Ogni lezione era una rivelazione

È morto Maurizio Calvesi, grande maestro della storia dell’arte

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Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Irene Baldriga

Maurizio Calvesi, l’ultimo grande maestro della storia dell’arte italiana del Novecento, ci ha lasciato il 24 luglio all’età di 92 anni. La notizia si è diffusa nel giro di poche ore, giungendo in ogni parte d’Italia e del mondo. Calvesi era considerato un assoluto pilastro della “scuola romana”, la grande fucina di studi e di ricerche fondata agli inizi del secolo scorso da Adolfo Venturi e poi sviluppatasi in una successione di figure prestigiosissime della cultura italiana, da Lionello Venturi, a Cesare Brandi, ad Argan. Studioso raffinatissimo e poliedrico, critico militante, è stato un volitivo animatore dello storico Istituto di storia dell’arte dell’università La Sapienza di Roma, che oggi — nella sua più moderna articolazione (il Dipartimento di storia, antropologia, religioni, arte e spettacolo) — ne onora, commosso, la memoria. Una schiera foltissima di storici dell’arte ne condivide in queste ore il ricordo; un ventaglio di generazioni che Calvesi ha ispirato e formato, letteralmente, attraverso il suo sguardo rigoroso e l’applicazione di un metodo filologico che univa con assoluto equilibrio l’espressione formale alla lettura dei documenti diretti e indiretti, analizzando l’opera d’arte come prodotto di complessi intrecci storici e culturali, che egli pazientemente arrivava a scomporre e a restituire incrociando fonti e modelli di impressionante varietà e pertinenza.

Nella parola “contesto”, che gli allievi di quella scuola di studi considerano come autentica bussola della storia dell’arte, si racchiude il valore più alto del poderoso sforzo interpretativo operato e trasmesso dal professor Calvesi. Leggere il contesto significa allargare la prospettiva della lettura di un’opera d’arte, considerarne le derivazioni iconografiche, la committenza, i modelli letterari, i significati nascosti, le ragioni palesi e quelle recondite, gli effetti diretti e indiretti, le possibili connessioni sociali, economiche e religiose, la funzione dei manufatti… e potremmo proseguire per molte righe ancora.

Ai giovani studenti che affollavano l’aula Venturi, dove ancora oggi si svolgono le principali iniziative e le attività didattiche della sezione di storia dell’arte del Dipartimento, le lezioni di Calvesi apparivano quasi epifanie, momenti insostituibili di rivelazione, in cui il grande studioso illustrava con precisione le sue riflessioni, in una quantità di rimandi, analogie, sollecitazioni e percorsi di ulteriore sviluppo. Nella penombra delle sue lezioni serali (la proiezione delle diapositive richiedeva l’oscuramento della sala), il professore si immergeva tra appunti e immagini, sciorinando ipotesi, deduzioni, principi di metodo.

I testi proposti nella sua bibliografia d’esame erano e restano autentici monumenti della storia dell’arte: il saggio giovanile sulla Melanconia di Dürer, i fondamentali studi su Caravaggio, le articolate ricerche sulla Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (un romanzo allegorico illustrato, pubblicato a Venezia nel 1499), fino alle appassionate ricerche rivolte alla contemporaneità, al Futurismo, a de Chirico, a Burri, a Duchamp, alla Pop Art. Perché da vero grande studioso, che nella sua lunga esperienza professionale aveva conosciuto anche il non facile mestiere dell’amministrazione dei beni culturali, Calvesi sapeva maneggiare una quantità di temi e di questioni, tra passato e presente, con uno sguardo attento anche ai problemi della tutela e della conservazione, in una declinazione politica della storia dell’arte che aveva d’altronde animato l’azione dei suoi illustri maestri.

Tra gli ambiti di ricerca che maggiormente hanno segnato la schiera dei suoi allievi, risulta decisivo quello caravaggesco. Calvesi si era laureato con Lionello Venturi discutendo una tesi sul pittore lombardo Simone Peterzano, una ricerca importante che lo condusse progressivamente ad approfondire l’opera del Merisi soprattutto alla luce delle connessioni con l’ambiente milanese borromaico e degli oratoriani.

Rileggendo oggi i suoi studi più precoci, come l’articolo del 1957 dedicato proprio a Peterzano “maestro di Caravaggio” (e salta all’occhio come in quel numero del «Bollettino d’Arte» il contributo di Calvesi sia seguito da un articolo dell’allora solerte e non abbastanza ricordata direttrice della Galleria Borghese Paola della Pergola), affiora l’approccio sistematico delle sue riflessioni: una sequenza di logiche conclusioni che si dipana, con ammirevole chiarezza, attraverso domande esplicite, elenchi di possibili soluzioni, ipotesi e conclusioni.

