Paolo Crepet :”Non possiamo vivere in una società anaffettiva”

Medico, sociologo, psichiatra, scrittore, saggista, opinionista televisivo. Ha insegnato a Toronto, Rio de Janeiro, Harward. Ha collaborato con il Prof. Franco Basaglia, l'OMS, il Censis ed Enti Internazionali di Ricerca, è stato Vice Presidente del Direttivo Naz.le della Società Italiana di Psichiatria sociale, Membro del direttivo del Consiglio Europeo dell'International Academy of Law and Mental Health, Professore a contratto di Psichiatria sociale c/o l'Università di Napoli, membro dell'U.O. del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Trieste. In 40 anni di carriera ha pubblicato numerosi libri di saggistica, ricerca, narrativa, articoli scientifici

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Prof. Crepet,  gli  “stili di vita” e il “senso civico” degli italiani sono stati sempre oggetto di critiche che ne hanno prevalentemente enfatizzato gli aspetti deteriori: superficialità, scarso rispetto delle regole, indifferenza, egoismo. Dal Rapporto ISTAT del 2019 ai più recenti del CENSIS esce l’immagine di una società “rancorosa e cattiva”. Forse pecchiamo di autolesionismo, poiché alcuni tratti comportamentali sono tipici dell’uomo, senza confini o bandiere. Le sembra che la situazione che stiamo vivendo in epoca di Coronavirus  confermi questo scenario di fondo oppure offra qualche esempio di riscatto e qualche significativa  lezione di abnegazione e solidarietà?

La prima parte della sua domanda riguarda considerazioni emerse prevalentemente nel 2019 che denotavano una responsabilità in senso negativo della classe politica che enfatizzava temi centrati sull’odio e sul razzismo e che aveva fatto montare un rancore collettivo: noi italiani siamo “codisti”, nel senso che ci mettiamo in coda. Basta che uno dica una cosa e tutti gli altri gli vanno dietro. Quindi si era formata una larga opinione pubblica che non corrispondeva alla maggioranza degli italiani che enfatizzava i problemi dell’immigrazione, nel senso che li esasperava. Siamo un grande Paese, tra le prime sette potenze mondiali e non possiamo lasciarci condizionare in senso totalizzante dal problema dell’arrivo degli emigrati.  Paradossalmente il Coronavirus ha migliorato alcuni sentimenti dell’italiano medio, anche se non in tutti: c’è ancora chi dice ‘tanto il coronavirus uccide solo i vecchi’ e questo oltre a non essere vero è anche stupido, perché non corrisponde alla realtà. L’esperienza delle persone di età è un valore per la collettività. Vorrei avere tante persone di età come Mario Draghi o il Presidente Sergio Mattarella: competenti, sagge, equilibrate, lungimiranti. Non si può dire chiudiamo in casa queste persone per dare le chiavi del motore a qualche 35 enne imbecille che non ha neanche terminato gli studi universitari. Detto questo c’è stato anche un sentimento di sgomento per queste persone di una certa età che “se ne sono andate”, c’è stata una decimazione della parte più anziana della popolazione. Poi abbiamo scoperto di avere anche degli eroi come il personale medico e sanitario, che hanno compiuto gesti e avuto comportamenti di generosità e abnegazione encomiabili. Sono situazioni  che esistevano (in senso buono e anche per certi aspetti di malasanità) ma che il coronavirus ci ha fatto scoprire, come causa occasionale che ha dato risalto all’altruismo, alla dedizione professionale e anche ai modi di organizzazione del sistema sanitario, di attrezzature degli ospedali, di approccio alle scelte terapeutiche: ad esempio l’ospedalizzazione selvaggia dei primi casi ha enfatizzato il problema anziché risolverlo, come accaduto in Lombardia, desertificando il territorio e i servizi decentrati cosa invece  non accaduta in Emilia. Il ringraziamento che noi dobbiamo al personale sanitario  (molti dei quali hanno dato la propria vita per salvare altre persone) credo che l’italiano con un minimo di buon senso e di cuore l’abbia fatto proprio e condiviso e questo ribilancia il sentimento di odio, egoismo e rancore che si andava diffondendo a poco a poco nel Paese.

In fondo ci siamo trovato catapultati in una realtà impensabile e imprevedibile. Non so se la genesi di questa pandemia sia attribuibile agli scompensi della globalizzazione, al superamento dei limiti di tollerabilità e sostenibilità tra uomo e ambiente (il biologo Edward O.Wilson ha affermato che oltre i 6 miliardi di abitanti il pianeta fa scattare un semaforo alla crescita della popolazione: siamo 7 miliardi e mezzo e cresciamo di 70 milioni l’anno), se sia invece ascrivibile ad una mutazione genetica per zoogenesi (dal pipistrello all’uomo, ad es.) o se prenderà corpo la tesi dell’errore di laboratorio o del complotto. Fatto sta che la nostra vita ne è stata radicalmente sconvolta. Come si sta comportando l’umanità di fronte a questo tsunami dagli esiti imprevedibili? Come l’aiutano la scienza e i decisori politici?

