Oggi l’argilla grida al suo Creatore. Sull’Osservatore Romano la solennità dell’Epifania nella tradizione bizantina.

373

 

Dai testi liturgici sgorga il tema, presente in ambedue le feste, sia il Natale sia lEpifania, cioè quello della nuova creazione che avviene per lumanità intera dallincarnazione del Verbo di Dio. Alcune preghiere, attribuite al grande teologo e poeta Romano il Melodo (+556), propongono la figura di Adamo peccatore rimasto cieco, nel buio e senza vestiti, illuminato e rivestito dalla nuova creazione in Cristo.«Ad Adamo, accecato nellEden, è apparso a Betlemme il sole, e gli ha aperto le pupille, lavandole con le acque del Giordano».

 

Manuel Nin

 

La tradizione bizantina, nel periodo Natale-Epifania, celebra due grandi feste o se si vuole celebra due dei misteri centrali della nostra fede cristiana: la nascita nella carne del Verbo di Dio incarnato il giorno 25 dicembre e il suo battesimo nel Giordano il giorno 6 gennaio. Mentre le pericopi evangeliche lette nel Natale sono quelle della nascita di Cristo e della sua manifestazione ai pastori e ai magi, quelle lette nella festa dell’Epifania sono quelle del battesimo di Cristo. Vorrei soffermarmi in alcuni temi che troviamo nei tropari dei giorni della pre-festa, dell’Epifania stessa e del giorno immediatamente dopo. Sono degli aspetti che fanno parte della nostra professione di fede cristiana e che i testi della liturgia cantano in modo poetico e con una profondità teologica unica.

 

Un primo aspetto che troviamo nei testi liturgici del periodo dell’Epifania è il parallelo o il vincolo stretto tra Natale ed Epifania. Uno dei tropari mette in evidenza i segni che accompagnano l’una e l’altra delle manifestazioni del Signore: «Splendida la festa appena passata, ma ancor più splendida, o Salvatore, quella che sta per venire. La prima ha avuto un angelo come araldo della buona novella; questa ha avuto il precursore per prepararla. Nella prima è stato versato sangue, sicché Betlemme gemeva, privata dei figli; in questa, con la benedizione delle acque, si fa conoscere il fecondo fonte battesimale. Allora una stella ti ha indicato ai magi; ora il Padre ti mostra al mondo». Bel parallelo tra l’angelo di Betlemme e Giovanni Battista, tra la stella che indica Betlemme e la voce del Padre che indica il Figlio beneamato.

 

I testi liturgici, inoltre, si servono di quello che potremmo chiamare una cristologia per via di contrasto per mettere in evidenza il mistero della filantropia di Dio: il fiume che riceve colui che è sorgente, la nudità di colui che riveste tutte le cose con la sua bellezza. Anche Giovanni Battista presentato con l’immagine dell’argilla, di colui che ha le mani di fango, e che si rivolge a chi l’ha modellata: «Come potranno i flutti del fiume ricevere te, Signore, che sei fiume di pace e torrente di delizie, come sta scritto, o onnipotente, mentre in essi entri nudo, tu che rivesti i cieli di nubi, per mettere a nudo tutta la malizia del nemico e rivestire di incorruttibilità i figli della terra? I flutti del Giordano hanno accolto te, la sorgente, e il Paraclito è sceso in forma di colomba; china il capo colui che ha inclinato i cieli; grida l’argilla a chi l’ha plasmato, ed esclama: Perché mi comandi ciò che mi oltrepassa? Sono io ad aver bisogno del tuo battesimo».

 

Dai testi liturgici ne sgorga un altro tema, presente in ambedue le feste, sia il Natale sia l’Epifania, cioè quello della nuova creazione che avviene per l’umanità intera dall’incarnazione del Verbo di Dio: «Facciamo piamente risuonare i canti vigilari dell’augusto battesimo del nostro Dio: poiché ecco, come uomo, nella carne, egli sta per venire dal suo precursore a chiedere il battesimo salvifico per riplasmare tutti quelli che, nella fede, vengono santamente illuminati e partecipano dello Spirito. Esulta, Adamo, insieme alla progenitrice: non nascondetevi come un tempo nel paradiso, poiché, avendovi visti nudi, egli è apparso per rivestirvi della prima veste. Cristo si è manifestato, perché vuole rinnovare tutto il creato». Specialmente uno dei tropari attribuiti a sant’Andrea di Creta (660-740) collega il battesimo di Cristo alla redenzione di tutta l’umanità, da Adamo in poi, e propone già il tema pasquale della riapertura del paradiso: «Il mio Gesù alla sua volta nel Giordano si purifica o, meglio, purifica noi dai nostri peccati. Viene infatti veramente al battesimo, volendo cancellare con l’acqua il documento scritto che accusa Adamo, e dice a Giovanni: Vieni, o battista, presta il servizio supremo allo straordinario mistero; vieni, stendi presto la tua mano, e tocca il capo di colui che spezza la testa del drago e apre il paradiso che la trasgressione aveva chiuso, per l’inganno del serpente, quando un tempo fu assaggiato il frutto dell’albero».

