Migranti: dopo l’accoglienza è necessaria l’integrazione, fatta anche di piccole cose

Si tratta di agevolare l’applicazione di norme elementari di comportamento, mancando le quali spesso si generano reazioni istintive

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Abbiamo subito individuato nell’iniziativa del cardinal Gualtiero Bassetti, Presidente della Cei, a favore dei migranti imbarcati sulla nave della Guardia costiera italiana, Diciotti, una grande lezione di “ metodo” per tutti noi, a partire dagli uomini politici italiani.

I problemi si risolvono e non si lasciano avvitare in una spirale irrisolvibile. C’è chi ha parlato di un “ favore” fatto a Matteo Salvini infilatosi in una situazione davvero costretta. Anche se sembrava portargli un ulteriore consenso recepito dai sondaggi d’opinione e dall’ascolto spicciolo dell’umore della gente al supermercato, nei bar e sugli autobus.

In realtà, l’attenzione del cardinal Bassetti e della intera Cei andava esclusivamente a quel carico di sofferenza che la Diciotti continuava a tenere sballottato sulle onde del mare mentre né i responsabili europei, né quelli italiani sembravano in grado di trovare una soluzione politicamente conveniente per tutti.

Era, in realtà, necessario superare una serie di problemi. Li   immaginiamo anche di ordine pratico e logistico in cui si saranno,e sono ancora, impegnati i vescovi disponibili a suddividere nelle loro diocesi circa la metà dei migranti in questione. Vescovi che hanno già il loro daffare con le tante povertà che vedono negli uomini di Chiesa una possibile, forse estrema, risposta a questioni grandi e spicciole. L’esproprio di una casa pignorata, il pagamento delle bollette, pochi euro per un limitato pasto. Impressionano le visite serali di pensionati che non ce la fanno più e che di giorno non riescono a stendere la mano.

Il caso della nave Diciotti, alla fine, sembrava risolto. Invece, alcune vicende di contorno hanno riaperto alcuni punti interrogativi.

Non solo sulla vicenda in se, ma soprattutto su quella mancanza di continuità tra accoglienza,  gestione ed integrazione che tanto ha inciso ed incide sul giudizio delle persone e sulle valutazioni delle diverse parti politiche. E’ inevitabile che in un Paese come il nostro, tutto “ finisca in politica”.

Purtroppo, anche alcune immagini televisive ed alcune successive notizie non sono state esaltanti.

Già nelle ore precedenti all’arrivo dei migranti a Rocca di Papa, le televisioni hanno mostrato gruppi di rifugiati che stazionavano dinanzi all’ingresso della struttura cui erano destinati momentaneamente i nuovi arrivati.

Immagini non dissimili da quelle di altri centri di accoglienza. Gente variopinta buttata lì. Nulla facente perché non c’è obiettivamente niente da fare.

La legge non può impedire loro di muoversi, ma l’impressione che ne viene fuori finisce per portare una sommaria giustificazione a chi dei migranti proprio non vuol sentire parlare.

Sono fiorite le interviste ai favorevoli e ai contrari. Pochi recalcitranti hanno avuto la possibilità di presentarsi come la reazione contraria di un intero Paese all’accoglienza.

Eppure non è proprio così. La conferma si  è avuta pochi giorni dopo su una spiaggia pugliese dove un gruppo di leghisti con l’accento locale ha preso a male parole un cosiddetto “ vu cumpra’” impegnato a vendere le sue cianfrusaglie tra i bagnanti.

Questi ultimi si sono ribellati contro lo “ squadrismo” messo in campo da questi pochi facinorosi pugliesi- leghisti. Contrariamente a quanto ha appena dichiarato la signora Bachelet, responsabile  Onu sui migranti, questo non è un paese xenofobo e razzista.

E’ certo, però, che alcuni dirigenti politici utilizzano problemi oggettivi, su cui è necessario riflettere,  per affrontare l’intera questione dell’immigrazione sotto limitate visioni che, spesso, coincidono con evidenti interessi elettoralistici.

Costoro, però, traggono un immenso vantaggio dalla mancanza di una  continuità di presenza e di interventi dopo l’accoglienza.

Purtroppo, questo aspetto sembra riguardare anche quelle organizzazioni cattoliche che si distinguono dal “ malaffare” scoperchiato con Roma Capitale e ruotante attorno alla “ gestione” della presenza dei migranti.

E’ un problema non facile da risolvere. Credo, però, che anche a vescovi ed organizzazioni umanitarie serie non sfugga il fatto che vedere migranti cui non è offerta altra possibilità se non il vagare senza meta e senza apparente ragione per strade e piazze non aiuta alla crescita di una cultura dell’accoglienza.

Troppe le tensioni, troppi i problemi quotidiani della gente perché sia ragionevole attendersi uno sforzo in più di comprensione, pazienza e tolleranza.

Così, le immagini di Rocca di Papa viste in televisione non hanno aiutato. Come la notizia che alcune decine dei migranti colà trasferiti si fossero dileguati.

Scopriamo in queste ore che 34 di loro sono stati fermati a Ventimiglia nel campo Roja della città ligure, al confine con la Francia, dopo aver viaggiato per tutta la giornata a bordo di un pullman noleggiato dall’associazione umanitaria Baobab.

C’è da chiedersi se non ci si trovi dinanzi ad una totale mancanza del senso della realtà? E’ possibile non aver capito che quell’abbandono rischia di far caracollare un impegno più alto? Perché i migranti mancanti all’appello non sono stati riportati a Rocca di Papa, invece che trasportarli clandestini a Ventimiglia? Come è concepibile una mancanza così profonda di riflessione sull’opportunità e sulla scelta del momento?

Questi fatti insegnano a far tesoro di un’esperienza, che secondo alcuni potrebbe addirittura segnare un boomerang per la Chiesa italiana, nonostante il tentativo di Papa Francesco e del cardinal Bassetti di provare  a conciliare l’accoglienza con le possibilità concrete di un Paese.

La  posizione della Chiesa e quella dei tanti volontari e volenterosi disponibili a dare una mano su questa delicata frontiera che fa da spartiacque tra il senso dell’umanità e qualcos’altro, però, deve arricchirsi di una cifra in più.

Essa richiama anche le responsabilità pubbliche e una maggiore attenzione a quella comunicazione oggi è basata sul dettaglio più che sul quadro generale, a quel dibattito pubblico dominato più da irrazionalità che da conoscenze adeguate.

In questo senso potrebbe essere utile che la Pastorale sui migranti, una grande sconosciuta anche per tantissimi cattolici, possa essere irrobustita da una pratica concreta fatta di acculturazione dei migranti sul diritto, gli usi e le abitudini di un intero popolo.

La Chiesa, le organizzazioni umanitarie potrebbero organizzare un confronto con le pubbliche autorità sul come sia possibile fare evolvere l’accoglienza in conoscenza delle regole e linee di comportamento da seguire nel nostro Paese e in Europa.

Certo, non è un’impresa facile, ma non credo sia così costoso ed impegnativo mettere in campo educatori, agenti di polizia, operatori sociali per favorire in questi sventurati la condizione di conoscere un mondo tanto diverso da quello in cui hanno vissuto.

Si tratta di agevolare l’applicazione di norme elementari di comportamento, mancando le quali spesso si generano reazioni istintive: lasciare il posto in autobus agli anziani, non rovistare nei cassonetti, non gettare cartacce dappertutto, non essere insistenti nella questua stradale.

E’ poco, me ne rendo conto, ma non c’è neppure quello.