PD, ORA SCEGLI COSA VUOI ESSERE. IL CONNOTATO POLITICO E IDEALE NON DERIVA DALLE ALLEANZE, SEMMAI LE PROMUOVE.

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Nei suoi termini essenziali e politologici – spiega l’autore – la scelta del Pd è fra lessere un partito di centrosinistra o uno di sinistra. Le differenze ci sono, e sono numerose. E non sono solo relegate al tema delle alleanze. Ma quello che qui ora preme sottolineare è che la scelta fondativa del Pd fu la prima, senza della quale esso non sarebbe mai nato.

 

Enrico Farinone

 

Intervistato da Concita De Gregorio e David Parenzo qualche sera fa, Massimo D’Alema ha detto in chiaro quello che pensa da sempre, ovvero che la costituzione del Pd fu un errore. E con tono di massima serietà, senza l’usuale sarcasmo, ha riconosciuto di aver sbagliato nell’aver assecondato a suo tempo un progetto che non aveva fondamento ideologico alcuno.

 

Il trattino fra centro e sinistra, ha detto, avremmo dovuto conservarlo: solo così una sinistra ancorata alla propria tradizione comunista e socialista avrebbe saputo ancora suscitare emozioni e speranze, ciò che non sa fare ormai da anni; e un centro cattolico radicato nella tradizione democristiana avrebbe saputo ancora interpretare le istanze popolari provenienti da quel mondo, vitale e realmente presente in Italia. La rinuncia di fatto alle proprie radici storico-politiche è stato un errore imperdonabile che il Pd ha poi inevitabilmente pagato.

 

Affermazioni importanti, quelle di D’Alema. Confermate successivamente in una intervista a Repubblica, nella quale aggiunge che il Pd dovrebbe allearsi con il M5S. Tesi contestabili ma non eludibili, ancor più alla luce dei risultati elettorali mai vincenti conseguiti alle elezioni politiche nazionali dal Pd nei suoi 15 anni di vita. Considerazioni rilevanti che pongono il Pd, all’avvio di questa (troppo?) lunga fase congressuale, di fronte ad una scelta decisiva, rinviata per troppo tempo dopo che era stata alla base della sua nascita ma prontamente, con le dimissioni da segretario del suo principale ideatore, rinnegata nei fatti anche se non nelle parole.

 

Una scelta che è giusto avere il coraggio di esplicitare con termini politologici, perché bisogna smetterla di aver paura di utilizzarli: ogni professione ha i suoi, dunque anche la politica ha i suoi. Del resto, pure questo ha detto D’Alema e personalmente è un’osservazione che condivido: Giorgia Meloni ha vinto le elezioni dopo aver costituito un partito tradizionale di tipo novecentesco che per dieci anni ha attraversato con coerenza e battendosi per le proprie idee un deserto che pareva infinito, avendone cominciato il percorso col 2% dei voti.

 

Dunque, nei suoi termini essenziali e, appunto, politologici la scelta del Pd è fra l’essere un partito di centrosinistra o uno di sinistra. Le differenze ci sono, e sono numerose. E non sono solo relegate al tema delle alleanze. Ma quello che qui ora preme sottolineare è che la scelta fondativa del Pd fu la prima, senza della quale esso non sarebbe mai nato. La decisione fu di togliere quel trattino che aveva contraddistinto la positiva alleanza ulivista, che ora si valutava opportuno (e urgente, ma l’urgenza era dettata dalla necessità di aiutare un governo, il Prodi 2, in forti difficoltà numeriche in Parlamento) sviluppare in un partito unico. Un partito più moderno, e meno legato a modelli organizzativi che al tempo si ritenevano inesorabilmente superati.

 

Oggi, e ormai da qualche anno, il Pd è invece commentato da tutti (analisti politici, osservatori, intellettuali, giornalisti, gente comune) come un partito di sinistra erede di una sola delle famiglie fondative e tuttavia in perenne conflitto interno e pieno di problemi, da ultimo la competizione a sinistra del nuovo Movimento 5 Stelle contiano, spostatosi su quei lidi in maniera assai opportunistica ma al momento effettivamente redditizia per un partito-non partito che pareva destinato ad un rapido tramonto.