 

Alcuni dei testi liturgici danno voce a Giovanni Battista e al Giordano stesso in un bel dialogo che ricorda i testi delle dispute che troviamo spesso nei testi liturgici siriaci e anche bizantini: «Venite, fedeli tutti, lasciamo la Giudea e passiamo al deserto del Giordano: là […] colui che, apparso per noi nella carne, chiede il battesimo nei flutti del Giordano, mentre il battista si rifiuta […]: non oso stendere le mani sul fuoco con palme di fango. Il Giordano e il mare sono fuggiti, o Salvatore e si sono volti indietro; e come imporrò io la mano sul tuo capo che fa tremare i serafini? […] e come non affonderà nel caos e nell’abisso, vedendo te nudo tra i suoi flutti? Come non mi brucerà, tutto incendiato da te? Ma grida il Giordano a Giovanni: Perché tardi, o battista, a battezzare il mio Signore? Perché impedisci la purificazione di tanti? Tutta la creazione egli ha santificato; lascia che santifichi anche me e la natura delle acque, perché per questo si è manifestato».

 

Infine, alcuni brani di due tropari, attribuiti a Romano il Melodo (+556), grande teologo e poeta nella scia dei grandi teologi che hanno saputo trasformare la teologia in poesia, che collegano la figura di Adamo peccatore rimasto cieco, nel buio e senza vestiti, illuminato e rivestito dalla nuova creazione in Cristo: «Ad Adamo, accecato nell’Eden, è apparso a Betlemme il sole, e gli ha aperto le pupille, lavandole con le acque del Giordano. Per colui che era divenuto scuro e ottenebrato, è sorta la luce inestinguibile; non ci sarà più notte per lui, ma tutto sarà giorno […]. Al tramonto, infatti, egli si era nascosto, come sta scritto, ma ha trovato un raggio che lo ha ridestato, lui che verso sera era caduto: è stato liberato dal buio ed è giunto a quell’alba, che col suo apparire ha illuminato l’universo […]. Quando Adamo per sua volontà perse la vista per aver assaggiato il frutto che rende ciechi, subito contro la sua volontà fu denudato […]. Egli era dunque nudo e accecato, e a tentoni cercava di afferrare il diavolo che lo aveva spogliato. Ma quello sogghignava vedendolo brancolare qua e là e cercare il vestito che aveva perduto. A tale vista, Colui che per natura è compassionevole si avvicinò a lui dicendo: “Nudo e accecato io ti accolgo: avvicinati a me, che sono apparso e ho illuminato ogni cosa”».

 

Romano il Melodo mette in relazione il peccato di Adamo e la salvezza di Cristo per mezzo della sua incarnazione e la sua nascita. Parallelo anche tra l’Eden e Betlemme: il primo luogo del peccato e della cecità, il secondo luogo della nuova luce. Adamo viene “guarito” dalla sua cecità quasi come nei miracoli in cui Gesù guarisce i ciechi con l’acqua o col fango. Nel nostro testo l’acqua che guarisce è quella del Giordano. Il tropario sottolinea quindi il battesimo come guarigione, come illuminazione: La notte passa, fugge e appare il giorno senza tramonto. L’alba diventa subito mattino e giorno pieno. Ancora il parallelo tra il tramonto e l’alba: Adamo pecca al tramonto, con il buio del peccato diventa anche cieco, e anche si nasconde da Dio e dalla luce. Il tropario ha anche degli accenti pasquali: un raggio ridesta Adamo, come Cristo scendendo nell’Ade lo ridesterà nel sabato santo. Adamo salvato dal buio e portato alla salvezza che illumina tutto l’universo: «Quell’alba, che col suo apparire ha illuminato l’universo […]».

 

Manuel Nin
Esarca apostolico per i cattolici di rito bizantino residenti in Grecia