Occorre mettersi in marcia.

Oggi più che mai, sarebbe necessario costruire forze politiche in grado di pensare anche per gli altri e non solo per se stesse.

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La pubblicazione dei risultati elettorali definitivi delle Europee 2019 e le prime ipotesi sui flussi dei voti in relazione alle politiche dello scorso anno, consente alcune iniziali ipotesi interpretative.
Una prima considerazione è di contesto. Con qualche prudenza si potrebbe ipotizzare che, al di là dei risultati, la società italiana resta in una sostanziale situazione di stallo.
In altri termini: ci sono migrazioni elettorali di prossimità politica (anche cospique) in un bacino elettorale generale che si riduce progressivamente, ma non si vedono significativi salti di qualità nella rappresentanza (se non in simboliche carnevalate) capaci di acquietare le ragioni profonde delle angosce esistenziali presenti nel paese.
Del palcoscenico della società italiana continua ad essere illuminata solo una parte e la politica pare occuparsi solo di ciò che è nel cono di luce.

Veniamo ai numeri.

Cresce la Lega, anzi raddoppia rispetto allo scorso anno.
Si dice che vinca prendendo voti al M5S e a Forza Italia. Un successo figlio della strategia di confine di Salvini, al quale con molta leggerezza è stato consentito, da Di Maio e soprattutto da Berlusconi, di giocare nel campo populista e contemporaneamente in quello del centrodestra con convincente ambiguità.
Il successo della Lega è indubbio, quanto privo di elementi di novità sotto il profilo della rappresentanza: da un lato, raccoglie voti di elettori delusi dai 5 stelle, ma ancora irretiti da paure e rancori; dall’altro lato, prende i voti di un elettorato di centrodestra che inizia a sentirsi orfano di un leader forte.

Eviterei abbagli come nel 2014: questo risultato non pare la rappresentazione di qualcosa di nuovo, quanto una sorta di pettinatura dell’esistente. L’idea di una Lega che penetra nell’elettorato moderato offrendogli, novello PD renziano, una pacificazione con il disagio, ha basi effimere. Ripeto, a me pare che la Lega metta insieme un elettorato (evidentemente anche cattolico) già presente sul mercato dell’esasperazione sociale e gli offra un prolungamento di permanenza, forse più solido e maschio di quanto poteva offrire la posizione ondivaga e inconcludente dei grillini. Mentre sul fronte opposto recupera intorno a sé una parte di quegli elettori perduti per la strada del tramonto berlusconiano.
Perde il M5S, anzi dimezza i voti. È una conferma per chi pronosticava la condizione fragile dei grillini, ma è una smentita per chi concludeva che quella condizione avrebbe portato gli elettori a ritornare su scelte del passato. Il disincanto per Di Maio ha come effetto o l’incanto per Salvini o la ritirata nell’astensione. Al di là della evidente ostinazione a restare al potere, ben oltre la più tenace resistenza dorotea, il punto politico è che le contraddizioni del movimento sono ormai esplose e fingere di ignorarle non sarà certo un modo per risolverle.

Vince il PD, anzi no: resiste, con fatica. L’aumento percentuale viene subito ridimensionato dalla verifica dei voti reali. Rispetto al 2018 non ci sono novità nella quantità dei numeri; mentre ve ne sono nella loro qualità.
Molti voti arrivano al PD (come del resto è accaduto alle ultime primarie) in forza della sua posizione di unica forza alternativa a quelle di governo, e arrivano anche da un elettorato di rito non PD. Grossolanamente si potrebbe utilizzare l’esempio delle teste di lista non PD in quattro circoscrizioni su cinque, non di provenienza PD e capaci di attirare appunto una significativa quota di elettori non PD.

Dunque, il PD regge all’urto, ma non ha ancora una direzione di marcia. Anche qui si può dire che non ci sono elementi di novità nella rappresentanza, non si sradica dall’astensione quella parte della società che è forse più esigente sotto il profilo della qualità politica.
Sarà banale ripeterlo, ma continua ad essere l’astensione il termometro più attendibile di una condizione sociale fatta di speranze perse, apatia rassegnata, resistenza privata alle illusioni populiste, e dell’assenza di proposte politiche in grado di affrontare le ragioni della crisi guardando oltre, senza ripiangere il passato.

Può apparire paradossale ma la ragione del successo di Lega e PD pare essere più l’inerzia delle cose, che nell’introduzione di elementi di novità.
Ma potrebbe essere proprio questa inerzia a mettere in crisi gli apparenti vincitori delle elezioni, più che i reali sconfitti.

La Lega non è espressione di un nuovo centro con baricentro a destra. È un catino nel quale si sta raccogliendo un indistinto schiumoso di disagio sociale e conservazione del potere (visto dal Sud questo fenomeno è molto nitido). Su questo crinale di ambiguità non ha nessun interesse a mutare lo stato delle cose. Anche se è immaginabile che sarà la crisi dei 5 stelle e le loro divisioni interne a costringere la Lega ad uscire dal mercato elettorale chiuso di cui si è giovata.

Il PD resta un riferimento totemico dei valori costituzionali, ma rischia di non andare molto oltre questo valore simbolico se in un qualche modo non prova a sciogliere i nodi culturali e politici che si porta dietro ormai dalla sua nascita.
O decide di riscoprire, magari con un po’ più di elaborazione di pensiero, la matrice di partito “democratico”, sintesi innovativa e innovatrice delle culture politiche storiche, e dunque riprende una vocazione che, se non è maggioritaria, è quantomeno di centralità sociale. Oppure decide di farsi partito di una sinistra che si misura con la storia e prova a riprenderne le fila e le ragioni di una presenza, ed allora riscopre la cultura della coalizione e del dialogo con un centro politico. Questo forse non dipenderà solo dal PD, ma anche da quale domicilio vorranno darsi i cattolici popolari in questo passaggio politico.

Allo stato ciò che genera maggiore preoccupazione non è la oggettiva complessità degli scenari in campo. Ciò che preoccupa di più è la prosecuzione dello stallo. In fondo la situazione che viene fuori dalle urne può offrire una sorta di vantaggio di posizione ai due vincitori sulla carta: con una Lega orientata a non mettere in discussione la posizione intermedia e a non scegliere tra governo attuale e centrodestra; e un PD volto a conservare la posizione di rendita elettorale quale unico argine ai populisti/sovranisti, senza una precisa identità culturale.

Questa tentazione, da temere soprattutto in casa PD sia per l’assenza di elementi esterni di pressione sia per l’indolenza dimostrata dai suoi gruppi dirigenti a misurarsi con il “vizio genetico”, rischierebbe di ingessare pericolosamente lo stato delle cose, creando una asfittica dialettica più sul piano della propaganda che sul terreno delle proposte.
Occorrerebbe immaginare non tanto una via per successi elettorali, quanto una strada per ricomporre l’equilibrio politico nella rappresentanza complessiva del paese. Come ci dimostra l’esperienza delle scorse elezioni europee, un successo senza equilibrio politico non ha lunga vita.

Oggi più che mai, sarebbe necessario costruire forze politiche in grado di pensare anche per gli altri e non solo per se stesse. Forze politiche capaci di ripensare le ragioni della democrazia, specie sul piano europeo.
Ma quale che sia la strada, questo risultato elettorato suggerisce una volta di più che occorre mettersi in marcia.