Io non sono ‘complottista’: la mia prima reazione non è quella di andare a cercare il laboratorio segreto da cui partono gli attacchi all’umanità. Queste sono visioni paranoiche di alcuni a cui non mi associo assolutamente, perché sostanzialmente basate sull’ignoranza. Che ci sia stata specie negli ultimi decenni una totale irresponsabilità di alcuni Paesi questo è vero. Noi ci siamo lamentati della “crescita zero” italiana, cosa che ritengo non vera: almeno non contribuiamo al passaggio ai 7 miliardi e mezzo/8 miliardi di persone che non sappiamo dove mettere. Credo che cresciamo in termini normali e accettabili. Noi tutti sappiamo che la Cina è cresciuta enormemente rispetto alla sua popolazione: tutto questo comporterà un problema. Ad esempio lei pensi alla robotizzazione : una fabbrica di robot non prende il virus, una fabbrica di uomini si. Tutto questo porterà via posti di lavoro. Dato che non saranno tutti miliardi di ingegneri penso che qualcuno debba fare qualcosa. Ritengo che l’umanità dia il massimo quando esprime la sua forza individuale: pensi a cosa ha rappresentato Leonardo nella storia dell’uomo. Si deve avere una visione comparativa tra qualità e quantità. Pensi al peso di costi e impegni, risorse a livello di governo nazionale, europeo, pensi all’ONU: a cosa serve ora l’ONU se non è capace di elaborare strategie globali al servizio dell’umanità?  Una volta dire ONU significava pensare ai caschi blu che intervenivano come ‘tertium genus’ nei conflitti: ora ciò non accade o non serve. Allora cosa può fare l’ONU  (che costa una quantità di soldi…) se non rimarcare le responsabilità dei governi nazionali e transazionali per capire una domanda di fondo: dove va il mondo? Esiste nella testa di qualcuno o nei programmi dell’ONU un’ idea di società del futuro? Circa la globalizzazione io l’ho sempre difesa perché vi ho visto più vantaggi che svantaggi. Pensi al turismo, al commercio ai viaggi,  alle comunicazioni. Non esiste più un turismo a filiera corta, non ha futuro. Dietro a questo c’è uno scenario che cambierà il mondo. Pensi all’e-commerce che ora è aumentato del 50%. Sicuramente quando finirà l’emergenza pandemica i dati dell’e-commerce resteranno superiori al pre-coronavirus. Dobbiamo comunque  sempre pensare che tutto ha un costo anche in termini di socializzazione.

Alcune misure di prevenzione del contagio  e di profilassi hanno mutato drasticamente abitudini quotidiane, a livello domestico e nelle relazioni con gli altri. Cosa significa , oltre l’atto fisico, sul piano simbolico ed emotivo non potersi dare la mano, il distanziamento coatto, negarsi un abbraccio, un gesto d’affetto? Se la vita è una alternanza di abitudini apprese e se la pandemia avrà esiti lontani … rischieremo di diventare membri di una società anaffettiva? Che cosa rischiamo in termini di equilibrio emotivo e mentale?

La società anaffettiva ha sempre portato ai più grandi disastri nella storia dell’umanità. L’evento più anaffettivo che abbiamo conosciuto si chiama guerra: uccisione di bambini, di innocenti, stupri di gruppo, fucilazioni, decapitazioni. Questo a livello locale e mondiale, da sempre. Non mi auguro affatto che la società ripercorra questi percorsi di anaffettività. La vera natura dell’uomo non è “non venirmi vicino”, stare distanti: la vera natura è sedersi intorno a un tavolo a giocare a carte, fare una passeggiata con amici, fare una chiacchierata, stare insieme, trovarsi a parlare di politica, di sport o dei nipotini. Questo lo dico con ottimismo. Le tre o quattro più grandi aziende con più alto fatturato al mondo sono quelle tecnologiche. Però mi chiedo se dobbiamo essere proni e supini al volere di questi colossi economici, che esercitano un potere persuasivo anche sui governi e le loro scelte.  Sappiamo bene che cosa vogliono da noi  queste potenze tecnologiche: che stiamo sempre al telefonino, che le nostre relazioni avvengano attraverso uno schermo. E’ di tutta evidenza questo interesse.  Lo stesso errore che avevamo fatto negli anni del boom economico quando non avevamo sviluppato le linee ferroviarie a favore del trasporto su gomma. Se in Italia tutto ha viaggiato via gomma … è inutile che ci lamentiamo dell’inquinamento. Non facciamo ora lo stresso errore di sviluppare esclusivamente il settore digitale. Sarebbe un errore assai grave.

