ADLAI STEVENSON, LA TESTA D’UOVO CHE KENNEDY NON AMAVA. GRAZIE A LUI NEL 1962 LA CRISI DI CUBA NON ESPLOSE.

20078

I documenti desecretati dal National Security Archive – su cui si appunta la nota dell’AGI che qui di seguito riportiamo – gettano un fascio di luce sui drammatici frangenti che videro sfidarsi Kennedy e Krusciov. Davanti alle provocazioni sovietiche e alla scoperta di quei missili affacciati sull’America, Stevenson fu l’uomo che dissuase il presidente da un attacco aereo contro Cuba e da qualsiasi reazione militare, ammonendo Kennedy delle “incalcolabili conseguenze” di una mossa del genere. 

Agenzia Italia

Uno come Adlai Ewing Stevenson II poteva persino ambire, e forse ambì, alla presidenza degli Stati Uniti, favorito dal lignaggio familiare e da una preparazione talmente raffinata che sarebbe stato coniato per lui, per poi entrare nell’uso comune, il termine ammirativo (e dispregiativo assieme) di “egg-head”: testa d’uovo. Giunto ai piani alti della carriera, dopo essere stato governatore dem dell’Illinois e avere onorato i successi politici dell’omonimo nonno, che era giunto alla vicepresidenza degli States, Adlai Stevenson si dovette accontentare – per così dire – della nomina a rappresentante permanente degli Usa all’Onu. 

Non s’era mai preso moltissimo con il presidente John Fitzgerald Kennedy e questa fu, con il senno di poi, una vera fortuna rispetto alla Storia. Fortuna che emerge oggi, sancita dai documenti desecretati dal National Security Archive, e che riguarda i drammatici frangenti della crisi dei missili a Cuba. Sessant’anni dopo viene fuori il ruolo probabilmente decisivo di Stevenson per evitare un disastro nucleare al quale mancò giusto un passo. Perché era uno che sapeva dire di no al presidente.

Lo stop decisivo si riassume nel rigo e mezzo autografo dell’appuntino che l’ambasciatore Stevenson consegnò a JFK e che potrebbe essere la sua epigrafe tombale, la sua massima nobiliare e un viatico per qualunque diplomatico: “Ricatto e intimidazione mai; negoziato e buon senso sempre”. Dove due parole sottolineò la penna: il never di “mai” e l’always di “sempre”. Davanti alle provocazioni sovietiche e alla scoperta di quei missili affacciati sull’America, Stevenson fu l’uomo che dissuase il presidente da un attacco aereo contro Cuba e da qualsiasi reazione militare, ammonendo Kennedy delle “incalcolabili conseguenze” di una mossa del genere. 

Negoziare. Negoziare senza cedere alle intimidazioni però con la “sanity” di non determinare una disastrosa escalation. E in quella manciata di giorni, che da drammatici potevano diventare tragici, la linea della “testa d’uovo” prevalse su quella di altri consiglieri della Casa Bianca. Ma a un prezzo che all’epoca, e per decenni, è stato mantenuto “top secret”. Il leader del Cremlino Nikita Krusciov non ritirò i suoi missili da Cuba soltanto perché gli Stati Uniti si impegnarono a non invadere Cuba in futuro. Ma anche perché – secondo “negoziato e buon senso” – Kennedy si accordò con Mosca sul ritiro dei propri missili Jupiter dalle basi in Turchia.

A Washington la linea soft di Stevenson – e forse il passo cui aveva spinto Kennedy – non la perdonarono né gliel’avrebbe perdonata lo stesso presidente, stando alla documentazione che oggi emerge dagli archivi. Un violento articolo intitolato “In Time of Crisis”, pubblicato ai primi di dicembre 1962 su The Saturday Evening Post, accusava la “testa d’uovo” di avere suggerito una pacificazione comparabile a una Monaco 1938, che avrebbe “barattato le basi Usa per le basi cubane”. Bisognava celare il ritiro statunitense dalla Turchia e propugnare la narrazione che nel braccio di ferro con l’Urss i sovietici avevano chinato il capo di fronte alla determinazione americana smantellando le basi di Cuba. E nient’altro più.

Ora emerge che quell’ingeneroso articolo, firmato da due uomini vicini a Kennedy, Charles Bartlett e Stewart Alsop, fu addirittura letto e riaggiustato in bozza per mano di JFK. Al “top secret” sull’intera vicenda sarebbe seguita neanche un anno dopo la fine cruenta del presidente, ucciso a Dallas il 22 novembre 1963. Meno di due anni dopo, stroncato da infarto il 14 luglio ’65, se n’andava l’ambasciatore “testa d’uovo”, cui oggi nell’ottobre corrusco del 2022 – soffiando i venti di un altro paventato disastro – s’inchina chi ritiene che “Blackmail and intimidation never; negotiation and sanity always” sia ancora una valida massima.