Nello specchio della scuola: le riflessioni del Ministro Patrizio Bianchi

7678

“Patrizio Bianchi è Ministro dell’istruzione nel governo Draghi professore ordinario di Economia applicata e titolare della Cattedra Unesco in Educazione crescita ed uguaglianza presso l’Università di Ferrare, dove è stato Rettore fino al 2010. Assessore alla scuola, università, ricerca, formazione e lavoro della Regione Emilia Romagna fino agli inizi del 2020, ha poi coordinato il Comitato degli esperti presso il Ministero dell’Istruzione. Con il Mulino ha pubblicato numerosi volumi, trra cui “Il cammino e le orme. Industria e politica alle origini dell’Italia contemporanea (2017) e “4.0. La nuova rivoluzione industriale (2019).

La politica, almeno in Italia, ci ha abituati a governi composti da Ministri intercambiabili nei vari Dicasteri, scelti più con il manuale Cencelli che per provata competenza nel settore di cui si devono occupare.

Il libro “Nello specchio della scuola”, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Il Mulino e scritto dal Ministro pro tempore all’istruzione ci aiuta a cambiare idea. 

Nella presentazione del suo lavoro il Prof Bianchi – che insegna Economia all’Università ma ha presieduto la Commissione degli esperti incaricata di affiancare la Ministra Azzolina nella prima parte della fase pandemica- mette subito in rilievo quattro punti che ritiene necessario considerare per porre quesiti, osservare, ipotizzare risposte rispetto alla condizione istituzionale e strutturale del sistema scolastico italiano, visto anche in una (perdente) prospettiva di analisi comparata (almeno) con i Paesi dell’area OCSE.

Il primo concerne la contestualizzazione della scuola nell’era di internet, delle nuove tecnologie e della espansiva deriva di digitalizzazione della conoscenza. Il secondo aspetto riguarda il tema dell’autonomia scolastica, ad oltre venti anni dalla sua legittimazione normativa. Il terzo punto prende in considerazione i rapporti tra sistema scolastico e territorio, con una preoccupata analisi del gap che divide in due il Paese (e ne abbiamo avuto conferma nell’applicazione sperimentale della DAD dove le scuole del mezzogiorno – ma anche l’indotto familistico e ambientale- non sono state in grado di reggere per carenza di dotazioni il confronto con quelle del nord). L’ultimo contesto di osservazione riguarda l’aggancio tra sistema scolastico, mondo del lavoro, sbocchi occupazionali e prospettive di crescita del Paese, senza tuttavia disdegnare l’aspetto solidaristico e del “fare comunità”.

Mi è rimasta impressa a quest’ultimo proposito una definizione del Ministro Bianchi in risposta ad una domanda di un’intervista poco dopo il suo insediamento in viale Trastevere: “desidero una scuola affettuosa”. Mi sembra un postulato che vale un programma e che evidenzia l’importanza dell’aspetto umano ed empatico nel contesto di un ambiente di lavoro che il pedagogista Cesare Scurati descriveva come “luogo dove si intrecciano relazioni umane”.

L’iniziale focalizzazione del Prof Bianchi traccia in fondo il percorso del libro, in un excursus storico, istituzionale, pedagogico ma sempre con un occhio di riguardo rivolto al “sistema scuola” in cui – come afferma il titolo e meglio spiega il sottotitolo si specchia e si riflette “il sistema Paese, poiché è “nella formazione che si gioca il nostro sviluppo futuro”.

Da colto e scaltrito economista non sfugge al Prof Bianchi il rapporto stretto di interconnessione che lega il sistema scolastico alla società civile, al mondo delle imprese, allo sviluppo: rapporto non sempre coincidente in quanto ad aspettative e ad esiti anche a fronte di un ritardo del sistema Italia preesistente al flagello pandemico, sul piano della crescita e in un’ottica comparata con gli altri Paesi ad economia avanzata. Un effetto “ricorsa” e “rimorchio” al quale siamo da anni abituati.

