Perché la lotta alla crisi climatica è una sfida etica e politica

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 Secondo Dale Jamieson, in libreria per Treccani con “Il tramonto della ragione”, i tentativi di prevenire il riscaldamento globale con la politica internazionale sono tutti e immancabilmente naufragati, al punto che oggi possiamo soltanto sperare di adattarci al clima che sarà, tentando di attenuare almeno un po’ gli effetti.

 

Alessio Giacometti

 

l prossimo primo novembre è una data tra le più importanti e attese dell’anno per chi si occupa di riscaldamento globale: a Glasgow, prenderà avvio la ventiseiesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, meglio nota con l’acronimo COP26. L’evento, rimandato di un anno per via della pandemia di coronavirus, vedrà i leader della Terra riunirsi tutti allo stesso tavolo, con l’ultimo report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) a portata di ciascuno, e all’ordine del giorno l’obiettivo comune di disegnare articolate geometrie politiche per stabilizzare la concentrazione atmosferica di gas a effetto serra. È un rito annuale che si ripete dal 1995, quando ad andare in scena fu la COP numero 1 di Berlino. Ma la convinzione che con la diplomazia climatica si possa far fronte al riscaldamento globale risale ancora più indietro, alla nascita della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Unfccc) in occasione del Summit della Terra di Rio, nel 1992, e all’istituzione dello stesso IPCC alla World Conference on the Changing Atmosphere del 1988.

 

Trent’anni e più di conferenze internazionali per il clima appaiono un lasso di tempo sufficiente per trarne un bilancio, e porre magari la più scomoda e diretta tra le domande: quella della diplomazia climatica è una storia di un lento ma incontestabile successo, oppure di un disastroso fallimento?

 

Il giudizio di Dale Jamieson, professore di filosofia e studi ambientali alla New York University, è tagliente: i tentativi di prevenire il riscaldamento globale con la politica internazionale sono tutti e immancabilmente naufragati, al punto che oggi possiamo soltanto sperare di adattarci al clima che sarà, tentando di attenuarne almeno un po’ gli effetti. Nel suo Il tramonto della ragione. L’uomo e la sfida del clima, scritto prima dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e tradotto quest’anno da Treccani (l’editore di questa rivista), Jamieson ricostruisce la cronistoria dell’insuccesso della diplomazia climatica partendo dagli anni Sessanta, quando l’idea che i gas serra stessero destabilizzando il clima era ormai ampiamente accettata dai climatologi e i movimenti per la difesa dell’ambiente iniziavano a muovere i primi passi. Nel ventennio successivo, però, a imperare furono l’incertezza sul da farsi e la strumentalizzazione politica delle evidenze scientifiche intorno all’origine antropica del riscaldamento globale:

 

Tra coloro che studiavano il cambiamento climatico stava cominciando ad aprirsi una linea di faglia. Mentre alcuni mettevano in guardia contro un approccio attendista”, altri invocavano esattamente quello. Cera chi riteneva che la scienza stesse premendo per ulteriori ricerche e finanziamenti, e cera chi pensava che appoggiasse lazione politica. Gli economisti tendevano a favorire la ricerca rispetto allazione; da una prospettiva esclusivamente economica, infatti, ritardare lazione fino allultimo momento possibile avrebbe implicato di agire quando fosse stata risolta la maggior parte delle incertezze, quando i costi della riduzione fossero diminuiti, e quando il rischio di mancare il bersaglio fosse minore.

 

Qualcosa a livello internazionale si scosse soltanto sul finire degli anni Ottanta, ma la stagione dei primi accordi per il clima venne di fatto sospesa dal conservatorismo neoliberale e negazionista dei due Presidenti repubblicani che si avvicendarono in quegli anni alla guida degli Stati Uniti, Ronald Reagan e George Bush senior. Le loro politiche ambientali, osserva Jamieson, furono straordinariamente coerenti: “fare il meno possibile per il cambiamento climatico e razionalizzare il tutto sia gettando dubbi sulla scienza sia gonfiando le stime dei costi di un’eventuale azione”. Il rifiuto da parte degli Stati Uniti di un intervento precoce e determinato per abbattere da subito le emissioni ebbe un’influenza enorme sui primi trattati per il clima, e culminò nella celebre dichiarazione di Bush al Summit di Rio sulla non negoziabilità dello stile di vita degli americani.

 

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