Non decolla la cooperazione tra Ue e Taiwan sui microchip (Asia News)

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Il colosso taiwanese Tsmc non ha piani per aprire stabilimenti di produzione in Europa. Per il dialogo sui semiconduttori, l’Unione rischia di incrinare i rapporti con la Cina. Parlamentare slovacco: ho la sensazione che il mio Paese e Taipei siano interessati a progetti per fabbricare chip in Slovacchia. Cresce il fronte europeo che chiede l’uscita dei Paesi Ue dal Forum 16+1, promosso da Pechino.  

Emanuele Scimia

Fatica a decollare la cooperazione tecnologica tra Unione europea e Taiwan, e questo nonostante le recenti aperture reciproche. Ieri Taiwan Semiconductor Manufacturing Company Ltd (Tsmc), il primo produttore mondiale di microchip, ha dichiarato di non avere piani concreti per stabilire centri di produzione in Europa.

Più dell’invasione russa dell’Ucraina, e i timori che la Cina possa fare lo stesso con Taiwan, è la collaborazione sui microchip che ha spinto l’Unione a rafforzare il dialogo con Taipei a costo di incrinare i rapporti con Pechino.

Con il suo Chips Act, annunciato in febbraio, la Ue ha lanciato un piano per raccogliere 43 miliardi di euro in investimenti pubblici e privati per rispondere a ogni futura interruzione della catena di approvvigionamento nel settore. I microchip, soprattutto quelli più avanzati fabbricati dai taiwanesi, sono componenti essenziali per tutti i prodotti che funzionano con l’ausilio della tecnologia. Dal 2020 la scarsità di semiconduttori – dovuta all’alta domanda di apparecchi tecnologici generata dalla pandemia – ha creato problemi per la produzione di molti beni, come le automobili.

Negli ultimi mesi gli europei hanno incoraggiato le compagnie taiwanesi a produrre direttamente in Europa. Il presidente di Tsmc, Mark Liu, ha detto che l’azienda non ha ancora abbastanza acquirenti nel Vecchio continente per giustificare un simile investimento. Tra le nazioni candidate a ospitare la produzione di Tsmc vi è la Germania. A marzo il ministero taiwanese degli Esteri ha inviato invece propri esperti in Lituania, Repubblica Ceca e Slovacchia per valutare il potenziale delle locali industrie hi-tech.

La prospettiva di vedere microchip “made in Taiwan” prodotti nella Ue rimane lontana, come si intuisce anche dagli esiti dell’annuale dialogo su commercio e investimenti tra Taipei e l’Unione, tenutosi il 2 giugno. Nel suo comunicato finale, la Ue afferma che le due parti sono pronte a lavorare insieme per “monitorare” la filiera commerciale dei semiconduttori.

Il risultato è certo al di sotto delle aspettative, tenuto conto anche che Tsmc sta spendendo 11,2 miliardi di euro per costruire stabilimenti di produzione negli Usa e sta ultimando una fabbrica in Giappone insieme al gruppo Sony.

Peter Osuský, capo del gruppo di amicizia con Taiwan del Parlamento slovacco, dà una conferma indiretta dell’attuale ritrosia taiwanese a investire nella produzione europea di microchip. Il parlamentare fa parte di una delegazione ufficiale del suo Paese che in questi giorni si trova sull’isola. Sulla possibilità che Bratislava e Taipei stiano discutendo possibili investimenti produttivi in Slovacchia nel campo dei chip, Osuský ha dichiarato ad AsiaNews che il ministero slovacco dell’Economia “è pronto a sostenere i passi necessari”, aggiungendo di “avere la sensazione che entrambe le parti siano interessate”.

Con l’avvicinamento a Taiwan la Ue si gioca molto in termini di rapporti con la Cina. Per Pechino, l’isola è una “provincia ribelle”, da riconquistare anche con l’uso della forza se necessario. In un’intervista pubblicata nei giorni scorsi da Nikkei Asia, il ministro lituano degli Esteri Gabrielius Landsbergis ha chiesto ai rimanenti 11 Paesi Ue del 16+1, il forum informale che riunisce la Cina e 16 Stati dell’Europa centrale, orientale e meridionale, di uscire dal gruppo.

Il 16+1, abbandonato dalla Lituania nel maggio 2021, è da tempo nel mirino dell’Unione, che lo considera uno strumento della Cina per dividere il blocco europeo, spingendo alcuni Stati membri ad allinearsi alle posizioni cinesi. Secondo Landsbergis, il format guidato da Pechino non ha portato alcun beneficio ai partecipanti europei, un giudizio condiviso di recente dal suo omologo ceco Jan Lipavský. Osuský è sulla stessa lunghezza d’onda. La sua opinione è che la Slovacchia debba ridurre in modo graduale la sua cooperazione nel 16+1, per arrivare alla sua completa uscita.

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