Pd: (d)istruzioni per l’uso

Naturalmente, c’è ancora un mese di tempo per provare a salvare il salvabile, tra cui includo la sopravvivenza stessa del Pd

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Articolo già pubblicato sulle della della rivista il Mulino a firma di Marco Valbruzzi

Doveva essere il momento del riscatto, lo scatto d’orgoglio di una comunità politica dopo il trauma delle elezioni del 4 marzo, quando non solo il Partito democratico (Pd), ma l’insieme delle forze di sinistra hanno toccato il loro punto più basso in 70 anni di storia repubblicana. Doveva essere il momento della verifica di ciò che alle elezioni del 2018 non aveva funzionato e, contestualmente, delle proposte per ridare un rinnovato senso di marcia a un partito in profonda crisi di – in ordine di importanza – identità, organizzazione e leadership. Doveva essere il momento per fare chiarezza sul ruolo ingombrante di Matteo Renzi all’interno del partito: troppo debole per immaginare di tornare ad esserne il leader, ma ancora convinto di avere il potere – per dirla con il regista Sorrentino – “di farlo fallire”. La sfilza dei doveri malamente mancati dal Pd potrebbe continuare a lungo, ma non porterebbe molto lontano. Quello che è certo è che il Pd ha passato un anno a leccarsi le ferite, ripiegato sulle proprie correnti e ritirato in un ingiustificato Aventino a riempirsi la bocca di effimeri pop-corn e la testa di ugualmente effimere teorie sul falso nueve o altre simili amenità da Bar Sport.

Se la situazione politica dell’Italia è drammatica, molto più drammatico è lo stato confusionale nel quale versano le opposizioni all’attuale governo “sovran-populista”. Su Forza Italia, c’è poco da dire: un dead party walking che continua a rimanere aggrappato al suo unico, insostituibile, ma decadente leader. Sul Pd, cioè su quello che era stato spacciato come il “partito della nazione” o, addirittura, nei sogni di Alfredo Reichlin, come un moderno volkspartei, non si può essere altrettanto reticenti. Dopo il tonfo storico del 4 marzo 2018– una Caporetto che al momento non lascia intravedere alcun Vittorio Veneto – ci si sarebbe aspettati un’analisi impietosa delle cause della sconfitta, una discussione profonda sui valori dimenticati della/dalla sinistra e, infine, una competizione accesa tra candidati leader con diverse visioni del partito, considerato non come un fine in sé, ma come lo strumento per governarne l’Italia. E invece è accaduto esattamente l’opposto.

La pratica dell’analisi della sconfitta è stata sbrigata in una mattinata all’hotel Ergife a Roma e poi con qualche rapida comparsata nelle ormai mitologiche periferie delle nostre città. La discussione sui valori e sull’identità del partito è stata subappaltata all’account Twitter di un tecnocrate di per nulla comprovata competenza politica. Basterebbe leggersi il famoso Manifesto di Calenda (& Co.), ad esempio dove si scrive che “laddove esistono alti tassi di conoscenza diffusa e un welfare efficace il populismo non attecchisce”, per capire che di strada da fare il giovanotto (si fa per dire) ex ministro ne ha ancora molta. Se la comprensione del fenomeno del populismo è ferma a questi livelli, non voglio immaginare a che punto sia l’analisi della società italiana e del suo comportamento politico.

Infine, serviva una competizione accesa, autentica, persino spietata tra candidati leader con diverse concezioni dell’organizzazione del partito, nella speranza di ridare una leadership riconosciuta a “una formazione acefala, ossia guidata da una sbiadita oligarchia, priva di carisma, priva di idee, priva di tutto” (copyright: Angelo Panebianco). Priva sempre di più – aggiungo io – anche di iscritti: nel 2019 sono scesi per la prima volta sotto quota 400 mila (vedi Tabella 1) e appena la metà hanno sentito l’urgenza di partecipare al voto interno ai circoli. Questo è il segno più evidente che il Pd non è riuscito a invertire la rotta e si trova a celebrare un rito sempre più logoro al quale neanche i diretti interessati, a partire dai tre candidati alla segreteria, sembrano credere più.

Naturalmente, c’è ancora un mese di tempo per provare a salvare il salvabile, tra cui includo la sopravvivenza stessa del Pd, ma nel frattempo almeno tre condizioni devono essere soddisfatte: 1) i  candidati dicano subito come intendono seriamente ri-organizzare (al centro e in periferia) un partito attualmente in stato comatoso; 2) si fermi la discussione su fantomatiche liste unitarie che sconfesserebbero all’istante lo stesso progetto del Pd; e 3) qualcuno spieghi quali sono gli obiettivi, i valori, gli ideali che tengono assieme la comunità del Pd e ne costruisca progetti e pratiche conseguenti. Unicamente a queste condizioni sarà possibile evitare la triste fine verso la quale il Partito democratico sembra avviato.