Non basta l’evocazione di Sturzo

Il richiamo a Sturzo esige una schietta verifica, senza infingimenti e retorica, delle condizioni di sussistenza del "fattore popolare" nella vita reale del nuovo Pd.

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Articolo già pubblicato sulle pagine dell’www.huffingtonpost.it

Cresce, in questi giorni, l’attenzione sul centenario dell’Appello ai liberi e forti, un testo che appare ancor oggi fresco di suggestioni importanti. Bisogna far tesoro di questa novità che increspa gli umori della pubblica opinione. Qualche cosa si muove.

Non c’è solo il mondo cattolico, democratico e popolare, dietro l’attesa per la data simbolo (18-19 gennaio); in realtà, con qualche sorpresa, l’attenzione coinvolge altri mondi, più che mai desiderosi di ritrovare un’anima della politica.

Zingaretti scrive che “emoziona e fa impressione” la rilettura di questo Appello. Segno, possiamo dire, di un Novecento diverso dal secolo delle magniloquenti e spietate profezie a sfondo totalitario. Il popolarismo è la dottrina politica – forse l’unica – a non essere stata travolta dal moto anti-ideologico susseguente alla caduta del Muro di Berlino.

Ora occorre chiedersi, però, se dopo l’emozione non s’imponga l’urgenza di una meditazione adeguata alla ricorrenza del centenario; se insieme a un sussulto, derivante dalla sorpresa, non si debba coltivare la consapevolezza di nuove sfide; se infine la “formula popolare”, inventata da Sturzo, non richieda scelte coraggiose e in controtendenza.

Lo dico con franchezza, ma in spirito costruttivo: non intendo sfuggire al dilemma che nasce dall’esaurimento del Pd, partito unico del riformismo, così come lo abbiamo concepito e vissuto finora. Il popolarismo è l’antitesi del populismo, il suo più diretto e attrezzato antemurale, la sua “decostruzione” morale e politica. Ma può il popolarismo sopravvivere nei limiti angusti di una esortazione o di una memoria?

Zingaretti rassicura sulla direzione di marcia. “Nell’Appello di un secolo fa si possono cogliere grandi temi profetici e fecondi, che devono continuare a liberare energie e che, soprattutto, ci impegnano a non restare alla finestra quando tutto sembra difficile, fragile o incomprensibile”. Sono parole impegnative, anche autocritiche per molti aspetti. Ma siamo sicuri che bastino? Si potrebbe dire, meglio tardi che mai. Ma la conversione di San Paolo è un difficile modello da perseguire.

Bisogna sempre evitare di aggrapparsi astutamente alle circonlocuzioni di comodo perché non rappresentano una risposta alla crisi del Pd, né tanto meno un viatico di ritrovata energia per i Popolari impegnati in questo partito. Ci vuole una svolta vera, per ricostruire le ragioni di una cooperazione allargata tra i riformisti di varia matrice. In mancanza di tale svolta, ideale e politica, il rischio è la caduta irrimediabile di un progetto pur nelle sue origini tanto ambizioso.

Il richiamo a Sturzo esige una schietta verifica, senza infingimenti e retorica, delle condizioni di sussistenza del “fattore popolare” nella vita reale del nuovo Pd. Facciamo in modo che nell’imminente congresso ci sia un vero cambiamento.