Moderati nei toni ma risoluti per quanto riguarda i valori, solo Mario Draghi può garantire la sintesi necessaria.

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Una riflessione che intende esprimere accanto al valore della moderazione, contro populismi ed estremismi, la necessità di una guida politica che porti a sintesi indirizzi, alleanze, contenuti e programmi. All’orizzonte del voto del 2023 si profila come scelta migliore per la leadership del Paese la figura di Mario Draghi, poichè è necessaria una continuità all’azione di Governo che solo il suo carisma, il prestigio di cui gode e l’autotrevolezza che esprime potrebbero garantire. Il Paese ha bisogno di una guida stabile e competente. La sua conferma alla guida politica del Paese è il miglior viatico per la campagna elettorale.

Sono prevalentemente negative le evidenze che si leggono nell’attuale fase di decadimento etico e culturale , specchio di una società che si sta lentamente avvitando su se stessa, priva di sussulti nel presente e di speranze nel futuro, afflitta da un pervasivo relativismo etico e dall’inesorabile affievolirsi di principi e valori propri di una democrazia partecipata.

In epoca di globalizzazione, non solo economica e finanziaria, è rilevante l’emergere di fenomeni di rimescolamento sociale e di  tendenze contrapposte: da questo melting pot – che è soprattutto antropologico e culturale perché tocca radici, tradizioni e identità  – emerge un quadro affatto rassicurante in ordine alle consapevolezze del nostro essere e alle direttrici di marcia in cui si è da tempo incamminata l’umanità.

Chi siamo, cosa vogliamo essere, a quali sogni affidiamo il nostro futuro?

In Italia, Paese e società appaiono quanto mai caratterizzati da disgregazione e disomogeneità, attraversati da contraddizioni e problemi cui la politica – in primis – non ha saputo dare risposte adeguate. Emergono una comunità sfiduciata, un’ Italia senza spessore che non sa reagire e un Paese appiattito, economicamente fragile e in preda ad un calo di progettualità e di speranza che non lo fa ripartire. 

Nel Paese sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro. 

Le motivazioni di questo declino sono da scandagliare in diversi fattori: il venir meno dei valori alti che hanno caratterizzato i decenni passati, a partire dalla spinta emotiva ricevuta in eredità dalla Costituzione, la delusione per un’economia di mercato che ha disatteso molte speranze, la mancanza di fiducia nella classe politica e nella sempre più marcata verticalizzazione di quest’ultima, più intenta a rinsaldare e proteggere l’interesse di ristrette oligarchie che a ricercare e promuovere il bene comune. 

Nell’attuale condizione critica che sembra attraversare il pianeta e inglobare larga parte dei suoi abitanti, l’Italia non rappresenta un’eccezione ma pare che qui – più che altrove, nel cosiddetto ‘mondo occidentale’  – siano venuti meno il desiderio di fare e la voglia di reagire.

Mentre le prospettive elettorali del nostro quadro politico (impantanate, incerte, bloccate su un bipolarismo obbligato dove la forza di attrazione verso i “poli” sembra dettata più da rassegnazione che da convincimento, più da antagonismo che da consapevolezza in ordine a un progetto pensato e sostenibile, mentre il farne parte non attenua le tendenze litigiose, le contraddizioni interne e le diaspore, i distinguo, i “ma” e i “se”) non aiutano da lungo tempo ad uscire dal magma indistinto, non porgono la sponda ad una ripresa della società civile.

In questa società disgregata nei valori e nei riferimenti etici, così puntilliforme e spaesata, dove risultano compresenti e contrapposte le spinte ai localismi e le derive della globalizzazione, attraversata da contrasti, sovrapposizioni di identità, difetto di motivazione partecipativa e pure caratterizzata da soggettività radicate e polarizzazioni “forti”, spetterebbe soprattutto  alla politica il ruolo del dialogo, della mediazione e della ricomposizione.

Il condizionale è d’obbligo visto che proprio la politica è invece molto spesso il luogo della differenziazione, delle diaspore e della inconciliabilità.

La stessa parcellizzazione interna del quadro politico, così come si è configurata nella lunga deriva di riposizionamento più “situazionale” che “ideologico” successiva alla fine della prima e della seconda repubblica, esprime una evidente difficoltà di rappresentazione e aggregazione del contesto sociale di cui pure è espressione.

Una sorta di riproposizione in chiave sociologica della contrapposizione tra paese legale e paese reale, anche se la vocazione autentica della politica è in realtà proprio quella di stabilire le regole per il governo della società.

C’è un quadro d’insieme caratterizzato da instabilità, disaffezione, debolezza sistemica. Un sfiducia dei rappresentati verso i rappresentanti, dove politica è sinonimo di inerzia, impantanamento, personalizzazione, disinvoltura nella gestione della cosa pubblica, sovrapposizione e intersezione tra faccende private e interessi generali. Sfiducia, astensionismo, ritorno al privato: sono solo alcuni aspetti del gap che separa il popolo dalla politica. Corruzione, malaffare, incapacità, indolenza, inerzia sono le derive critiche più attuali di una politica impresentabile, decadente, autoreferenziale.

