ORBAN, L’EUROPA E LA DEMOCRAZIA

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Gettano la maschera i “democratici occasionali”. Bene ha fatto il Parlamento europeo a sanzionare l’Ungheria

Il voto con il quale il Parlamento europeo ha dichiarato “non democratico” l’attuale assetto politico ed istituzionale ungherese è stata l’occasione per definire il campo delle forze che si riconoscono nei valori delle moderne e liberali democrazie occidentali. Fratelli d’Italia e Lega si sono schierati a difesa del regime autocratico e “non democratico” di Orban.

Ma quel documento fornisce anche l’opportunità di chiarire ulteriormente che affinché si possa parlare di “democrazia” non è affatto sufficiente che in un paese si svolgano delle periodiche consultazioni elettorali. In altre parole le elezioni, ben lungi dall’essere la garanzia di una conduzione effettivamente democratica di un paese e del suo apparato statale, rappresentano solo un “indizio di democrazia”.

La storia, sia passata che recente, è ricca di esempi di regimi autoritari e dittatoriali nati a seguito di consultazioni elettorali che hanno premiato personaggi rivelatisi poi degli spietati tiranni. Nel 1932 Hitler venne eletto con il suo partito nazista (Nsdap) nel parlamento tedesco e l’anno successivo andò al governo, prendendo una serie di provvedimenti illiberali e persecutori nei confronti degli avversari politici pretestuosamente accusati di ostacolare la sua azione a favore del popolo tedesco; il resto della storia lo conosciamo. Nel 1921 Mussolini entra in parlamento con una pattuglia di suoi fedelissimi e nel 1922 – approfittando della debolezza e della fragilità della monarchia italiana e speculando sui disagi causati dalla crisi economia – realizza la marcia su Roma che segna di fatto l’avvento del fascismo; nel 1924 i fascisti uccidono Matteotti, nel 1938 arrivano le leggi raziali e anche in questo caso conosciamo il tragico seguito della storia.

Ma anche nell’attuale millennio e nel nostro continente ci sono paesi (vedi per esempio Russia, Bielorussia, Ungheria, Turchia) guidati da personaggi che sono stati eletti, ma che non garantiscono neanche le fondamentali libertà di tipo politico, sociale e personale, incarcerando e perseguitando giornalisti, oppositori e minoranze di ogni genere.

Per questo (come si diceva) le elezioni sono solo un “indizio di democrazia”. Perché si possa parlare di sistemi effettivamente democratici è necessario che – oltre a delle libere consultazioni elettorali – ci sia anche una reale divisione dei poteri tra i diversi organismi statali con funzioni di controllo sull’operato di tutti, rispettando le reciproche autonomie; è indispensabile che ci sia una concreta libertà di espressione del dissenso unitamente alla tutela delle minoranze e di tutto ciò che si caratterizza per essere diverso rispetto alla cultura prevalente; è necessario che lo Stato non decida di normare (ovvero “normalizzare”) le questioni di tipo etico-morale che attengono esclusivamente alla sfera dell’agire personale dell’individuo.

Se non ricorrono queste condizioni la “democrazia” diventa una parola vuota e priva di significato.

Bene ha fatto il Parlamento europeo a sanzionare l’Ungheria, ribadendo peraltro quanto già espresso nel 2019 con la Risoluzione contro tutti i totalitarismi per la quale si spese molto autorevolmente anche il Presidente David Sassoli.

Ed è altrettanto bene non dimenticarci di chi come Salvini ha scommesso fino a poco tempo fa su Putin (con degli improbabili paragoni con Mattarella) o di chi come Meloni la mattina si dichiara europeista e la sera minaccia l’Europa (“Per l’UE è finita la pacchia…”) dimenticando che è proprio l’Unione Europea che sta aiutando noi e non il contrario.