Nel suo libro fresco di stampa Marcello Veneziani mette sotto accusa il dominio del pensiero calcolante su quello critico.

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“L’uomo abita cinque mondi: il presente, il passato, il futuro, il favoloso e l’eterno. Vive male se ne perde qualcuno, è folle se vive in uno solo” (Marcello Veneziani, La cappa. Per una critica del presente, Marsilio Editori).

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Marcello Veneziani parte dalla percezione di uno stato di disagio esistenziale che pervade il presente, in cui tutta la nostra vita sembra risolversi al punto di perdere la storia e la memoria del passato e – come soffocati dalla proliferazione smisurata di sovrastrutture che ci contengono, ci guidano, ci vietano, ci impongono – la pur minima parvenza di un futuro immaginabile. Siamo vittime di un presentismo asfissiante che ci riempie di regole e ci priva della fondamentale libertà del pensiero critico: viviamo in una sorta di limbo dell’indeterminato e del possibile, dove reale e virtuale si sovrappongono, si mescolano fino a confondersi, stiamo perdendo il rassicurante legame con la nostra stessa identità che diventa mutevole e transeunte, cangiante per un semplice atto di volontà o un capriccio. 

È questo l’incipit tematico de ‘La Cappa’, un libro che vuole scrostare la nostra condizione esistenziale da tutti gli artifizi che la costringono sotto un involucro di cui avvertiamo la presenza, subiamo il disagio che ne deriva, come se una sorta di occulta violenza simbolica indirizzasse la nostra vita verso un ignoto ingovernabile con le sole nostre forze. La Cappa è dunque questa entità sovraordinata ma anche interiorizzata nella nostra – fino a ieri – inscalfibile dimensione ontologica interiore: essere e apparire sono intercambiabili, apparteniamo ad un flusso ondivago e indefinibile: “tutto perde contorno, consistenza, memoria e visione”. 

La confusione tra natura e ambiente è il primo equivoco che genera spaesamenti e sconquassi: siamo proiettati in una sorta di fagocitosi del mondo dove la natura intesa come condizione primordiale in cui “esserci” subisce una trasformazione esiziale, sappiamo bene che la stessa pandemia è una sorta di ribellione della natura alla forza prevaricatrice dell’uomo, la dimensione antropocentrica finisce per falsare il contesto in cui viviamo- globalitario e impositivo- e rompe gli schemi di una sostenibile armonia. È fondamentale capire i meccanismi da cui originano distorsioni interpretative tra natura e ambiente, poiché ci ricordano che la grande diaspora del nostro tempo riguarda il conflitto tra la teoria e la pratica. Non bastano marce e fiaccolate, portare gente in piazza se alle parole non seguono le azioni, se l’uomo non si capacita della necessità di por mano ai grandi conflitti del nostro tempo con l’uso della ragione: la pervasività della dimensione tecnologica, l’inquinamento globale, la disumanizzazione nei processi relazionali, lo stesso pericolo di una sorta di cupio dissolvi nucleare oggi prepotentemente e drammaticamente presente tra il controllabile e l’imponderabile. L’antropocene non è solo una imperscrutabile nuova era geologica e demografica della Terra ma lo Spid da cui accedere ai destini stessi dell’umanità.

Veneziani esprime un’avvertita consapevolezza delle contraddizioni del presente, fino a farne il sottotitolo del libro. E l’insistere sulla presenza percepita della Cappa “che tutto avvolge e toglie visione e respiro” ci restituisce un fermo immagine della condizione esistenziale precaria di una umanità a cui è preclusa una visione olistica del futuro, tra sostenibilità generazione e fenomeni demografici, pericoli di sconvolgimento repentino della vita sul pianeta, alienazione esistenziale, prevalenza dei luoghi comuni e demagogia delle opinioni, delle fake news, delle chat e dei selfie condivisi. 