Nelle sue “aggiornate” sfumature di immagine sempre più impercettibili e variegate la partitocrazia è succeduta a se stessa senza riuscire a spiegare quali sono le ragioni “politiche” che possono far battere il cuore (si perdoni il nonsenso “fisiologico”) a destra o a sinistra. C’è ora finalmente bisogno di una concezione popolare della politica, nel senso che deve corrispondere agli interessi di chi ha più bisogno di tutele e nel senso che deve entrare con partecipata concretezza  nella nostra vita. 

Qualsiasi alleanza elettorale pensata per guidare  il Paese, auspicando un ritorno delle responsabilità dirette della politica dopo la parentesi del Governo di unità nazionale, non può prescindere da una considerazione della componente moderata ma resta però da intendersi sul significato autentico e utile di questa invocazione. È il tentativo di cooptare una presenza compensativa rispetto a scenari troppo polarizzati sulle estreme o l’espressione di un necessario equilibrio, di una stabilità che consenta governabilità e aggancio con  gli interessi generali della società?

Realizzare tutto questo non può prescindere dall’esperienza di Governo di Mario Draghi e dal suo carisma personale. Conoscenza, coraggio, umiltà: questa la sua ricetta, ripetuta da tempo. Se serve ‘moderazione’ essa va intesa nel dovere di dare un limite e una responsabilità all’azione politica, non nell’usarla per fini personali, interessi economici, leggi ad personam. Si chiamerà “nuovo centro” questa convergenza necessaria verso una guida stabile del Paese?

Lo strapotere attuale dei partiti è determinato da una concentrazione oligarchica a difesa di interessi personali o di parte, entrambi assai lontani rispetto ai bisogni reali del Paese. In via generale, occorre se mai ricalibrare la progettualità, gli indirizzi e le scelte sulla base delle attese e dei bisogni della gente, nell’ottica della politica come servizio e non della politica come mestiere. Anche questa prospettiva postula capacità di rappresentazione degli interessi della collettività senza cadere nelle derive autoreferenziali di una presenza politica totalizzante e pervasiva.

Vincere risolutamente le tentazioni del populismo, della demagogia, della rottamazione cieca e distruttiva, della protesta senza proposta, delle gogne e dei patiboli esposti al pubblico ludibrio: scelte pregiudizialmente perdenti e pericolosamente senza ritorno, come la storia ci ha – a volte inutilmente – insegnato. Impropriamente si discetta più recentemente intorno ad un partito dei moderati: in senso letterale e in senso logico è una locuzione dal significato ibrido e dal senso incompiuto.

Perchè gli interessi sociali non sono per loro natura moderati, così come non lo sono i valori e le tensioni etiche e ideali: il compito della politica consiste appunto in questa capacità di rappresentazione dove  moderazione  non significa conservatorismo e inazione ma capacità di contemperare bisogni e progetti di una società composita: sul piano generazionale, degli interessi economici, delle tutele dei beni comuni e condivisibili.

Non serve allora un pensiero debole ma un pensiero forte perché ricco di idee e di valori, possibilmente  lontano dalla politica urlata e dei luoghi comuni ma intimamente permeato di ragioni, idee e valori che riflettano gli interessi popolari e non quelli di una qualsiasi casta dominante. Rendere credibile un progetto politico, avvicinare i contesti delle decisioni a quelli delle azioni, agire con onestà intellettuale, equilibrio, rettitudine. Ripartire dalla società civile e da ciò che può esprimere in termini di competenze, capacità, esperienze, aspirazioni, valori. Imprimere una forte spinta all’ascesa dal basso, ai movimenti popolari, per riconsegnare la politica alla gente. Trovare conferma in una guida autorevole e accreditata a livello internazionale come è “nelle cose” la figura del Presidente Draghi e di tutto ciò che rappresenta.

Una scelta ispirata ai principi della condivisione, della cooperazione, del dialogo dove la politica può trovare una sua collocazione non negli schieramenti precostituiti ma nella movimentazione delle risorse umane, delle intelligenze e delle passioni. Recuperare l’orgoglio dell’identità nazionale e il senso dell’appartenenza alla comunità civile. Questo dovrebbe essere il vero fulcro aggregante e solidale, cui non mancano certo i riferimenti di senso e di valore nelle idee della nostra tradizione culturale .

Serve allora uno stile di presenza politica centrato sul confronto mite nei toni ma fermo sulle scelte di fondo, senza cedimenti sui valori che caratterizzano il tipo di società che si vuole ridisegnare. Legalità, giustizia sociale, istruzione e ricerca, famiglia, sicurezza, ambiente, lavoro, merito: potrebbero essere questi i punti aggreganti su cui costruire un progetto politico centrato sui valori della nostra più autentica tradizione culturale e più vicino ai bisogni e agli interessi veri della gente. Soprattutto restituire dignità alla politica, senso civico e ispirazione etica ad una società fatta di persone, nell’interesse della comunità e del Paese.

Perché una politica senza dignità non ha consenso ma una società senza dignità non ha futuro.