“OLTRE DIO. IN ASCOLTO DEL MISTERO SENZA NOME”. UN LIBRO PUNTA A LIBERARE IL DIVINO DAL SOVRACCARICO D’IMMAGINI ARCAICHE.

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Come indicano gli autori e le autrici di questo libro, la rinuncia definitiva all’immagine di un Dio trascendente, provvidente e personale non comporta di per sé il passaggio all’ateismo. 

Ma cosa possiamo dire rispetto alla realtà divina in cui si vuole continuare a credere, se “credere” ha ancora un senso? E, soprattutto, possiamo dire qualcosa, se è vero che, più di ogni altra parola, “Dio” «nasce dal Silenzio e conduce al Silenzio»? È a questi interrogativi, e a molti altri, che cercano di rispondere le pagine che seguono,  nel segno di una riflessione su un Mistero senza nome che va oltre, immensamente oltre, la nostra capacità di comprenderlo.

Di seguito riproponiamo alcuni stralci della Prefazione di Scquizzato.

 

Paolo Scquizzato

 

“Ognuno di noi si porta dentro una certa immagine di dio, come un marchio impresso a fuoco. È la risposta puntuale alle domande del catechismo, l’abbiamo invocata nei momenti di necessità, celebrata nei nostri culti.

Nell’immaginario collettivo si tratta di un dio maschio, detto anche padre, onnipotente, creatore, che nutre passioni; ad esempio ama, si offende, reagisce, interviene, si pente, perdona, redime, salva, progetta, desidera, plaude, castiga i cattivi premiando i buoni, vede tutto, conosce tutto, anche i segreti più reconditi del cuore.

Tale dio ha il suo domicilio nell’alto dei cieli, gestendo una sorta di cabina di regia; da lassù muove i fili del mondo, tracciando l’orbita degli astri e segnando la sorte delle creature che hanno imparato a chiamare questo suo agire – spesso oscuro e indecifrabile – volontà di Dio.

(…)
Il peccato – trasgressione della norma – lo irrita e l’offende, una sorta di atto di lesa maestà. Per questo è necessario che le sue creature invochino il suo perdono, ma a patto che si mostrino previamente pentite e che la colpa venga poi adeguatamente espiata. Dopo la morte dell’individuo, egli riserverà di certo un futuro alle sue creature: dannazione eterna per i reprobi, beatitudine infinita per i buoni.

(…)
Questo dio noi umani ce lo siamo costruiti tutto sommato recentemente, se è vero che prima della rivoluzione agricola, una decina di millenni fa, l’immagine della divinità era femminile, feconda energia, identificata quasi tout court con la natura.

Ebbene, questo piccolo dio all’uomo e alla donna del XXI secolo pare essere semplicemente inverosimile, e quindi del tutto indifferente. (…) Le antiche risposte, elaborate da una certa teologia nel passato, oggi non dicono più nulla riguardo alle attuali domande di donne e uomini che si sanno parte di un immenso Universo, abitanti di un piccolissimo pianeta alla periferia del cosmo, granello infinitesimale sperduto tra 250 miliardi di galassie.

(…)
Io credo anzitutto che dinanzi alla grande domanda su Dio, si dovrebbe assumere un atteggiamento di grande umiltà, ossia rinunciare alle definizioni e alle cosiddette verità su Dio.

L’uomo e la donna, spiritualmente maturi, sono coloro che sanno di non potersi avvalere di alcuna definizione, di non poter professare nessuna verità apodittica su ciò che viene denominato dio. Sono consapevoli che il rapporto con la divinità è sempre tensione in avanti, mai il godimento di un oggetto, o il raggiungimento di una meta. Sanno che hanno a che fare con la verità senza però possederla; sono consapevoli d’esserne partecipi”.

 

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