PAOLA GAIOTTI DE BIASE: LA PASSIONE E IL REALISMO DI UNA DONNA POLITICA.

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Non è stata una donna dagli orizzonti chiusi e precostituiti, come dimostrano le sue scelte e le sue collocazioni politiche. Possiamo definirla un’intellettuale originale segnata dall’autonomia e dal rigore critico, dal pragmatismo e dal realismo politico, dalla ricerca e dalla curiosità. La sua storia non è stata la “semina” di una carriera personale, ma un investimento sui tempi lunghi.

 

Maria Chiara Mattesini

 

Paola Gaiotti de Biase: Napoli, classe 1927. Difficile trovare parole per “contenere” e “inquadrare” la sua personalità. Ma, per fortuna, ci aiuta, in questo senso, la lettura di “Passare la mano. Memorie di una donna dal Novecento incompiuto”, l’ultimo libro che Paola ci ha lasciato: la sua autobiografia. Difficile, perchè ha rappresentato un pensiero critico che mal volentieri si è allineato alle prese di posizione ufficiali e che ha stentato, per questo, a trovare una sua collocazione. Non si può dire, ad esempio, che sia stata una donna di partito, caratteristica che, del resto, ha accomunato molte figure femminili della Democrazia cristiana, di cui ha fatto parte anche Paola, sino al 1984, anno in cui decide di fondare la Lega democratica assieme ad alcuni intellettuali cattolici, tra cui lo storico Pietro Scoppola, il sociologo Achille Ardigò, il giornalista e scrittore Paolo Giuntella.

 

Non è stata una donna dagli orizzonti chiusi e precostituiti, dunque, come dimostrano le sue scelte e le sue collocazioni politiche. Si può dire, piuttosto, che ha avuto una spiccata sensibilità per la costruzione dell’Europa, per cui si è impegnata e spesa attraverso la costituzione, anche, del Club del coccodrillo, creato nel 1980 con altri parlamentari europei, fra cui Altiero Spinelli, con l’obiettivo di riformare le istituzioni comunitarie. Si può dire, soprattutto, che è stata una pioniera, quando, nel 1963, per prima si è occupata di storia delle donne in ambito cattolico. Una pioniera coraggiosa, ché le donne cattoliche, come scriveva lei stessa, rappresentavano una storia che rischiava di essere il “sommerso del sommerso” e di rimanere, quindi, senza voce.

 

Nel movimento femminista, infatti, le donne cattoliche sono state un “tabù”: tiepide e insicure, ambigue e moderate, così sono state considerate, e non di rado a ragione, come ammetteva Paola, poiché si sarebbero limitate a chiedere cittadinanza nella Chiesa senza eccessive pretese. Mentre, dall’altra parte, le gerarchie ecclesiastiche rimproveravano loro troppa audacia. Un dispiacere, si può dire, che Paola ha espresso ripetutamente in più occasioni, come membro del Movimento femminile della Democrazia cristiana, anche rispetto ad alcune semplificazioni fuorvianti secondo cui le donne si dividono fra progressiste che vogliono l’uguaglianza e tradizionaliste che vedono nella famiglia il loro unico riferimento. Clima che ancora si respirava quando Paola sedeva al Parlamento europeo, di cui ha fatto parte dal ’79 all’84. Che la presa di coscienza femminile, legata alla nuova cultura del ’68, pur essendo stata preparata da una modernizzazione del paese avvenuta sotto la guida del partito democristiano, si fosse risolta contro di esso, pareva essere indubbio a molti cattolici e cattoliche. In questo senso andavano le riflessioni anche di Pietro Scoppola.

 

Ciò che interessava sottolineare, si lamentava Paola, è che nel dibattito sulla questione femminile aperto dalla nuova cultura «noi non solo siamo state assenti, ma siamo state considerate assenti o nemiche più di quanto fosse giusto». Membro della redazione di «Reti. Pratiche e saperi di donne», rivista femminista di area comunista pubblicata dall’87 al ’92, non mancherà, anche in questa sede, di far sentire la sua voce, i suoi dubbi, le sue perplessità sul pensiero della differenza sessuale, che rischiava, a suo avviso, di sfociare in narcisismo e di isolare dentro di sé l’essere donna dall’essere umano.

 

La cultura delle donne non può che pensare esplicitamente sé, la differenza di genere, ma per pensare l’umanità, per costruire l’intero umano, per ricostruirlo come relazione e differenza, non per riproporre un altro intero parziale, pur nella coscienza della sua parzialità: così la pensava Paola. E allora, si chiedeva, se la soggettività differenziale, specifica delle donne, stia non già nel partire da sé, ma dal rapporto con l’altro. E non è certo un caso che la ripresa del discorso sulla seconda fase del femminismo, sulla scia del volume di Betty Friedan, sia stata svolta da donne credenti. La decana del femminismo americano, che nel 1963 aveva denunciato la “mistica della femminilità”, nel 1982 denunciava la “mistica del femminismo”, accusata di aver liquidato, forse troppo frettolosamente ed erroneamente, i valori familiari. Questo recupero, adesso, poteva avvenire allo scoperto, essendo finiti i tempi in cui si parlava di famiglia «in forme quasi clandestine», come ironicamente affermava Paola, pur non nascondendosi l’equivoco che potenzialmente conteneva questo messaggio: il rischio, cioè, «di fughe emotive in cui maternità e casa possono essere assunti come luoghi di un piacere diverso, anziché come possibili luoghi del fare storia».

 

Un’intellettuale originale segnata dall’autonomia e dal rigore critico, dal pragmatismo e dal realismo politico, dalla ricerca e dalla curiosità. Quasi una necessità inconscia, la sua, quella, cioè, di cercare terreni che le dessero modo di esercitare il senso critico, l’analisi, secondo il principio del non appagamento e sempre alla ricerca della “pienezza” in senso evangelico, non solo nel senso contemplativo, ma anche concreto e fattivo. Non si è “accontentata” della Democrazia cristiana e non ha cercato “rifugi” sicuri e definitivi. La sua storia non è stata la “semina” di una carriera personale, ma un investimento sui tempi lunghi. Una donna che ha lasciato il segno, Paola Gaiotti de Biase, a prescindere dalla celebrità, caratteristica, questa, che accomuna, purtoppo, moltissime donne, al di là della loro appartenenza politica, la cui storia è da inserire in quella corrente di pensiero che va sotto il nome di cattolicesimo democratico.