NESSUNA SCIENZA VI DARÀ IL PANE. LO SGUARDO DISINCATATO DI DOSTOEVSKIJ SULL’OCCIDENTE DECADENTE.

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Dostoevskij evoca la condizione in cui verte il mostruoso formicaio umano dellEuropa moderna: le seducenti promesse del capitalismo infervorano le masse intorpidite che si inchinano al dio-denaro. E però, finché linteresse utilitaristico e la conservazione egoistica della propria vita saranno lespressione più caratterizzante della libertà individuale, la coabitazione umana del mondo sarà contrassegnata dalle disuguaglianze, dalla miseria e dallingiustizia.

 

Diego Flores

 

Dopo i sentori lontani di un’Europa incantata dalla belle époque, Dostoevskij decide di vedere di persona e toccare con mano la siffatta bellezza, che irradiava luminosa e promettente dal vecchio continente. Deciso a constatare alla radice il fascino che palesemente attraeva anche una parte dell’animo russo, Dostoevskij intraprende un viaggio estivo nel cuore dell’Europa infatuata dai miti della modernità. Il resoconto critico di quel viaggio — serrato confronto con la realtà socioculturale europea della seconda metà dell’Ottocento — sarà riversato da Dostoevskij nelle Note invernali su impressioni estive; impressioni ottenute durante il suo soggiorno estivo a Londra e Parigi nel 1862.

 

L’esperienza di questo viaggio di Dostoevskij nell’Europa, infervorata dalle allettanti promesse del capitalismo trionfante, sarà il corollario della sua incisiva critica radicale alla decadenza culturale dell’Occidente moderno. La produzione letteraria di Dostoevskij, a seguito di quel viaggio, sarà attraversata dalle profonde e disincantate impressioni che una società come quella europea, lacerata dall’individualismo e dal più turpe egoismo utilitaristico, ha lasciato nel suo animo. Nella trama narrativa delle ultime opere di Dostoevskij traspare la cupa realtà di quel mostruoso formicaio di egoismi e interessi cui è diventata l’Europa moderna; attraverso i personaggi delle sue ultime produzioni Dostoevskij fa venire alla luce le diverse modulazioni di un declino etico-antropologico di proporzioni epocali. Memorie del sottosuolo, Delitto e castigo, e soprattutto I fratelli Karamazov attestano la presenza insidiosa in Occidente di quell’«ospite inquietante» avvertito anche da Nietzsche: il nichilismo.

 

Il Grande Inquisitore del capitolo V de I fratelli Karamazov — vecchio e decadente quanto il continente che raffigura —, che lavora per la puerile felicità del “gregge”, appare il portavoce di un nichilismo militante in grado di barattare la libertà per lo squallore di un’infantile tranquillità. Il vecchio cardinale, Grande Inquisitore, è convinto che gli uomini — «poveri bambini» — non saranno felici, di quella felicità dell’infanzia che è «di tutte la più dolce», finché non verranno «liberati dalla grave preoccupazione e dai terribili tormenti che comporta la libera decisione individuale». Il potere, che il Vecchio rappresenta, sembra offrire la risposta più soddisfacente all’incalzante grido della sventurata fragilità umana: «salvateci da noi stessi!». L’intollerabile «maledizione del discernimento tra il bene e il male» viene loro risparmiata a cambio di una «quieta, umile felicità, la felicità dei deboli», quali sono stati creati gli uomini.

 

Davanti a sé il Grande Inquisitore ha però un Prigioniero che non ha voluto privare l’uomo della libertà, ma ha rifiutato tale proposta pensando: «Quale libertà sarebbe se l’ubbidienza è ottenuta al prezzo dei pani?». L’anarchico Prigioniero «non ha voluto asservire l’uomo», ma voleva una fede libera, svincolata dall’infatuazione dei prodigi, affrancata dall’incantesimo del miracolo. Quel Prigioniero, che è venuto a disturbare l’opera del Grande Inquisitore, promette agli uomini «una libertà che nella loro semplicità e innata sregolatezza non possono neanche comprendere». Anzi, intuiscono gli uomini che finché non abdicheranno la loro libertà non saranno felici. E quindi urlano il loro lacerante bisogno di quiete e sazietà: «piuttosto asserviteci, ma dateci da mangiare».

 

In queste espressioni Dostoevskij evoca la condizione in cui verte il mostruoso formicaio umano dell’Europa moderna: le seducenti promesse del capitalismo infervorano le masse intorpidite che si inchinano al dio-denaro. La moltitudine degli uomini, cupa e senza allegria, schiaccia la loro umanità asservendola all’interesse egoistico e all’individualismo proprietario.

 

Finché l’interesse utilitaristico e la conservazione egoistica della propria vita saranno l’espressione più caratterizzante della libertà individuale, la coabitazione umana del mondo sarà contrassegnata dalle disuguaglianze, dalla miseria e dall’ingiustizia. Ricorda infatti Dostoevskij, per bocca del Grande Inquisitore, che gli uomini dovranno capire «che la libertà è inconciliabile con il pane terreno in abbondanza per tutti». Ma di quale libertà si tratta quella inconciliabile con la giustizia del pane in abbondanza per tutti? La libertà dell’egoismo beninteso — come direbbe Proudhon —, che contraddistingue l’ideale umano della società capitalistica: l’allettante invito a soddisfare ogni sedicente bisogno come un diritto inalienabile e irrinunciabile — come ricorda un altro personaggio de I fratelli Karamazov —, con l’insidiosa giustificazione di avere «gli stessi diritti che hanno gli uomini più potenti e più ricchi». E così «concependo la libertà come una moltiplicazione e una rapida soddisfazione dei bisogni, stravolgono la propria natura, giacché ingenerano in loro stessi una moltitudine d’insensati e stupidi desideri, insulsissime abitudini e fantasie».

 

E se il Baal del denaro illude l’umanità, neanche la scienza — sostiene ancora la pressante voce del Grande Inquisitore — «darà loro il pane finché resteranno liberi»; liberi di questa sedicente libertà che sa calcolare il profitto e l’interesse privato, che mai e poi mai riuscirà a dividere il pane in giuste parti. Nel migliore dei casi la scienza potrebbe procurarci il cibo, ma non il pane: frutto della terra e del lavoro dell’uomo che, nella scelta etica di condividerlo, rende conto della dignità umana e apre lo spazio alla fraternità, «principale pietra d’inciampo dell’Occidente».

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 1 ottobre 2022

(Articolo riprodotto per gentile concessione)