I ripetuti richiami del Capo dello Stato all’unità nazionale, sotto il profilo degli intenti e delle azioni, sembrano aver impresso un’accelerazione alle forze politiche di governo e di opposizione: servono veramente coesione e sostegno a quanti si stanno prodigando per il bene comune, in questo travaglio pandemico che sottende – come direbbe Carl Gustav Jung – una infezione psichica, figlia della paura e madre del panico che ci assale. Ringraziamo commossi il personale sanitario, la protezione civile, i volontari  che si prodigano giorno e notte da settimane per contrastare il male e curare e salvare vite umane. In questo noi italiani siamo da sempre modello di umanità e solidarietà. Lasciamo ai competenti la decisione su profilassi, terapie, farmaci: evitiamoci il mantra collettivo delle opinioni gratuite tambureggianti sulle quali si esprimono anche gli incompetenti e i millantatori: nei talk show televisivi si alternano voci autorevoli e latori di sconcertanti idiozie.

Quello che si sta facendo, controlli, sanzioni, invito al rispetto delle regole, misure di repressione di comportamenti stupidi e incoscienti deve essere gestito in modo coordinato e tocca a noi cittadini dimostrare di possedere senso civico e rispetto per chi combatte questa guerra micidiale e per chi purtroppo le soccombe. In una situazione di carenza di mezzi, di risorse, di posti letto, di presidi sanitari la politica deve darsi un’agenda programmatica, non basta aprire tavoli di concertazione, occorre aprire il Parlamento e avviare un dialogo costruttivo.

Questa sospensione dell’attività legislativa non è giustificabile quando si chiedono sacrifici al Paese. Lanciare laconici messaggi dal proprio salotto di casa e non avere il coraggio e la forza di fermare il Paese, perché un conto è lo Stato e un altro la Nazione, un conto il PIL e lo spread e un altro la tutela della salute pubblica. Non ci sono cittadini di serie A e di serie B, serve il coraggio delle decisioni draconiane prima che prevalga il cupio dissolvi, l’irreversibile via del non ritorno. La paura del contagio e quella delle sanzioni sono due deterrenti micidiali: in questa fase drammatica che coinvolge il mondo intero i nostri comportamenti devono essere ispirati al rispetto rigoroso e assoluto delle regole e delle prescrizioni. Ma il governo non può agire da solo, c’è bisogno del concorso di tutti e la sede parlamentare è l’unica in grado di recepire e affrontare la complessità del momento.

Senza contare le realtà del territorio che esprimono urgenze e difficoltà attraverso le regioni e i comuni in primis: non devono restare voci inascoltate. C’è un accentramento di compiti, funzioni e disposizioni che sollecita una cabina di regia nazionale ma l’ascolto delle voci che vengono dalla periferia del Paese è altrettanto indispensabile per evitare distonie e conflitti inspiegabili alla gente comune.

Esiste anche una dimensione transnazionale del Coronavirus e delle politiche per affrontarlo, finora l’Europa ha espresso al suo interno strategie persino contrastanti, ci si chiede a cosa serva avere un Parlamento Comunitario se l’Europa non adotta misure coordinate per quanto attiene frontiere, passaggi di persone, tutele sanitarie, gestione delle risorse umane e finanziarie: il rischio è di esprimere un nulla istituzionale che frantuma il continente e respinge al mittente le richieste di aiuti e di decisioni unitarie. Riaffiora latente il primato della politica monetaria su quella fiscale e di sostegno agli Stati, si avverte l’assenza di Mario Draghi alla guida della BCE.

Sembra persino paradossale che dopo aver dato l’ incipit al contagio mondiale sia ora la Cina e non gli USA, storici alleati dei Paesi dell’U.E nonché membri della NATO, a gestire a livello mondiale la politica degli aiuti e le strategie sanitarie per fronteggiare e sanare il male che proprio in  Cina ha esordito come il “cigno nero” che si è diffuso bussando alle porte di tutto il pianeta.

Noi ci laviamo le mani venti, trenta volte al giorno, non usciamo di casa – salvo la genia dei mentecatti e degli incoscienti – tendenzialmente rispettiamo le regole, manteniamo le distanze, non ci tocchiamo, separiamo i letti, non ci abbracciamo, ci salutiamo a distanza.

Salutiamo i nostri cari che vengono ricoverati senza sapere se li rivedremo fisicamente, in videoconferenza per un commiato o se di loro ci sarà restituita una cassetta di ceneri.

“Noli me tangere”: non mi toccare, non avvicinarti, questo è il nuovo imperativo categorico delle relazioni sociali. Abbiamo il dovere di essere diligenti, di rispettare i divieti, di rinunciare a certe personali libertà. Anche il più convinto garantista deve abdicare con buon senso di fronte ad una emergenza sanitaria di siffatte proporzioni.