Ma il mondo migliore come grande utopia collettiva non pertiene solo i temi del riscaldamento terrestre o del clima, delle fonti energetiche o della riconversione ecologica. Acutamente Veneziani coglie mutazioni più complesse, che riguardano l’etica, la morale, il giusto, il vero, il bello, il possibile: basti pensare al fiume carsico del mondo virtuale che sta scalzando quello reale, la tradizione estirpata e la memoria cancellata in nome di un ‘avvento’ dominante della tecnologia (ad es. attraverso la digitalizzazione pervasiva), la sostituzione silente dei valori, il passaggio dall’interno della mente umana all’intelligenza artificiale e ai software come protesi complementari nei processi di “decision  making” o di “problem solving”. “Il progetto globale è fuoriuscire dalla natura umana e sostituire il reale con il virtuale, l’umano con il transumano, il terrestre con lo spaziale, il cyberuomo nel cyberspazio…Dell’umano si butta via tutto ciò che è eredità, civiltà, umanesimo, biologia, natura e tradizione….l’umanità va snaturata e la natura va surrogata”. 

Non si tratta della revanche dell’anti-progresso o di una narrazione distopica ma della constatazione di un processo di mutazione ontologica dell’essere umano che già Heidegger aveva preconizzato nel ‘900: il dominio del pensiero calcolante su quello critico e libero, l’abbandono della continuità della storia con l’avvento totalizzante della tecnocrazia in fieri. A ben guardare un percorso in parte già in atto che può diventare pervasivo, semplificativo e riduttivo: la perdita del pensiero divergente come arma di libertà e di svincolo dalle tante Cappe che avvolgono la nostra vita, la creatività sostituita da percorsi e algoritmi preordinati.

Altri contesti esistenziali sono soffocati dalla Cappa che ci ingabbia: sagacemente l’autore evidenza come la deriva sessuofobica assomigli ad una “cintura di castità che…scoraggia i rapporti d’amore”. Un paradossale ribaltamento dei processi di liberazione sessuale del 68, favorito dall’emanciparsi della tele-vita, cioè delle relazioni a distanza e dai pericoli di contagio dall’HIV. Si aggiunga la criminalizzazione di ogni forma di approccio, tra gli eccessi delle violenze maschiliste e un neo-puritanesimo che spinge verso un’umanità asessuata e defedata. Si consideri la crescita del narcisismo patologico che produce fruizioni solipsistiche del sé corporeo e spirituale: un’enfasi dell’io solitario in un mondo di crescenti solitudini, “di chi ama se stesso sopra ogni cosa e vive del proprio riflesso”, restituendo agli altri l’apparire più dell’autenticità dell’essere. Ciò che produce interlocuzioni e relazioni dove vero e falso si confondono come i punti di vista.

“La società narcisistica è un mondo di monadi-specchio”. Monadi isolate, aggiungerei, che vivono il ‘noli me tangere’ come un distanziamento esistenziale cercato mentre le relazioni si fanno brevi, rapsodiche, diffidenti e sospettose, favorite da sdoppiamenti di personalità e l’identità si fa sfuggente e indecifrabile.

La “guerra civile dei sessi” produce secondo Veneziani minoranze super-tutelate, fenomeni come lo “schwa” (la e rovesciata sulle tastiere), lo svilimento mercantile della maternità surrogata, un vistoso indebolimento nella tenuta della famiglia. Ma non si riduce solo a questo la sua metafora della Cappa come coperchio della nostra vita: anche la salute, la sua tutela, i vincoli, i veti, le restrizioni, il cambiamento radicale di stili di vita e abitudini correlati alla pandemia fanno immaginare una realtà futura totalmente diversa dal passato, alla stregua di quanto descritto in romanzi distopici come 1984 di Orwell o il Mondo nuovo di Huxley, ma con cascami di controllo imprevedibili, oltre la ‘tirannide farmaceutica’ e i vaccini obbligatori: “sacrificare l’umanità per il bene dell’umanità”. 