 

Intendiamoci: non è un peccato essere un partito di sinistra e cercare d’esserlo coerentemente. Tutt’altro. Ma l’intento originario del Pd era diverso, più inclusivo e meno ideologico. La famosa “vocazione maggioritaria” era l’obiettivo, in una logica, appunto, perfettamente maggioritaria secondo lo spirito del tempo (e le leggi elettorali in vigore nella Seconda Repubblica). Non aver mai, negli anni, ricordato questo dato costitutivo e preteso che fosse tradotto in costante iniziativa politica e non limitato all’ottenimento di alcuni ruoli rilevanti, da parte di quanti provenivano dalla tradizione popolare e dalla cultura cattolico democratica e sociale è stato un serio errore, è stata realmente una grave mancanza. L’esito è stato lo stravolgimento dell’intento rivoluzionario del Pd, appunto la costituzione di un partito di centrosinistra che avrebbe dovuto divenire un esempio e un’illuminazione per la politica anche europea del nuovo secolo.

 

Ora però, all’indomani di un esito elettorale così infausto visto con gli occhi del popolo del centro-sinistra (non tanto o solo per il 19% del Pd quanto perché il Paese è stato affidato dagli elettori alla Destra) il Partito democratico deve scegliere. Partito di centrosinistra. O partito di sinistra. Le alleanze vengono dopo, essendo conseguenti alla scelta e non determinanti la medesima.

 

Certo, adesso la situazione si è resa più complicata, proprio perché l’indeterminatezza del Pd ha consentito che alla sua sinistra e alla sua destra si costituissero formazioni politiche con un certo grado di consistenza e di possibilità reali di sottrargli ulteriori consensi. C’è ancora margine e tempo per un rilancio? Probabilmente sì, anche perché la maggioranza governativa attuale salvo cataclismi dovrebbe durare almeno due/tre anni, se non l’intera legislatura. Sì, però solo a patto di una scelta chiara e definitiva. A costo di essere talmente divisiva da provocare una scissione. Goffredo Bettini oggi col suo libro ci dice: “sinistra, da capo”. Perché no, invece: “centrosinistra, da capo”?

 

Un’ultima aggiunta, doverosa. Il ragionamento svolto sin qui è naturalmente ben comprensibile per chi ha contezza, perché le ha vissute, delle origini del Pd. Le generazioni più giovani, i “nativi” del Pd, giustamente ci dicono di non essere interessate né coinvolte emotivamente da questi ragionamenti. Le si può e le si deve comprendere. Però anche loro, ormai in molti casi già parte del gruppo dirigente del partito ai vari livelli, hanno il dovere di dire all’elettorato e agli stessi iscritti al Pd cosa vogliono sia il partito. Di centrosinistra o di sinistra? E pure loro, occupandosi di politica, hanno il dovere di non aggirare la domanda dicendo che pone astruse questioni politologiche.

 

No, perché così come Destra e Sinistra hanno un senso, e lo sappiamo senza bisogno di citare Bobbio, pure centrodestra e centrosinistra ne hanno uno. Al punto che, correttamente, si definisce il governo Meloni un governo di destracentro e non di centrodestra. Non si tratta dunque di sigle vuote, prive di contenuti politici e, poi, programmatici e operativi. Ed infatti già i primi atti del nuovo esecutivo ne mostrano l’imprinting di destra, che giustamente dal suo punto di vista Meloni rivendica.

 

A meno che – e pure questa è una possibilità – per i nativi il Pd sia una sorta di partito radicale genericamente di sinistra imperniato sulla difesa dei diritti civili individuali invece che su quella dei diritti sociali, come francamente è apparso essere negli ultimissimi anni. Ma in questo caso, a maggior ragione, il congresso dovrebbe essere chiaro. E i cattolici democratici del Pd, a quel punto, dovrebbero porsi più di una domanda. E darsi qualche risposta. Puntuale e non dettata da modeste convenienze contingenti, peraltro ormai residuali.