NON SOLO UCRAINA. LO SCACCHIERE DI PUTIN E IL NOSTRO INVERNO DIFFICILE

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Si prospetta una lunga guerra a bassa/media intensità sino a quando non si creeranno le condizioni per un possibile armistizio. Non va dimenticato però che Putin ritiene le democrazie occidentali in inarrestabile decadenza. La partita va ben oltre l’Ucraina, dunque. L’accresciuta presenza mediterranea, in Siria e Libia soprattutto, testimonia adeguatamente l’esistenza di una nuova dottrina moscovita, tesa pure ad avere punti d’appoggio dai quali creare problemi generatori di tensione in Europa. Ci attende un inverno complicato.

 

 

 

 

 

Enrico Farinone

 

È nota l’analisi che si fa nelle Cancellerie occidentali (ma anche nel sistema mediatico) della guerra ucraina voluta da Putin.

 

Non è andata come aveva pianificato: un blitzkrieg in grado di annientare la dirigenza politica di Kiev, a partire dal Presidente Zelenskij, e di sostituirla con una fedele e ossequiosa ai voleri di Mosca, come quella da lustri al potere a Minsk. Si sarebbe così ricomposto, anche se formalmente diviso in tre stati nazionali indipendenti, il Russkij Mir (Mondo Russo) europeo composto dalla stessa Russia, dalla Bielorussia e appunto dall’Ucraina (esclusa la sua parte nord-occidentale confinante con la Polonia). Ricostituendo quel minimo “spazio vitale” che il Cremlino ritiene indispensabile porre fra i suoi territori e quelli dei suoi possibili nemici.

 

E non sta neppure andando secondo i piani in un tempo successivo modificati. La conquista del Donbass è costata molto in termini di tempo, mezzi, uomini. E non è tuttora definitiva. Addirittura la Crimea è stata colpita dai missili della controffensiva ucraina. E l’allargamento verso ovest, verso Kherson prima e possibilmente verso Odessa, procede molto lentamente, contrastato dagli ucraini armati ora con più efficacia dagli occidentali, soprattutto dagli americani.

 

Si prospetta una lunga guerra a bassa/media intensità, con periodiche punte e più lunghi periodi di stasi sino a quando non si creeranno le condizioni per un possibile armistizio che conceda qualcosa a Mosca, dopo aver convinto Kiev ad accettare qualche slabbratura territoriale ricompensata da un piano di ricostruzione imponente finanziato dagli alleati europei, oltre che dagli stessi americani.

 

Ma le cose stanno davvero così? O piuttosto stanno anche, ma non solo, così? Per capirlo, occorre studiare le altre pedine che Putin ha mosso sullo scacchiere. Non si tratta di semplici pedoni.

 

La prima è sotto i nostri occhi. Il rubinetto del gas aperto e chiuso ad intermittenza, o anche solo la minaccia di chiuderlo a tempo indeterminato se non per sempre ha provocato la deflagrazione del prezzo e con esso l’incipiente crisi economica prevista ormai con certezza in tutta l’Unione Europea. La conseguente necessità di ipotizzare razionamenti e restrizioni al momento sulla carta ma concreti il prossimo inverno, e sarà quello il momento della verità: come reagiranno le opinioni pubbliche a fronte di una crisi che investirà le famiglie nella loro vita ordinaria, con la perdita del lavoro in taluni casi e il freddo negli appartamenti? Non va dimenticato che Putin e il pensiero che lo sostiene ritiene le democrazie occidentali in inarrestabile decadenza, innanzitutto etica, ragion per cui un colpo ben assestato al loro stile di vita incentrato sull’opulenza e sul possesso ne indebolirebbe ulteriormente la già precaria tempra morale. La partita va ben oltre l’Ucraina, dunque.

 

La seconda riguarda l’UE, e finora non ha prodotto in verità risultati significativi. L’obiettivo dell’autocrate del Cremlino è dividerla e frammentarla, anche perché a suo modo di vedere è assolutamente irrilevante in quanto non rispondente a quel decantato sovranismo nazionalistico che è invece l’unico riferimento col quale merita relazionarsi. Ad oggi però solo l’Ungheria è caduta nella rete, dopo il tentativo andato a vuoto in Francia. Come ben sappiamo, ce lo ha detto Medvedev, ora si spera nell’Italia.

 

La terza è di geopolitica internazionale. Qui la Russia gioca almeno due partite in contemporanea. Quella maggiormente visibile è con la Cina.

 

“L’amicizia senza limiti” è palesemente un accordo fondato sulla convenienza, reale o supposta, delle parti. L’enfasi è solo parte della propaganda. L’utilità per Mosca potrebbe essere solo provvisoria, legata alla situazione contingente, nella quale il Cremlino vede l’opportunità di inserirsi attivamente nel crescente scontro USA-Cina con l’obiettivo di indebolire l’avversario oggi ritenuto principale, ovvero gli Stati Uniti. Per converso il rischio di rimanere soffocato dall’abbraccio del potente vicino, ormai ben più forte da ogni punto di vista (eccetto uno: quello dell’offesa nucleare) è assai elevato, e questo non può essere sfuggito a Putin. Ma se ha scelto di correre il rischio significa che ha valutato di non avere molte altre valide carte a disposizione.

 

La più interessante delle quali – ed è l’altra partita – è il tentativo di acquisire spazi territoriali e relazioni politiche amicali con le nazioni di quello che spregiativamente, e sempre errando, gli occidentali hanno chiamato terzo e quarto mondo. Un esercizio peraltro al quale si sta applicando pure la Cina, a partire da una logica commerciale che le è propria, mediante la Belt & Road Initiative.

 

L’accresciuta presenza mediterranea, in Siria e Libia soprattutto, testimonia adeguatamente questa nuova dottrina moscovita, tesa pure ad avere punti d’appoggio dai quali creare problemi generatori di tensione in Europa.

 

È la rete di relazioni con i paesi emergenti a dimostrare quanto il Cremlino stia adoperandosi per allargare il conflitto ucraino dal terreno militare a quello della diplomazia e della politica. Dai redivivi BRICS, inclusivi di nazioni teoricamente più ascrivibili al fronte occidentale che a quello orientale ma al tempo stesso parte del Sud del mondo, vera linea di demarcazione – quella fra Sud e Nord del pianeta – che permane e anzi acquisirà nuovi significati; al VOSTOCK (Oriente) che si riunirà in summit la prossima settimana, con l’India ancora ambiguamente a cavallo fra tutti i contendenti.

 

Questa è la parte visibile e immediata della sfida lanciata all’Occidente da Putin una volta che si sia compreso che quello combattuto sul suolo ucraino non è solo o soprattutto un conflitto per conquistare territorio. E’ una sfida culturale. Ecco perché egli non può in alcun modo perdere la partita ucraina. Attendiamoci allora un gioco duro, senza sconti. Putin ha bisogno di arrivare ad una qualsiasi trattativa almeno da una posizione di forza. Se non potesse essere quella militare, allora dovrà essere quella energetica. Mettere in ginocchio l’Europa prima che essa riesca a riorganizzarsi, con nuovi e diversi approvvigionamenti e nuove modalità green di produzione d’energia. Ci attende un inverno complicato.