Passando dalle abitudini e da talune mollezze e certi agi del vivere quotidiano ad un regime di tipo militare ci rendiamo conto di quanto il bene comune sia un valore che tutela tutti.

Ci dobbiamo  adeguare senza se e senza ma, ubbidienti: se queste cose non si scherza. Il Coronavirus  (sapremo forse un giorno se è figlio di un pipistrello o di un errore di laboratorio) ha una forza distruttiva devastante, per via implosiva: aspettavamo tremabondi i missili piovere dal cielo e ora ne respiriamo dentro di noi le polveri venefiche fino a soffocare.

Detto questo e rinnovando l’invito di aderire ai dettami della scienza non possiamo nasconderci che ci sono stati ritardi, incertezze e un approccio indolente e di sottostima dei pericoli incombenti all’insorgere dell’epidemia.

Pare che il primo caso di coronavirus sia stato accertato a Wuhan a metà novembre 2019.

Ma ci sono due aspetti che – se non ora, in piena emergenza sanitaria e in clima di auspicabile unità nazionale – andranno chiariti quando la pandemia sarà stata debellata, come speriamo.

Dopo il Memorandum Italia-Cina del marzo 2019  – sottoscritto dal nostro Governo contro il parere degli altri Paesi dell’U.E- che al punto 27 individua nei bacini portuali di Genova e Trieste i “terminali europei della via seta”  (io li chiamerei i due cavalli di Troia nel ventre dell’Europa) e proprio in previsione di tale destinazione, il 28 aprile successivo venne siglato un accordo tra i due Paesi che prevedeva alcune  “Aree di collaborazione” che la diffusione del Coronavirus ha reso drammaticamente attuali: (cito testualmente) “il rafforzamento della prevenzione e del controllo in frontiera delle principali malattie infettive, il rafforzamento delle misure quarantenarie e dell’ispezione dei mezzi di trasporto internazionali, in entrata e in uscita dai territori italiano e cinese, il miglioramento dell’efficacia delle misure di disinfezione, disinsettazione e derattizzazione, la prevenzione della trasmissione transfrontaliera di malattie infettive”.

La prima domanda è in che modo questo accordo sia stato rispettato, quali misure di prevenzione sia state adottate, quali concrete azioni sia state poste in essere per evitare la diffusione del contagio dopo che il virus era stato isolato nei laboratori cinesi.

Se il Protocollo d’intesa ha avuto solo una valenza declaratoria ma non è stato attuato all’insorgenza della virosi ci sono evidenti responsabilità da una parte e dall’altra.

Si aggiunga un altro dato certificato: sulla Gazzetta Ufficiale n° 26 del 1° febbraio 2020 veniva pubblicata una Delibera del Consiglio dei Ministri assunta in data 31 gennaio , avente titolo: “Dichiarazione sullo stato di emergenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”. Più avanti nel dispositivo si fa esplicito accenno “all’emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus”…. e – al 1° comma “è dichiarato per 6 mesi dalla data del presente provvedimento lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”.

Mentre qualcuno si affrettava a definire il coronavirus una patologia assimilabile ad una banale influenza, trascorrevano giorni decisivi per assumere provvedimenti coerenti con l’esplicito pericolo paventato della Delibera del Consiglio dei Ministri.

Ecco, dopo gli oltre 50 mila contagi ufficiali ad oggi, gli oltre 6820 morti, gli ospedali al collasso, i sanitari allo stremo, il Paese in “manu militari”, al terzo modulo di autocertificazione che viene imposto ai cittadini (con quale valore legale? Mai sentito che uno autocertifichi una patologia che non sa di avere, visto che non tutti sono sottoposti ai tamponi…), al ventesimo lavaggio quotidiano delle mani in stile “ossessivo compulsivo”, chiusi in casa e confinati nel Comune in cui ci si trova….il dubbio sorge spontaneo: se si fosse applicato l’accordo del 28 aprile 2019 e se al 31 gennaio si fossero prese decisioni drastiche forse il film avrebbe avuto una trama meno tragica per il Paese? A Parlamento riunito forse si comincerà a parlarne.

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Francesco Provinciali
Già dirigente ispettivo del MIUR, giudice esperto presso il Tribunale dei minori di Milano, componente dell’Osservatorio minori di Regione Lombardia. Collabora con 'Minori Giustizia' organo dell’AIMMF (associazione italiana magistrati per i minori e la famiglia).Scrive su diversi quotidiani e riviste nazionali. Ha pubblicato numerosi libri tra cui “Tutte a casa- Storie di donne, di adolescenti e di bambine”, “Figli smarriti” con prefazione di M. Rita Parsi- “Dove va la politica? Dialoghi con protagonisti della politica italiana”, con prefazione del Presidente della Camera dei Deputati, “Scuola e dintorni”, con prefazione del Presidente CENSIS Prof. Giuseppe De Rita.