“Io resto a casa”: bello slogan di autoconvincimento collettivo, per cautela, per rispetto delle regole sanitarie, per paura. Ma quanto è difficile restare chiusi in casa, magari in un piccolo appartamento,  per una famiglia?  Vivevamo già prima relazioni e intermittenze affettive discontinue a livello domestico: esiste un limite di resistenza psico-fisica? Pare che siano in aumenti i casi di intolleranza e le distonie comportamentali: rischiamo di non sopportarci più a casa, sul lavoro, sui mezzi di trasporto, nelle relazioni sociali….?

Questo è  già in atto: se lei mi chiede se c’è un limite le rispondo….”è quello che abbiamo appena passato.       Da adesso è del tutto evidente che – a cominciare dalla ‘fase 2’ – tutto ha una spiegazione di tipo economico. Non ci sono ragioni evidenti per parlare di ‘fase 2’ se non di tipo economico:  ripresa della produzione, gente senza lavoro, commercio che non procede ecc. Però c’è un terzo aspetto che va considerato ed è quello umano : abbiamo fatto la sperimentazione di massa di confinamento familiare per milioni e milioni di persone, all’inizio abbiamo resistito bene, poi abbiamo resistito stringendo i denti, adesso non ce la facciamo più. Io ne parlo spesso con molti colleghi ed esce questa situazione di tolleranza al limite della sopportabilità, anche perchè ci sono molti genitori che si sono accorti che non è possibile tenere dei bambini chiusi in casa per dei mesi. E spero che questo illumini il cervello di chi deve organizzare la fase educativa per l’immediato futuro, che qualcuno al MIUR ragioni. C’è stato qualche illustre collega che ha parlato dell’auspicio della “digital education”, io spero che questo non accada. Ho il terrore sia di questi colleghi sia della digital education.

Lei mi apre un’autostrada professore: in Finlandia è stato avviato in tempi non di coronavirus l’apprendimento della letto-scrittura solo attraverso il tablet, con l’abolizione del corsivo e la tolleranza dello stampatello maiuscolo. Non rischiamo di avere una generazione privata dell’alfabetizzazione di base, di quella strumentale e con metodologie fondate esclusivamente sull’uso delle tecnologie? La didattica a distanza – laddove ne esistono possibilità e condizioni- sta cercando di supplire alla chiusura delle scuole: tuttavia, per quanto siano volonterosi gli insegnanti e disponibili e motivati gli alunni si tratta di un qualcosa che non potrà mai sostituire il rapporto empatico e umano che si realizza in presenza nella didattica dell’insegnamento e dell’apprendimento. L’educazione non è forse fatta soprattutto di relazioni tra persone più che di mezzi e strumenti?

Ma certamente: il discorso va ricondotto alla condizione emergenziale e allora va bene tutto. Tra ‘piuttosto’ e ‘niente’ è meglio ‘piuttosto’: se le scuole vanno chiuse perché siamo in fase di pandemia e con rischio di contagio allora l’emergenza sanitaria precede ogni altro tipo di valutazione e di scelta. Il qualche-cosa-d’altro è stato individuato nell’educazione a distanza attraverso le tecnologie: però non facciamo i furbi, ogni Paese – parlo dell’Italia ma potrei parlare della Francia – ha realtà territoriali diverse, non omogenee al suo interno. Non possiamo paragonare i Parioli di Roma con i quartieri spagnoli di Napoli. Al sud oltre il 20% dei ragazzi non ha un pc in casa, le famiglie non hanno nemmeno lo spazio abitabile: noi allora andremo ad una disparità di trattamento voluta e programmata, ripeto “voluta e programmata” che è spaventosa. Guardi noi rischiamo di tornare all’ ‘800 quando le famiglie alto-borghesi affidavano l’educazione dei figli ad un precettore, quando se lo potevano permettere. Questo è intollerabile. Rimane – questa è una mia polemica lontana di qualche anno (ai tempi del mio libro “Baciami senza rete”) – il pericolo che io pavento da tempo: far giocare i bambini con il tablet o la play station , intenti  a digitalizzare i loro spazi e i loro momenti di crescita,  comporta una anestesia dal punto di vista affettivo-relazionale che poi pagheremo in altro modo. Le videoconferenze, le lezioni a distanza permettono di collegarsi con il mondo: ma io invidio le persone che sono lì, fisicamente sentire e partecipare, perché apprendere in presenza, ascoltare dal vivo ha un altro valore. Se questo uso pervasivo di educare solo attraverso le nuove tecnologie diventasse l’unico modo per educare le future generazioni mi verrebbero i brividi.

