Mosca, il mito della Terza Roma e l’eresia occidentalista. Un saggio, vecchio ma attuale, di Del Noce.

378

 

Augusto Del Noce scriveva sul n. 22-23 del 30 settembre 1970 della rivista “L’Europa”, diretta da Angelo Magliano, un lungo articolo – o meglio un saggio – intitolato “La morte del sacro”. Nella prima parte, che qui proponiamo all’attenzione dei nostri lettori, il filosofo metteva a fuoco la storia della traslazione del mito della Terza Roma da Costantinopoli a Mosca. La Russia di cui egli parlava era ancora la Russia comunista, ma anche oggi, seguendo il ragionamento di Del Noce, possiamo scorgere i tratti di quella “mentalità imperiale” che domina la coscienza del popolo russo.

 

Redazione

 

Leggo nel bellissimo libro di Manuel García Pelago che il monaco Filoteo di Pjkov, inventore sullo scorcio del XV secolo del mito di “Mosca terza Roma” dopo Roma cattolica e Roma bizantina, è stato insignito, ormai da parecchi anni dagli storici sovietici dell’appellativo di “progressista”. Che cosa c’è di strano, si dirà? Non c’è ragazzo che non sappia a memoria tutti i possibili discorsi sull'”imperialismo russo”. Non c’è intellettuale che non ripeta che siamo ormai nell’epoca dell'”homo progressivus” e che il segno della maturità è la “demitizzazione”.

 

Il ritardo storico della Russia starebbe nell’essere ancora in parte prigioniera dei miti. Sarebbe invece opportuno che gli adulti imparassero, magari dal libro ora citato, che la coscienza mitica non è solamente un residuo della coscienza originaria, sopravvissuta al dominio del pensiero razionale, ma qualcosa di così necessario all’essere umano per incontrarsi e orientarsi nel mondo dello stesso pensiero razionale; che il mito si incontra necessariamente nella discesa della coscienza religiosa alla realtà politica, come unione del naturale e del soprannaturale dovuta all’intervento di una forza celeste; che l’idea della città santa quale centro ordinatore è quindi essenziale all’affermazione del sacro come realtà; che questa fu l’origine del mito di Roma, sorto nella coscienza pagana per cui “Roma è una teofania, è la rivelazione del potere divino della storia, potere che non si manifesta in un ordine naturale, né primordialmente in un ordine morale, ma in un ordine politico” e successivamente cristianizzato “il suo destino essendo segnato sin dalle origini da una specie di ierofania; è la mediatrice tra l’ordine cosmico e l’ordine umano; è strumento di salvezza giacché Roma pur non essendo una divinità, è mezzo o agente della divinità; è l’unica forma politica coincidente con la struttura divina del mondo; è l’instauratrice della pace politica; è la trasformatrice della pluralità in unità” (pp. 110-113); che non diversa fu l’origine del mito di Mosca come “Terza Roma”, perché, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 e la definitiva liberazione del vassallaggio rispetto ai mongoli nel 1480, Mosca poté considerarsi erede di Bisanzio, pretendente perciò ad un impero ecumenico, in opposizione all’Occidente.

 

Siamo così davanti al massimo dei paradossi della storia presente: mentre l’ateismo ufficiale russo “custodisce” un mito espressamente sacrale che non può, quali che siano le

intenzioni governanti, non portare le tracce delle sue origini e non esercitare un’azione che sia loro conforme, l’Occidente, ufficialmente almeno, non ateo non sa contrapporglisi che nella forma di democrazia “vuota del sacro”. Chi ancora, in Occidente, pensa all’unità del religioso e del politico? A dir la verità, qualcuno c’è. Così ho sott’occhio un eccellente scritto, che ha il merito di dissociare completamente con una dimostrazione definitiva

la causa di Savonarola da quella dei contestatori-progressisti-demitizzanti (P.Giacinto Scaltriti, o.p., Savonarola, il vero contestatore, Torino, Borla, 1970; cfr. soprattutto, pp. 67, 75) è messo in luce come al centro del pensiero del Savonarola e della sua lotta contro Alessandro VI sia proprio quest’idea della assimilazione della romanità alla divinità della Chiesa di Cristo, non nel senso di un’affermazione temporalistica, ma esattamente del suo inverso. Ma si tratta di mosche bianche. Resta fuori discussione il fatto che la Russia rappresenta la difesa di quanto ancora resta nel campo politico della mentalità sacrale. Questa difesa può limitarsi al campo politico? O invece bisogna cercare qui le ragioni del rifiorire, attestato da tanti osservatori, della religiosità in Russia; del fatto che la Chiesa ortodossa sia stata la meno (o per nulla affatto) incrinata dal nuovo modernismo; che teologia della secolarizzazione e della morte di Dio non vi abbiano avuto eco; che le facoltà di teologia russe siano le più tradizionali, e per quel che si sente dire, anche le più rigorose nel loro insegnamento? Mentre in Europa che, per dir la verità, si è in questo accodata all’America, ma a una America che ha fortemente recepito nell’ultimo quarto di secolo l’influenza di intellettuali europei, così che anche nella cultura media la tradizionale mentalità puritana ha subito una scossa decisiva, ha creduto di rinnovarsi adottando i modi della civiltà del benessere, unico fine politico-sociale, libero poi chiunque di credere che questo benessere continui o si accresca in un oltremondo (ma, di fatto, chi ci pensa più?) sarebbe facile dimostrare come un completo trionfo, che però è impossibile, di una civiltà siffatta, porterebbe alla fine di ogni fede o speranza nell’al di là.

 

Che luce può venire da queste constatazioni nei riguardi della situazione politica presente? Contrariamente a quel che ordinariamente si pensa, ancor oggi è il “principio sacrale che trionfa”. Questa la ragione per cui la Russia è rimasta ancora sostanzialmente indenne da quel processo di autodissoluzione che travaglia, senza eccezione, i paesi europei, e, sia pure in diversa forma, gli stessi Stati Uniti.