Paolo Cabras: la sua Dc era quella di Moro e Zaccagnini.

Per lui la politica è stata, più che una scelta, la scoperta di una vocazione maturata all’università.

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.Pubblichiamo il testo della commemorazione tenuta dal figlio dello storico dirigente della Dc, Paolo Cabras, la mattina di sabato scorso 4 luglio nella circostanza delle esequie, svoltesi alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere.

 Papà era un uomo di parte, convinto delle sue idee, determinato e non disposto a facili compromessi.

Per lui la politica è stata, più che una scelta, la scoperta di una vocazione maturata all’università. Una passione alla quale non ha esitato a sacrificare una promettente carriera di medico tra le lacrime di mia nonna. Quando decise che il suo futuro sarebbe stato la politica, virò su medicina legale per guadagnarsi da vivere, ma i suoi orizzonti erano oramai altri. 

Era consapevole di come in politica fossero fondamentali il confronto e la mediazione, senza però mai rinunciare a porre al primo posto la coerenza con i suoi principi e la sua concezione dell’impegno politico. A questo si devono i suoi cambi di corrente nella democrazia cristiana, a volte dolorosi, e per i quali pagò inevitabilmente un prezzo. Rimase sempre fedele alla sua visione di un grande partito popolare, in grado di rappresentare anche i ceti deboli e di fare concorrenza, su quel terreno, alla sinistra socialista e comunista.

Nutriva stima e considerazione per molti suoi colleghi ma non nascondeva la negatività dei suoi giudizi nei confronti di altri. Sapeva riconoscere le ragioni e il valore di chi vantava una diversa appartenenza. 

La sua DC era quella di Moro e Zaccagnini che, come sappiamo, durò poco e finì tragicamente.

Divenne piuttosto noto come assessore del comune di Roma all’edilizia, quando erano ancora molte le famiglie costrette in alloggi fatiscenti. Alle elementari scrissi in un tema che mio padre era assessore alle baracche suscitando, comprensibilmente, l’ilarità dei miei compagni. 

Pur avendo avuto importanti incarichi di partito e avendo svolto un’intensa attività parlamentare, di potere ne ha sempre gestito poco.

Non ci ha mai chiesto di partecipare alla sua avventura politica ma fui io a chiedergli di poter assistere ad un congresso nazionale. Ero lì il giorno del suo intervento mentre un manipolo di compagni di partito, per farlo concludere, gli dava, con tono non propriamente gentile, del comunista e batteva vigorosamente le mani sul palco da dove stava parlando (senza riuscire a interromperlo). Aveva perso il congresso.  

È stato uomo di parte in politica ed è stato anche uomo di parte nella Chiesa. Rivendicava l’ispirazione cristiana in politica ma, fedele alla lezione di Luigi Sturzo, non ha mai preteso di fare politica in nome della Chiesa, né tantomeno in nome di Dio. Ha studiato all’istituto Massimo, dove mio nonno Mario insegnava, ed ha avuto sempre un solido legame con i gesuiti, personale e intellettuale. La sua Chiesa era quella di don Mazzolari, di don Milani, di Padre Balducci e di Padre Turoldo, la chiesa di papa Francesco, una Chiesa schierata con gli ultimi e che scorgeva nel Concilio Vaticano II i segni di una nuova primavera.

Non è un caso che a celebrare oggi sia un gesuita come padre Massimo Nevola, né il fatto che ci troviamo in questa bella basilica di Santa Maria in Trastevere. Qui infatti papà conobbe l’allora parroco, don Vincenzo Paglia, e con qualche fatica lo convinse a curare una rubrica su “Il popolo”, il quotidiano della democrazia cristiana di cui allora era direttore. Per superare le resistenze di don Vincenzo gli disse che non potevano solo criticare dall’esterno – si riferiva alla comunità di Sant’Egidio – ma che dovevano sporcarsi le mani se volevano cambiare davvero la democrazia cristiana. 

Per noi è stato sempre e soprattutto un padre con cui scherzare, giocare e godere di momenti di ineguagliabile felicità. Conosceva il dovere e la responsabilità, ma ricorderemo innanzitutto la sua gioia di stare, prima insieme a noi e alla mamma e poi anche con i nipoti, una gioia che non si è mai attenuata. Indimenticabili i suoi arrivi in montagna ad agosto inoltrato dove ci raggiungeva, noi bambini e la mamma, con regali per tutti: da quel momento cominciava la vacanza perfetta.

Non amava parlare di sé e per superare le distanze ricorreva spesso all’arma dell’ironia. Le vittime delle sue battute ed imitazioni erano soprattutto zii e cugini. A volte risultava troppo insistente e qualcuno dimostrava di non gradire. Io, col tempo, ho capito quanto fosse interessato all’umanità di chi incontrava di cui sapeva spesso cogliere ed evidenziare gli aspetti peculiari. In questo modo ci ha insegnato ad apprezzare e ad amare ancora di più – lui, appassionato di teatro e di cinema – la commedia umana della nostra grande famiglia.

Gli ultimi anni sono stati duri ma ci hanno anche regalato momenti di grande intimità. Fino a quando ha potuto ha mantenuto vivi i suoi interessi e le sue passioni. 

Ringrazio la mamma per quello che ha fatto e ringrazio tutti coloro che oggi hanno voluto rendergli l’estremo saluto.