Digitalizzazione, relazioni virtuali, preponderanza delle tecnologie: sono derive in atto peraltro facilitate dalla contingenza epocale pandemica che stiamo attraversando. Arriveremo ad una mutazione antropologica in cui il rapporto con la natura sarà deteriorato, le relazioni umane globalizzate attraverso i social ma raffreddate dal venir meno del contatto, dell’uso del linguaggio come mezzo principale di comunicazione, dal distanziamento sociale? Non Le sembra mai necessario come oggi il recupero dei valori dell’umanesimo, il rimettere la persona, i suoi affetti, i sentimenti, le passioni , la vita degli altri al centro della scena del mondo?

Questa è storicamente l’occasione per dimostrare al mondo che cosa è stata  l’Europa , per secoli il centro della cultura dell’umanità, con le religioni, il cattolicesimo, l’ebraismo, l’umanesimo, il Rinascimento, la filosofia, la musica, l’arte. Allora il problema che si pone adesso sta in questi termini: noi vogliamo , accettiamo,  ci arrendiamo a che tutto questo venga rimosso , che le macchine governino il futuro dell’umanità, attraverso i robot, l’intelligenza artificiale, attraverso una dissennata diffusione delle tecnologie  e della digitalizzazione della vita oppure vogliamo immaginare un mondo in cui “alcune cose” giustamente e responsabilmente saranno delegate alle macchine, come già fu all’inizio della rivoluzione industriale?  Questo è il punto di equilibrio che dobbiamo trovare per non morire. Però purtroppo come lei ben vede ci sono Paesi all’interno dell’Europa che hanno già scelto di inserirsi e allearsi in questo asse cinese-americano-coreano, che è basato solo sulla tecnologia. Allora che i cinesi non si abbraccino più…. mi dispiace per loro: noi siamo persone che vanno a braccetto a chiacchierare sul lungomare. Che poi la mail serve perchè è più comoda rispetto ad una lettera da imbucare alle Poste, allora viva le mail, che ci sia whatsapp mi sta anche bene ma non vorrei andare oltre, ci sono delle cose che non possono andare oltre. Le librerie e i libri cartacei devono continuare a rimanere, i bambini devono continuare a leggere e a scrivere, non a usare una tastiera. Su questa cosa vedo delle fragilità e temo che nella nostra cultura, per un fatto soprattutto commerciale, possa emergere qua e là questa seduzione della digitalizzazione totalizzante. Non si può mettere d’accordo Microsoft con l’Umanesimo.  Ora che ci siamo fermati un attimo per un virus, non per una decisone politica, abbiamo scoperto quanto era più bello il nostro mondo. Tullio De Mauro e Umberto Eco avevano intuito l’inizio di questa trasformazione culturale ma non ne hanno visto per loro fortuna gli sviluppi. Non tutto viene per nuocere, anche il Coronavirus avrà una valenza apprenditiva e pedagogica: tutto serve per imparare, anche gli errori o il caso. Se c’è un Ministro dell’Istruzione che pensa che si possa sostituire la relazione maestro-alunno con un computer a distanza è un imbecille e lo dico senza nutrire alcun dubbio e senza riferirmi a nessuno.

Mi consenta un’ultima domanda per chiudere questa interessante intervista. Parafrasando Gabriel Garcia Marquez: come sta cambiando e come sarà l’amore ai tempi del coronavirus?

Credo e voglio sperare, in parte me ne convinco, che il futuro dopo il virus assomiglierà in  buona parte al nostro passato, che certe cose siano insostituibili, non modificabili, se mai arricchibili e migliorabili per cui l’amore dopo il coronavirus potrà utilizzare naturalmente il digitale, i ragazzi si potranno mandare i cuoricini via chat, però l’importante sarà stare insieme, fare un viaggio, parlare, andare a cena insieme, avere degli amici con cui condividere conversazioni e sentimenti. Tutto questo non può essere spazzato via perché è arrivato il Coronavirus.-

Il Suo messaggio è dunque di ottimismo? 

Il mio messaggio è ottimismo ma anche di allerta:  “state attenti”….

State attenti che tutto è utile se mantiene una dimensione umana e che ciò che prima del coronavirus ci appariva banale normalità sarà una ricchezza da riscoprire?

Assolutamente è così, conserviamo sempre le relazioni umane, anche senza la mediazione delle tecnologie.

L’estrema solitudine vissuta da molti – specie dagli anziani – in questo periodo sarà una lezione per noi?

Non solo per gli anziani.  Per tante persone questa estrema solitudine non significa solo stare soli ma “sentirsi” soli, anche dentro una famiglia che scopri che non ti capisce più o per i genitori stare per un mese e mezzo chiusi in casa con dei figli adolescenti che  improvvisamente scopri di non aver finora capiti e forse nemmeno conosciuti. Questa è un’esperienza comune a tante famiglie.