Pur dotato di una penna generosa e piacevole alla lettura, amava la prosa serrata: soprattutto nella rappresentazione delle sue grandi costruzioni interpretative (macchine esegetiche articolatissime nutrite di citazioni di fonti antiche e moderne, scritte e visuali), Calvesi prediligeva una stesura asciutta, capace di dimostrare senza divagazioni la purezza del suo pensiero e l’inoppugnabilità delle sue argomentazioni. Uno stile di sobrietà, un’inclinazione alla “sprezzatura”, che caratterizzava l’uomo come lo studioso. L’evidenza dei fatti doveva prevalere su ogni retorica, su ogni eccesso descrittivo, sul barocchismo letterario che aveva caratterizzato una parte della storia dell’arte del passato e che ora, attraverso la forza cristallina di un metodo analitico orientato al contesto, era opportuno smascherare. Nella sua introduzione alle Realtà del Caravaggio (Einaudi, 1990), Calvesi aggiunge una rara e davvero commovente nota autobiografica. A proposito delle sue appassionate incursioni presso archivi e biblioteche milanesi risalenti al tempo della collaborazione con il «Corriere della sera» e per le quali si sofferma a ringraziare il personale di sala «per le interminabili richieste di codici», annota: «Sbarcando di prima mattina dal vagone letto, rubavo qualche ora al giornale rifugiandomi nell’Archivio di Stato dell’Ambrosiana, ove mi aveva indirizzato l’idea che i Borromeo fossero stati il modello della fede lombarda del Caravaggio… Tra le lettere a Federico Borromeo, solo in una (ma era sufficiente) trovai il nome del Caravaggio; moltissime altre sono servite a tracciare un contesto che mi sembrava dimostrativo». Emerge il quadro solitario di uno studioso appassionato, un segugio della verità storica, convinto di una intuizione per la quale sa di dover raccogliere indizi incontrovertibili. Calvesi ha praticato (ed ha insegnato, cosa niente affatto secondaria) la grande forza di una storia dell’arte orgogliosa di una scientificità di metodo e di pensiero, selezionando con cura i terreni da scandagliare per portare alla luce evidenze che i secoli hanno oscurato.

Indossare l’abito dell’investigatore, negli anni in cui il professore sceglieva quella strada di faticoso lavoro di ricerca, implicava un certo coraggio. A tratti il professore si apre a qualche considerazione sulla necessità di superare luoghi comuni e presunte certezze ormai consolidati nella lettura di certi capolavori. Nell’argomentare la sua interpretazione delle iconografie caravaggesche in chiave cristologica, si sofferma a un certo punto sulle simbologie che egli cerca di individuare e di tradurre in termini teologici e compositivi, per esempio a proposito dei dipinti della Cappella Contarelli in San Luigi de’ Francesi («Il senso sarebbe calzante — Gesù immolatosi per amore dell’umanità, Gesù come Amore — e ambienterebbe ancor meglio l’intera produzione caravaggesca, giovanile o no, chiara o tenebrosa, nel tema dell’Amore e della Redenzione»). Spiega Calvesi che la possibile “delusione” suscitata in alcuni lettori dalla rivelazione di un Caravaggio non più maledetto, bensì attento interprete dei dettami della Controriforma, «non tocca Caravaggio, tocca la nostra pretesa di attualizzare in letture deformanti, che siano in chiave di realismo tout court o di anelito rivoluzionario contro i sistemi, una figura storica dai confini ben marcati e precisi, che solo quel disprezzato tipo di indagine dal nome un po’ goffo di iconologia, in fondamentale sussidio alla lettura stilistica, ci può restituire. Restituire per sempre alla discussione, ma ad una discussione meno infondata».

Si coglie una nota di dispiaciuta amarezza in quel richiamo autoironico all’iconologia, l’approccio che con eleganza il professore aveva scelto di abbracciare pur controcorrente, ma è difficile non rilevare il senso di responsabilità e la determinazione assunti dallo stesso Calvesi nel voler affermare l’urgenza di una nuova storia dell’arte, che adottasse l’apertura metodologica e la discussione come pratiche comuni indirizzate alla comprensione dei processi storico-culturali.

La perdita di un grande maestro addolora i colleghi, gli allievi, gli amici, i compagni di tante esperienze. È di grande conforto, tuttavia, ricordare che il lascito davvero importante del lavoro di una intera esistenza resti vivissimo nell’esercizio di una disciplina. La storia dell’arte italiana ha molto beneficiato dell’impegno e della passione di Maurizio Calvesi: ne sono testimonianza evidente la tenuta delle “realtà” che ha portato allo sguardo del tempo presente, restituendo eloquenza a capolavori di cui si era perduto ogni legame con il contesto di origine, ma ancor di più nel lavoro appassionato dei suoi allievi che continuano a popolare archivi, musei e biblioteche, alla ricerca costante di nuove verità da svelare.