Non si tratta di evidenziare una subalternità della scuola e della cultura rispetto all’economia ma di prender atto che da un lato il sistema scolastico non è stato motore di traino mentre – di converso- dall’altro il Paese non ha riservato all’istruzione e alla ricerca – e questa è una tendenza di lunga deriva- la dovuta attenzione in termini di investimenti finanziari e di valorizzazione del capitale umano.

Sistema scolastico come scelta di investimenti mirati per il futuro: questa è la via obbligata per restare agganciati alle dinamiche evolutive.

L’analisi di approfondimento – per conoscere le cause del  gap tra scuola e suo contesto di riferimento- è ampia e storicamente non priva di riferimenti e di connessioni: particolarmente interessante il capitolo “Stato-Scuola-Nazione” nella sua rinnovata attualità, poiché l’autore ne deduce alcune linee di indirizzo che corrispondono ad altrettanti obiettivi assegnati al sistema di istruzione.

Il primo scopo riguarda la formazione della classe dirigente del Paese. E’ dal curricolo scolastico che emerge la “formazione di leadership in grado di orientare un’intera comunità verso la crescita”.

Il secondo obiettivo attribuito alla scuola concerne “la diffusione dei valori fondanti e unificanti di una comunità”.

Il terzo step considera l’importante funzione di formazione delle competenze necessarie alla crescita del Paese. Il Prof. Bianchi la sintetizza come “ricerca delle competenze per uno sviluppo sostenibile nel tempo”.

E qui sembra opportuno rimarcare l’importanza del concetto di sostenibilità: nella sua accezione temporale, per un passaggio di consegne generazionali e per un assetto stabile delle istituzioni e della maturazione del corpo sociale.

La quarta “consegna” afferisce alla formazione della persona: essa si concretizza “ come diritto individuale all’acquisizione delle conoscenze necessarie per poter consolidare la propria personalità e partecipare alla vita sociale”.

Siamo – in questo ambito- nell’alveo della migliore tradizione pedagogica che caratterizza lo specifico funzionale del significato di termini quali “educazione, “formazione”, istruzione”: potremmo dire che questa attribuzioni di competenze rientrano a pieno titolo nel  grande e complesso tema del diritto allo studio ma – potremmo aggiungere – anche del dovere di perseguirlo.

Non per niente l’autore si sofferma sul portato normativo , etico e democratico di quegli articoli della Costituzione che più direttamente pertengono lo specifico istituzionale della scuola: al servizio della società, come parte dello Stato, espressione della cultura della nazione ma soprattutto nel mettere sempre e comunque la persona  al centro della preoccupazione pedagogica, nel curricolo strettamente scolastico e come aspirazione verso la “lifelong  education” , che implica che la reciprocità formativa vada oltre i banchi di scuola e diventi costume e dovere sociale, per tutta la vita.

Dunque, riassumendo: autonomia scolastica rivista e valorizzata nel suo portato innovativo che parte dal basso ma anche con un occhio di riguardo alla necessità di evitare differenziazioni penalizzanti tra scuola d’avanguardia e scuole penalizzate dal fardello burocratico che pervade – il Ministro lo sa – il contesto scolastico nelle sue articolazioni centrali e periferiche.

Aggancio con la società pulsante fuori dalla scuola senza correre pericoli di intorbidire i compiti del sistema formativo, di annacquarne e impoverirne la ‘mission’ educativa.

Consapevolezza della centralità del tema “formazione” in uno Stato moderno e in una società interconnessa, che chiama in gioco i doveri dello Stato ma anche di ogni singolo attore co-protagonista del sistema scolastico, valorizzando le competenze interne, senza velleità di autosufficienza.

Non capita spesso di leggere – come accadeva un tempo a livello universitario- il libro di un Ministro: credo che questa sia un’ottima occasione per riprendere una consuetudine passata di moda.