NON BASTA IL TRIBUTO DEL RICORDO, DE GASPERI PUÒ ORIENTARE ANCORA OGGI L’AZIONE DEI CATTOLICI DEMOCRATICI.

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La sua opera resta un caposaldo della rinascita economica e civile del Paese, costituendo anche oggi, nel mezzo di una decisiva campagna elettorale, un riferimento essenziale per quanti nel mondo cattolico hanno a cuore la crescita democratica del Paese.

L’opera di governo di De Gasperi, sviluppata nell’arco di un decennio cruciale (1944-1954) che lo vide a lungo Presidente del Consiglio, non può essere apprezzata adeguatamente se non nel contesto della vicenda politica di partito. Altri leader democristiani, nei vari passaggi generazionali, assumeranno analoghe responsabilità istituzionali sulla scia del loro cursus honorum nella Dc. Basti ricordare Fanfani, Moro, Rumor o Andreotti, come pure De Mita in epoca più recente. Non sfugge tuttavia la differenza. De Gasperi, in realtà, della Dc è stato il fondatore: ne ha forgiato il profilo per così dire ideologico e l’impianto politico-organizzativo, ne ha fatto il “partito nazionale” capace di esercitare una costante funzione egemonica per quasi mezzo secolo. In tutto questo tempo, la Dc si è misurata con i cambiamenti della società, non rinunciando a cambiare essa stessa – senza cancellare però l’impronta degasperiana. 

La volontà di mettere mano al partito emerse nel 1942, prima del crollo del fascismo, quando a Milano, in casa Falck, si svolse l’incontro con i neoguelfi di Malvestiti e Malavasi. Le sorti della guerra volgevano al peggio e il consenso sociale, a fronte di sacrifici imposti dal governo, tendeva sempre più a scemare. Occorreva agire con circospezione e però, con quel gesto ancora contenuto nell’ambito della clandestinità, De Gasperi volle rimarcare il rapporto strategico con un nucleo di cattolici intransigenti che non avevano piegato la testa di fronte a Mussolini e al suo Regime. Poi, nel giro di pochi mesi, i rovesci militari e i bombardamenti su Roma portano alla traumatica sostituzione del Duce e dunque alla costituzione del CLN in vista della liberazione del Paese. D’accordo con Sturzo, non si torna alla vecchia denominazione di partito, bensì a quella di “democrazia cristiana” dei primi anni del Novecento. Non a caso, presente tutto il gruppo dirigente del partito, il 16 agosto del 1944 si tiene a Roma la commemorazione di Giuseppe Donati, amico in gioventù di Murri, fondatore e primo direttore del Popolo, morto esule a Parigi nel 1931.

La Dc non si presenta, perciò, come la semplice riedizione del Ppi. De Gasperi prende strade nuove. Abbandona ad esempio l’armamentario del corporativismo e sceglie, su impulso del giovane Paronetto, l’economia mista di mercato. Con mons. Montini, il futuro Paolo VI, imbastisce una strategia di coinvolgimento dei quadri migliori dell’associazionismo cattolico (anche pronti, con Dossetti, a insidiarne la leadership). Riesce così a mettere insieme generazioni diverse e le sollecita a cooperare ad una iniziativa di partito fortemente innovativa, nel segno preminente della laicità della politica a fondamento cristiano. Plasma quel “centro in marcia verso sinistra” che indica la scelta di ancorare la battaglia anticomunista a una prospettiva di evoluzione civile e politica, propriamente affidata a un ottimismo cristiano che trovava l’avallo filosofico e teologico nella lettura di Gratry. Da qui discende la convinzione che l’alleanza necessaria, in funzione del superamento dello storico steccato tra guelfi e ghibellini, fosse identificabile nel quadripartito (Dc-Psdi-Pri-Pli) che affronterà vittoriosamente la prova delle elezioni del 18 aprile e rappresenterà l’architrave di un sistema di governo solido e aperto al tempo stesso, anche elevabile a paradigma del futuro centro-sinistra.

Tutto questo è il modello De Gasperi, ovvero il modello che ha dato all’Italia un connotato di modernità, legandola  al grande disegno euro-atlantico. È giusto relegarlo a una pagina ingiallita di storia patria? O non è giusto, piuttosto, farci i conti sul serio e fino in fondo, per ricavarne la potenza di un insegnamento? Suona strano che si parli di “centro” – e oramai si assegna ad esso soltanto l’appellativo liberale – senza confrontarsi con la formula (vincente) degasperiana; come pure è strano che gli ambienti più avveduti del cattolicesimo italiano scrutino l’orizzonte della politica, talora con l’idea di reinventare una proposta a un dipresso dall’azione di partito, saltando a piè pari l’esperienza storica della Dc e quasi soggiacendo a un istinto di rimozione, tanto da dimenticarsi di De Gasperi. In realtà, non possiamo accontentarci di una periodica commemorazione che, nonostante i buoni propositi, finisce per essere esposta all’usura del tempo e quindi all’infragilimento del ricordo. 

A De Gasperi dobbiamo molto di più, da De Gasperi possiamo avere ancora di più. La sua opera resta un caposaldo della rinascita economica e civile del Paese, costituendo anche oggi, nel mezzo di una decisiva campagna elettorale, un riferimento essenziale per orientare il pensiero e l’azione dei cattolici democratici.