La pandemia passerà alla storia come “il tempo che ci invecchiò di colpo”, non ‘movida’ ma ‘no-vida’: senza vita, relazioni, con affetti conculcati, reclusi e perennemente convalescenti, inclini alla depressione, spettatori più che attori, salvati ma abbattuti, ‘cittadini tracciati in libera uscita in attesa di richiamo’. E andando oltre, nel vasto e nel profondo, Veneziani tocca il punto più forte, la critica più acuta della pervasività livellante della Cappa: la rimozione del passato, della storia, della memoria, della cultura. Il convergere verso un pensiero unico e replicato è la ricaduta della globalizzazione che espunge il genius loci , cancella la filiera nostrana e sostituisce la tradizione con l’innovazione che pencola nel vuoto senza radici. 

Conformismo, omologazione, irregimentazione, superficialità: “tutto conduce verso una forma di imbarbarimento planetario e di ripiegamento narcisistico nell’oggi contro tutti gli ieri, i domani e i sempre. Dove porta infatti la battaglia contro i classici, contro la cultura umanistica, le radici letterarie, e artistiche, filosofiche e religiose cui è fondata una civiltà? Esattamente dove ci sta portando il neocapitalismo globale…: eliminare ogni sapere che non sia finalizzato ad uno scopo pratico, utilitaristico, subordinare il bello all’utile e stabilire il primato delle condizioni economiche su quelle culturali”. Il consumatore globale, spogliato di radici e appartenenze soccombe nella lotta titanica tra quantità e rapporti di forza. 

È il politically correct la versione ideologica della Cappa in quanto prescrive come tutti devono comportarsi: Veneziani lo definisce come “busto ortopedico applicato alla mente, alla storia e alla vita”, il pregiudizio ideologico è la livella etica che sostituisce l’intimo convincimento con la verità indotta e circolante come protesi e bene di consumo, perché “il pensiero unico è l’estensione mentale dei centri commerciali”. Neanche la religione sfugge alla critica dell’autore per il quale “la civiltà cristiana ha oggi tre nemici: l’Islam, il materialismo ateo globale e la Chiesa di Bergoglio”.

Secondo Veneziani infatti, resta il surrogato di una spiritualità cancellata dall’egoismo funzionale dell’uomo,  di una cristianità come mero luogo di accoglienza e rivendicazione sociale, “fino a perdere ogni traccia di fede nella vita ultraterrena”. Argomenti complessi e delicati per chi vive la fede come affidamento, mentre la presenza sociale della Chiesa supplisce le vistose carenze della politica ed è riferimento per il mondo. Impresa difficile misurare la grandezza di un Papa: farlo nei cfr. di un Santo Padre amato come Francesco non può avvenire prescindendo dall’uso di parametri umani, perciò soggettivi. Resta il senso avvertito di un declino dell’interiorità come via privilegiata per cercare consolazione e risposte, restano significati reconditi e inesprimibili di una Chiesa in cui convivono storicamente due Pontefici, se pur di cui uno solo regnante. Scava nel profondo del presente, il libro di Veneziani, e lo fa con uno sguardo scaltrito e penetrante: significativo il richiamo all’uso del pensiero critico come strumento per scardinare ogni rappresentazione della Cappa soffocante. In fondo è un generoso atto di fede nell’uomo e nei mondi diversi in cui può finora liberamente abitare.

 

 

Marcello Veneziani vive tra Roma e Talamone. È autore di vari saggi di storia delle idee, filosofia civile e cultura politica, nonché di testi letterari e teatrali. Per Marsilio ha pubblicato Lettera agli italiani (2015), che ha ispirato un format teatrale portato in tour in tutta Italia, Alla luce del mito (2017), Imperdonabili (2017, edizione tascabile Ue 2021), Nostalgia degli dei (2019), Dispera bene. Manuale di consolazione e resistenza al declino (2020) e il romanzo La leggenda di Fiore (2021).