Migliaia di metri cubi di rifiuti nucleari che non sappiamo dove sistemare

Le mancate opere dovute alle poche autorizzazioni costringono il nostro Paese a inviare i rifiuti all’estero.

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Nei prossimi anni circa la metà delle attività di Sogin potrebbe risultare bloccata per la mancanza di autorizzazioni. Lo ha sottolineato l’ad di Sogin, Luca Desiata, in audizione alla commissione Industria al Senato. Dove ha definito il passaggio autorizzativo tra la fattibilità dei progetti e la fase ingegneristica come “il collo di bottiglia principale”.

Le mancate opere dovute alle poche autorizzazioni costringono il nostro Paese a inviare i rifiuti all’estero. I 17 milioni di metri cubi provenienti dalle centrali nucleari italiane chiuse dopo il referendum del 1987 sono stati trattati in Francia e Inghilterra. Sogin rivela che “nei contratti con inglesi e francesi per il mantenimento di scorie italiane in quei Paesi ci sono clausole di estensione dello stoccaggio temporaneo”, che “sono onerose, ma è quello che paghiamo pure oggi”.

Sogin “esclude” inoltre la possibilità di arrivare al completamento del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi entro il 2025, ma “se si parte in tempi rapidi quanto meno le strutture per ospitare i rifiuti che devono provenire dall’estero al 2025-2026 sono ancora fattibili”.

I numeri forniti sulle attività programmate per gestire il ciclo dei rifiuti nucleari sono impressionanti: per il 2019 restano da autorizzare attività per 32 milioni su un totale di 115 milioni programmati; per il 2020 sono da autorizzare 54 milioni su 140 milioni; per il 2021  94 milioni su 190 milioni; per il 2022 110 milioni di attività su un totale di 180 milioni.