento concediamo solo persone di cui ci fidiamo. Un terzo sistema è quello aptico che consente il contatto fisico tra gli interlocutori come segno di conoscenza (stretta di mano), solidarietà (pacca sulla spalla), empatia (abbraccio tra estranei per motivi emotivi). Infine il quarto sistema è quello più antropologico perché considera i segnali paralinguistici (intonazione della voce, pause e velocità del discorso, le vocalizzazioni e i silenzi) che sono comuni a tutta la comunicazione del genere umano. 

Meloni conosce la comunicazione maschile, il territorio che ha frequentato di più e che è fatta di molto cinesico e di aptico. All’entrata in Aula alla Camera dei Deputati molti dei componenti maschili del suo Governo si sono avvicinati a Lei abbracciandola, sorridendole, parlandone all’orecchio (oltre la confort zone), infondendo il senso di appartenenza al gruppo e assicurando così la loro fedeltà. Chi non si è visto? Le sei donne del suo Governo, già sedute al loro posto nei banchi del Governo, intente alla consultazione del proprio smartphone. E già questo è un atteggiamento di non-comunicazione, perché la tendenza diffusissima di estraniarsi dal contesto intorno a noi per concentrarsi sul proprio sé, che si manifesta nell’appendice smartphone, è un costume sociale sul quale ci dovremmo interrogare più spesso. Poi c’è la storia personale di ciascuna di loro, politica e professionale.  Solo una è della sua generazione, quella definita della transizione o generazione X: la Locatelli, tecnico in quota Lega. Le altre appartengono alla generazione baby boomers, ovvero la generazione che rappresenta il gruppo demografico più ampio nella maggior parte dei paesi occidentali, nati in un periodo storico caratterizzato da un forte benessere economico e dall’assistenzialismo pubblico, e che detengono la maggior parte della ricchezza nazionale dei paesi occidentali. Una di loro appartiene alla generazione cd della ricostruzione. Per la composizione politica, una sola è di Fratelli d’Italia, due sono di Forza Italia, una della Lega e poi un tecnico di area. Con il bilancino politico, l’inclusione nel Governo di una donna in più di più di Fratelli d’Italia avrebbe aiutato, per esempio la Rauti, romana anch’essa, a creare quella empatia indispensabile in un lavoro di squadra. 

La distanza si è misurata tutta nell’ora di lettura del discorso della Premier e nelle felicitazioni alla fine. Stesso atteggiamento ripetuto al Senato. Ognuna di loro è rimasta nella propria confort zone, con qualche spunto nel sistema aptico più che altro con strette di mano. Nessuna si è avvicinata alla Premier, uscendo dai propri banchi, a telecamere accese, e iniziando una comunicazione non verbale fatta di abbracci, strette di mano, segni/gesti che indicassero “forza, avanti, sto con te”. 

C’è da dire come attenuante che pur avendo la compagine femminile, ivi compresa la Premier, abitudine a frequentare le Aule del Parlamento, non deve essere facile farlo con l’incarico da Ministro, sia per la responsabilità che comporta sia per la evidente sovraesposizione mediatica che comporta. La pressione mediatica, il senso di essere in una condizione di osservati/giudicati/catturati in ogni più piccola manifestazione della propria personalità (p.e. paura molto alta per la possibilità che venga letto il labiale) dovrebbe essere limitata al solo momento della lettura del testo delle Comunicazioni del Presidente del Consiglio, mentre i momenti di ingresso e di uscita dall’Aula rappresentano da sempre i momenti con i quali il gruppo Governo rafforza i legami tra i suoi membri e manifesta la sua forza all’esterno. Molto di più di quanto avviene nella Cerimonia del Giuramento al Quirinale, foto di gruppo compresa. Non è dato sapere quale sia stato l’atteggiamento comunicativo nella prima seduta del Consiglio dei Ministri. 

Certo, si può ben governare anche senza una manifestazione apprezzabile della comunicazione non verbale. Del resto, l’impressione è quella di una compagine che è lì per svolgere il proprio lavoro, scelta dal proprio partito di riferimento – si direbbe, più correttamente, mandata a lavorare – dalla quale ci si aspettano solo risultati. Ma questi non verranno se la coesione interna non si renderà manifesta all’esterno, ovvero se l’elettorato non percepirà che il Governo al quale ha conferito il mandato, donne comprese, è più di un buon gruppo al lavoro, dovendo piuttosto condividere, con forza e determinazione, il progetto a medio termine per il quale si è impegnato. Ci riuscirà?